L’architettura come narrazione. Intervista ad Aristide Antonas

Con Empty University, l’architetto greco Aristide Antonas, di recente in Italia per un incontro alla California State University di Firenze, si è appena aggiudicato il primo premio ex aequo al concorso di idee “Taking Buildings Down” della Storefront for Art and Architecture di New York, sul tema delle architetture vuote e della sottrazione come atto creativo. Il suo peculiare approccio alla disciplina è al centro della monografia di Luca Galofaro, edita da Libria. In questa intervista l’orizzonte si estende anche all’attualità e al futuro della professione in Europa.

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Aristide Antonas, Vertical disposition of infrastructure, from the series Vertical Village, 2013-15

Aristide Antonas, Vertical disposition of infrastructure, from the series Vertical Village, 2013-15

Di recente hai dichiarato: “Ho studiato architettura pensando che sarei diventato uno scrittore e credendo che la facoltà di architettura mi avrebbe offerto la migliore preparazione”. Credi che scrivere dovrebbe essere una costante nel percorso di un architetto?
Sono uno scrittore e se dovessi scegliere come presentarmi, userei questa definizione. In molti casi lavoro come architetto: lo faccio con la convinzione di compiere opere di scrittura, ma le mie proposte sono sempre pensate per essere costruite. Sono estremamente interessato al lato tecnico dei miei disegni, pur concependo gli edifici come “interesting writings”. Uso la progettazione architettonica come un linguaggio per scrivere; questo tipo di scrittura mi ha reso un architetto. Per me costruire è organizzare performance e concepisco le opere di architettura affinché vengano seguite come si fa con i copioni. L’architettura, del resto, è sempre stata un lavoro di programmazione: i disegni sono “scripts of possible actions”. Piani, sezioni, assonometrie, modelli 3d sono destinati a stabilire e controllare la durata di possibili presenze: al pari delle indicazioni sceniche per gli attori. Spesso gli architetti definiscono il mio lavoro “paper architecture”; in realtà non so quale sarebbe la “non-paper architecture”! Le persone usano questo termine per indicare quel campo della disciplina che la investiga dall’interno, mentre tradizionalmente gli architetti preferiscono ubbidire a un determinato programma. Eppure, nell’architettura, l’azione di ricerca non andrebbe esiliata come fosse una categoria dal nome esotico. Prendo le distanze da questa paura degli architetti riguardo ciò che potrebbe destabilizzare la disciplina: sì, sono uno scrittore che scrive con le costruzioni e i miei libri di letteratura in Grecia sono più conosciuti dei miei progetti. Dopo questa lunga introduzione posso rispondere alla tua domanda: non mi aspetto o voglio che il mio esempio si espanda, sarebbe troppo complicato. Gli architetti non devono scrivere letteralmente, ma insisto nel ribadire che, per sua natura, l’architettura è un linguaggio che va scritto. È una lingua costituita da muri, balconi, porte, finestre e altri elementi tra i quali stabilire delle ripetizioni e relazioni.

Negli ultimi anni, la percezione della Grecia e di Atene sono state influenzate dalla crisi economica. Che cosa non abbiamo ancora pienamente compreso del tuo paese e del suo potenziale?
Questa domanda è una trappola e devo evitare di cadere nei suoi tentacoli. Atene non pone un problema isolato, “locale”: io, almeno, non voglio concepire la città in questa prospettiva. Invece ci mette di fronte a una categoria di domande valide a livello globale, fornendo un buon esempio su alcune questioni di interesse planetario. Sono la sua posizione e la sua forza ad averla resa un emblema. Da Atene può partire una riflessione sull’assetto post-occidentale del mondo che ci spinge a chiederci cosa dimenticare e cosa ricordare dell’“ex-ovest”. Questo esercizio non sta avvenendo di nascosto, ma è un processo alla luce del sole in un’epoca nella quale una “globalised infrastructure” governa i rapporti tra un nord invisibile e un sud frammentato, seppur emergente. Dunque, perdonami se cambio la direzione della tua richiesta, ma considero Atene come il posto per cominciare a concepire geografie alternative. Non intendo soffermarmi sulla crisi economica in sé, perché non è un aspetto interessante: anzi, quello corrente, in realtà, è un tempo eccezionale per la città; qui alcune persone cercano di progettare con più insistenza che in altri luoghi. E non solo i Greci, tanto che il potenziale locale di Atene sembra essere di nuovo proiettato verso “l’universale”. Comprendo, ad esempio, la decisione di Adam Szymczyk di tenere Documenta 14 proprio ad Atene: “Local questions need global answers”, sostiene Sigfried Baumann. E in effetti è così.

Aristide Antonas, Ruin Room, from the series Athens Digs and Trenches, 2011-14

Aristide Antonas, Ruin Room, from the series Athens Digs and Trenches, 2011-14

Dopo i drammatici eventi di Parigi, le periferie sono entrate con prepotenza al centro del dibattito culturale. Qual è la tua opinione? E come si colloca Atene rispetto all’area dismessa delle Olimpiadi?
Ad Atene non esistono periferie in senso europeo. Raramente aziende hanno investito in grandi progetti abitativi destinati a fasce disagiate. Le aree, vuote e abbandonate, dei Giochi Olimpici del 2004 propongono una gamma di problemi non assimilabile a quella degli abitanti costretti all’isolamento nelle periferie di Roma, Parigi, Londra, Francoforte. Credo basterebbe una nuova legislatura per recuperarle, per renderle in qualche modo abitabili o utilizzabili, anche con funzioni diverse da quelle originarie. Eppure, ancora oggi, il trittico “Separate/Isolate/Rule” determina la metacultura della città occidentale e produce una “barbara costellazione di piccoli mondi”, indipendenti, ma divisi dal resto. Finché non interferiscono creano un’impressione di pace, ma al loro interno coltivano un’asimmetria capace di trasformare in conflitto qualsiasi rapporto. Tale separazione sta diventando sempre più lo strumento di un controllo biopolitico. Come afferma Giorgio Agamben, “la sicurezza è diventata più importante della democrazia”. Una a-demia, l’impossibilità di costruire funzioni per operare in un mondo comune, fornisce i requisititi per una nuova Babele. Per me il futuro della democrazia deve passare attraverso il sogno di una “emancipated infrastructure”.

Dalla città passiamo alla sfera domestica. Scrive Galofaro: “La casa per Antonas non è un dispositivo stabile, ma può essere frutto di una re-invenzione di uno spazio di uso comune.” In cosa consiste la tua ricerca al riguardo?
I progetti di case che ho reso noti appartengono allo stesso campo di indagine. Nel 2008 sono caduto su un frammento di “Violence: Six Sideways Reflections” del filosofo sloveno Slavoj Zizek: mi ha colpito perché c’era qualcosa di interessante e allo stesso tempo qualcosa che non andava. Penso abbia condensato la mia paura e la mia speranza di capire cosa è successo nello spazio della casa dopo l’incursione del web. In quelle pagine, Zizek stava affrontando il tema dell’impegno politico, del prendersi o meno la responsabilità di un’azione politicamente impegnata: “Do you mean we should do nothing? Just sit and wait?“. E qui si inserisce il tema del ritiro, dell’aspettare a distanza per vedere cosa succede, del praticare un’analisi critica paziente.

Aristide Antonas, Landscape with infrastructure, from the series KEG appartments and Crane rooms, 2011-15

Aristide Antonas, Landscape with infrastructure, from the series KEG appartments and Crane rooms, 2011-15

E infatti Galofaro definisce la tua Zizek Residence “uno spazio in cui ritirarsi per lavorare, cercando però di conservarlo in un luogo diverso dalla città, per gestirlo, controllarlo e osservare la situazione da una certa distanza.” Dalla Casa Anfiteatro ai Keg Apartment, ti misuri anche con il tema, attualissimo, delle case-prefabbricate…
La Casa Anfiteatro è un edificio costruito, una delle poche cose che ho realizzato fino alla fine: si può definire come una non-vacation house e affronta la questione di una vita urbana vissuta, appunto, da lontano. È un luogo dove le persone possono riunirsi, lavorare o vivere insieme intorno a spazi in grado di ospitare proiezioni e incontri. Il Keg Apartment è adorato da chi apprezza il “fai da te”: il mio account Flickr non ha mai avuto così tanti click! Ci abbiamo messo un po’ a capire che questi numeri folli non provenivano dal mondo dell’architettura: nell’immaginario della nostra società imperversa una nuova gamma di oggetti d’uso ready made e il web è la prima fonte di consultazione al riguardo. Mi piace sempre porre le basi per progetti con un duplice significato e non a caso la definizione più consona per il Keg Apartment è: “L’errante avventuroso incontra il prigioniero del web.” Abbiamo un radical minimum space più piccolo di quello dei Modernisti, con una minimum room in cui dormire e navigare, nulla di più. Nello stesso tempo c’è il tema della mobilità, trattandosi di una “cella di detenzione” in movimento.

Fai largo uso del collage, del bianco/nero e le tue rappresentazioni sono state riconnesse con la produzione di Archizoom e Superstudio. Qual è il tuo legame con le esperienze degli Anni Sessanta?
Alcuni amici italiani accostano il mio lavoro anche a Yona Friedman, a causa della sua critica interna del tardo capitalismo. Tuttavia i letti di Archizoom, i loro collage, così come quelli di Superstudio sono precedenti importanti per me, hanno formato la mia visione. Devo a tutti loro la mia comprensione dell’architettura come “system of notes” e continuo a nutrire un grande desiderio di approfondire la ricerca di Archizoom e Superstudio. Tuttavia viviamo in un’epoca diversa e i miei esiti non possono che essere diversi. Rispetto agli Anni Sessanta credo ci manchi l’ottimismo verso un imminente mondo migliore; la prospettiva sembra totalmente invertita, orientata verso un pessimismo da definitivo declino dell’umanità. Ma dinanzi a quello spirito positivo noi sogniamo ancora, anche se ci sembra impossibile alimentarlo di nuovo, se non a partire da una nuova coscienza umana. Se riuscissimo a comprendere l’architettura come un mezzo per creare script di “spettacoli spaziali” saremmo già in grado di sognare un mondo diverso.

Aristide Antonas, Apartment in vehicle, mixed technique on xerox paper,from the series KEG apartments 2012-15

Aristide Antonas, Apartment in vehicle, mixed technique on xerox paper,from the series KEG apartments 2012-15

La tua attività di docente, in varie realtà europee, ti offre l’occasione per riflettere sulla formazione e sulle modalità non omogenee con le quali la disciplina viene insegnata nei diversi paesi. Secondo te, in che modo la prossima generazione di architetti potrà sorprenderci o al contrario deluderci?
Il successo della prossima generazione sarà collegato alla “weak architecture”, un’architettura debole, indebolita. Intendiamoci, questa debolezza non trasformerà la disciplina in qualcosa di diverso da sé, ma personalmente mi domando se la prossima generazione sarà in grado di dare definizioni alternative di “lusso” e fare davvero qualcosa al riguardo. Sembrerà strano, ma quella che io chiamo “category of enough”, in contrasto con logica dell’accumulo folle, contiene al suo interno il “lusso”. Infatti una sedia, un’ombra o una vista panoramica sono già in grado di rappresentare il massimo del lusso, senza incidere sul territorio in modo permanente. La tradizione universitaria concorre oggi a chiudere un ciclo nel pianeta: abbiamo bisogno di ripensarla dalle fondamenta, affinché l’università diventi un luogo in cui aprire sempre nuovi dibattiti sul mondo.

Valentina Silvestrini

www.aristideantonas.com

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