Un supereroe all’italiana. È arrivato Jeeg Robot

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è il film del momento, quello che stavamo aspettando dopo il mezzo fiasco del “Ragazzo Invisibile” di Gabriele Salvatores. Il trio Mainetti-Santamaria-Marinelli, tutti in forma strepitosa, realizza – anche grazie a un’ottima sceneggiatura e scenografia – un film coraggioso, destinato a diventare un piccolo cult nostrano.

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Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot - photo Emanuela Scarpa

Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot – photo Emanuela Scarpa

UN SUPEREROE A ROMA
In Lo chiamavano Jeeg Robot, quello che ha veramente i superpoteri è il regista, Gabriele Mainetti. Piazzare un supereroe a Tor Bella Monaca, non sarebbe riuscito nemmeno al regista hollywoodiano più visionario: un po’ come se le vicende di Iron Man fossero ambientate a Montauk invece che a Manhattan. Il contesto in cui il regista ambienta tutto il film è fondamentale e decisivo: Roma è presa di striscio e la narrazione predilige la borgata, l’edilizia selvaggia e una fauna costituita, per lo più, da coatti e anonimi. La scenografia – che è tra i punti forti del film – rende Roma una via di mezzo tra quella vista in Suburra, dove il crimine è reso anche da scene allegoriche, e quella raccontata da Paolo Sorrentino ne La grande bellezza e da Gianfranco Rosi in Sacro Gra, ma più sfumata. Le grosse differenze tra queste Roma sono soprattutto due: Mainetti non ha paura di catapultare Roma in futuro di attentati terroristici – a differenza di Suburra, dove il crimine serpeggia, stringe accordi e comanda dal retroscena – e non ha paura di farci vedere una Capitale più vicina al cinema di Pasolini che a quello dei già citati Sorrentino e Rosi. In mezzo a tutto ciò, il regista compie altre due scelte coraggiose: rievocare una sottocultura degli Anni Ottanta – i fumetti – e prendere il testimone di un tipo di cinema che, in Italia, non ha mai avuto fortuna – quello di genere.

CINEMA SENZA RETORICA
Il filone cinematografico su cui Mainetti viaggia è quello aperto da Elio Petri con La decima vittima (1965) – ambientato in una Roma futuristica su cui avevano messo le mani Ennio Flaiano e Tonino Guerra – continuato, più recentemente, da Eros Puglielli con Tutta la coscienza del mondo, dai Manetti Bros. con L’arrivo di Wang e da Gabriele Salvatores con il Ragazzo invisibile. Con Lo chiamavano Jeeg Robot, Minetti si scrolla però di dosso la retorica di certi personaggi e gira con un dinamismo che ultimamente si è visto solo nei lavori di Stefano Sollima; tant’è vero che la regia di Mainetti ricorda di più quella di Matteo Garrone in Gomorra (da cui evidentemente ha preso qualcosa), che tutte le regie del genere sopra citate.

JEEG ROBOT ALIAS SANTAMARIA
Il supereroe di Mainetti è atipico: non ha interesse nel far del bene, usa i suoi poteri per fini personali ed è maledettamente pigro. Questo è il profilo di Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), accattone moderno, esemplare che si aggira tra i palazzoni di Tor Bella Monaca, si nutre di soli yogurt e vive di piccoli espedienti criminali. Finché, dopo un inseguimento con la Polizia, è costretto a tuffarsi nel lerciume del Tevere: qui entra in contatto con dei rifiuti radioattivi. L’indomani, Enzo Ceccotti si sveglia che è una sorta di Hulk. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva Spider Man; ecco, Enzo Ceccotti questo non lo sa e forse nemmeno gliene frega. Tant’è che la prima cosa che fa, appurata la super forza, è sradicare un bancomat e non di certo salvare un’anziana da un incidente. E questo, al pubblico, è piaciuto molto. Ma a Roma, in quella Roma criminale e becera, uno con dei superpoteri non resta indifferente, soprattutto se la sua vicina di casa Alessia (Ilenia Pastorelli) è una bambina rinchiusa in corpo di donna con la fissa per Jeeg Robot d’Acciaio.

TRA BATMAN E SORDI
L’intreccio narrativo è ottimamente scritto da Nicola Guaglione ed è proprio la sceneggiatura – la cui parte fumettistica è stata curata da Menotti – che rende Enzo ‘Jeeg Robot’ Ceccotti il miglior supereroe italiano mai visto al cinema. La ricetta di Mainetti comprende: inquadrature soggettive, grandangoli che deformano i volti, estetica cartoonesca dei primi Coen, prospettive particolari, l’uso di macchine a mano che aumentano il dinamismo delle scene, il gangsta-movie, Batman e Sordi, il grottesco, Park Chan-wook e Holly e Benji. Ed è assurdo come tutta questa roba insieme non risulti una paranza inservibile, ma aspiri a diventare un piccolo cult (è pur sempre il primo lungometraggio del regista). E se ciò non fosse abbastanza, c’è anche Luca Marinelli, semplicemente strepitoso, che interpreta la parte dell’antagonista: lo Zingaro è un piccolo criminale con un solo pallino, “fare er botto”. Di garroniano, ne lo Zingaro, c’è lo psicopatico desiderio del successo mediatico (leggi: Reality), tant’è che pubblica le sue scorribande su YouTube e l’odio verso Enzo Ceccotti nasce dall’invidia della sua popolarità dovuta ai suoi super poteri; mentre l’interpretazione di Marinelli ricorda il Tony Manero di Pablo Larrían, che canta Anna Oxa, balla con i tacchi, ma ammazza con una freddezza da killer.

Luca Marinelli in Lo chiamavano Jeeg Robot - photo Emanuela Scarpa

Luca Marinelli in Lo chiamavano Jeeg Robot – photo Emanuela Scarpa

LONTANO DAGLI STEREOTIPI
Quello che a Salvatores, con Il Ragazzo Invisibile, non è riuscito, a Mainetti invece sì. La poetica del film – la rivincita personale, la narrazione spietata e l’incredibile normalità del supereroe – è comprensibile a tutti, e l’aver reso Enzo Ceccotti lontano dagli stereotipi tipici del supereroe americano, ma più vicino all’essere moderno comune, ci ha dato una piccola speranza e ci ha fatto tifare per lui. E se fisicamente Claudio Santamaria ricorda più Tom Hardy nel ruolo di Bane, il nemico di Batman (per l’occasione l’attore romano è arrivato a pesare 100 chili), come eroe, diretto e disilluso, ci ricorda Alberto Sordi quando diceva: “Perché a Roma, se correvi come un matto, poteva voler dire solo che scappavi”. E Jeeg Robot corre un sacco.

Paolo Marella

www.lochiamavanojeegrobot.it

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  • Mimmo Spadoni

    …esatto un piccolo “cult nostrano”. Manca, e bastava pochissimo, l’ambizione di farne un film “internazionale”…

  • andrea bruciati

    consiglio caldamente