Al Teatro di Roma, un terzetto per il futuro

Cosa accomuna un filosofo francese del Settecento, un drammaturgo inglese contemporaneo e un regista teatrale italiano innovatore e sperimentatore? L'insoddisfazione per il proprio presente. Sul “Candido” messo in scena nella Capitale.

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Candide di Mark Ravenhill - regia Fabrizio Arcuri - photo Achille Le Pera

Candide di Mark Ravenhill – regia Fabrizio Arcuri – photo Achille Le Pera

L’ATTUALITÀ DI VOLTAIRE
Alla conclusione dello spettacolo Candide di Mark Ravenhill – diretto da Fabrizio Arcuri, prodotto dal Teatro di Roma e liberamente tratto dal Candido scritto da Voltaire nel 1756 – lo spettatore varca l’uscita del Teatro Argentina di Roma dopo oltre due ore di messa in scena per immergersi nel suo mondo, nella sua dimensione esistenziale che ha appena scoperto di non aver mai osservato e compreso pienamente.
Questo straniato punto vista è suggerito dall’incontro tra Voltaire, Ravenhill e Arcuri, un terzetto che vive tra passato e presente, proprio come lo spettacolo che cerca di fornire un futuro all’oggi. Le mutevoli interpretazioni di Filippo Nigro, Lucia Mascino, Francesca Mazza, Francesco Villano, Mattia Angius, Federica Zacchia, Domenico Florio, Lorenzo Frediani, Giuseppe Scoditti, Francesca Zerilli e Luciano Virgilio sono incorniciate con visioni, parole, movimenti, interazioni, dialoghi, confronti, colpi di pistola, ribellioni, successi, quesiti, tentativi di vita, disperazione, canzoni, musiche, urla, sconforto, rassegnazione, vittorie. Il tutto regolato e diretto appunto dalla tagliente lama del sarcasmo di Voltaire, dalla critica alla vacuità del pensiero contemporaneo di Ravenhill e dalla capacità di Arcuri di mescolare video, parola, immagini e attori in un continuo susseguirsi di incastri narrativi su piani temporali sfalsati, senza mai far perdere il senso della messa in scena.

Candide di Mark Ravenhill - regia Fabrizio Arcuri - photo Achille Le Pera

Candide di Mark Ravenhill – regia Fabrizio Arcuri – photo Achille Le Pera

LA TRAMA
Lo spettacolo presenta una riproduzione modulare di scene che prendono avvio con la rappresentazione teatrale della vita di Candide mostrata a se stesso in un’ambientazione settecentesca, per poi spostarsi nella contemporaneità del secondo atto. In un hotel Sophie, insieme ai familiari, festeggia il suo 18esimo compleanno. La ragazza appare seduta con la mani sulle ginocchia, insoddisfatta del suo presente, tanto da decidere di ammazzare tutti, un gesto folle e lucidamente supportato da valide argomentazioni.
Dal teatro alla realtà, al cinema del terzo atto: la mamma di Sophie, sopravvissuta alla mattanza solo perché è riuscita a uccidere la figlia, insieme a un produttore e a uno sceneggiatore decide di elaborare il proprio lutto scrivendo la sceneggiatura della vita della ragazza, ripercorrendone malvagità e dolore, proponendo al contempo un futuro pieno di speranza. Questo potrebbe essere l’Eldorado in cui approda Candide in cerca della sua Cunegonde nel quarto atto. È una terra senza mali, senza spirito critico, dominata da un’atmosfera di positività che apre al futuro fantascientifico del dottor Panglass nell’ultima parte dello spettacolo. L’asceta è il teorizzatore dell’armonia di vita, gioia, soddisfazione umana.
Qui la vita appare però anestetizzata, controllata, misurata, scevra di emozioni. Ciò esaspera la madre di Sophie decisa al suicidio e soprattutto Cunegonde. La ragazza invecchiata, vestita con la bandiera dell’Unione Europea lancia disperata il suo urlo di speranza nel futuro, elencando i mali della società e trovando nel bacio dell’amato la possibile soluzione.

Candide di Mark Ravenhill - regia Fabrizio Arcuri - photo Achille Le Pera

Candide di Mark Ravenhill – regia Fabrizio Arcuri – photo Achille Le Pera

ADDIO ALL’OTTIMISMO
Lo spettacolo si propone senza pause, strutturato con continue e innovative scelte narrative e registiche, con scene montate e smontate su un incastro di pensieri e concetti tenuti insieme dalla potente musica live di H.E.R. Questo apparato scenico permette all’orizzonte critico di Ravenhill di emergere nelle sue punte più crude, rivolte a una contemporaneità dominata dal male, dal dolore, dall’omologazione del pensiero, da un linguaggio vuoto e retorico, espresso in particolare dai familiari di Sophie.
L’inadeguatezza dell’esistenza prende, così, il suono e la forma della pistola della ragazza in grado, nella sua brutalità, di sconquassare gli animi, in particolare quello della madre che dopo la strage capisce realmente il suo fallimento come genitore e di proporre una strada di uscita dal presente. Un domani che include la caustica ironia contro l’ottimismo di Voltaire, la lotta al pensiero fintamente morale del drammaturgo inglese e nella capacità di Arcuri di pensare il teatro come lo specchio di valori, pensieri e dubbi che fondano l’uomo di oggi.

Davide Parpinel

www.teatrodiroma.net

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