Carnet d’architecture. Francesco Samassa e il problema degli archivi

Nuovo appuntamento con la rubrica Carnet d’architecture. La carte blanche l’abbiamo affidata a Francesco Samassa, architetto specializzato nell’ordinamento, inventariazione e valorizzazione degli archivi storici, da Giancarlo De Carlo a Gae Aulenti. Racconta trent’anni di archivi di architettura in Italia, in un panorama oscurato da diverse ombre, tutt’altro che marginali.

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Archivio dell'architetto-designer e fotografo modenese Cesare Leonardi - photo Francesco Samassa

Archivio dell’architetto-designer e fotografo modenese Cesare Leonardi – photo Francesco Samassa

FUGA DI BENI CULTURALI
Il lavoro sugli archivi di architettura (o “archivi del progetto”, per dirla meglio, includendo design, grafica e altre attività creative limitrofe) data da più di un trentennio. Era la fine degli Anni Settanta quando nascevano le prime importanti iniziative internazionali (del 1979 è la fondazione del CCA di Montréal). In Italia le iniziative non mancarono, fin da subito, ma – come in altri settori – a costituzione di un quadro molto frammentario e non coordinato, tra pubblico e privato, senza la presenza di un grande istituto che potesse svolgere un ruolo di riferimento nazionale.
A colmare questa lacuna è nata nel 1999 l’Associazione nazionale Archivi di Architettura contemporanea (AAA/Italia), che non a caso non ha simili all’estero, con lo scopo di tenere assieme l’esperienza di tanti istituti di conservazione e operatori del settore. Tardiva è venuta, qualche anno dopo, anche l’iniziativa ministeriale, la sezione architettura del Maxxi di Roma (quale primo museo nazionale di architettura e istituto di concentrazione di archivi di architetti).
Ma ormai tante cose erano successe, compresa l’emigrazione di diversi di questi beni (mobili) culturali, nel clamoroso ritardo d’intervento delle Soprintendenze Archivistiche (gravate dalla mancanza di risorse di ogni tipo). Un esempio è dato dalle diverse acquisizioni operate, in Italia, dall’Accademia di Architettura di Mendrisio (i fondi di Marco Zanuso e di Vittoriano Viganò su tutti) che sollevarono malumori e polemiche fino a spingere l’Accademia a impegnarsi a custodire in una propria sede sul suolo italiano i fondi provenienti dall’Italia (impegno peraltro rimasto tale all’affievolirsi delle polemiche). Ma si potrebbe citare anche l’acquisizione altrettanto “rumorosa” del fondo di Adalberto Libera, nel 1996, da parte del Centre Pompidou di Parigi, o del consistente nucleo di documentazione proveniente dall’archivio di Aldo Rossi finito al CCA di Montréal che oggi si presenta come “the principal study centre for research on the architecture of Aldo Rossi”.

Archivio dell'architetto-designer e fotografo modenese Cesare Leonardi - photo Francesco Samassa

Archivio dell’architetto-designer e fotografo modenese Cesare Leonardi – photo Francesco Samassa

INTERVENTI DISCUTIBILI
Purtroppo anche ai fondi acquisiti da istituti di conservazione italiani non è toccata sempre una sorte esemplare. Frequente, per esempio, è stato lo smembramento di un archivio (spesso, va detto, anche per le bizzarrie degli eredi): è il caso, per fare un esempio, dell’archivio di Luciano Baldessari, che risulta conservato al Politecnico di Milano, al Mart di Rovereto e al CASVA di Milano. C’è poi da dire che, anche una volta acquisiti (cioè messi al sicuro dalla dispersione), in diversi casi il trattamento scientifico dei fondi in fase di riordino, descrizione e inventariazione archivistica è stato assai discutibile.
In una generale evoluzione progressiva delle metodologie di intervento, su un terreno sostanzialmente nuovo e privo di linee guida consolidate, non sempre si è capito che il lavoro sugli archivi di architettura è delicato, implicando una conoscenza approfondita dell’archivistica associata a una precisa competenza architettonica. Non sono poche le situazioni in cui si sono adottate soluzioni che oggi appaiono discutibili. Per fare qualche esempio concreto, posso ricordare un fondo di un architetto ridotto a raccolta di disegni (in corso di descrizione con Excel, foglio di calcolo che credevo in disuso nei lavori archivistici dalla fine degli Anni Novanta, quando cominciarono a essere disponibili software dedicati); oppure un fondo con una sottoserie intitolata “progetti minori” (ordinato da uno storico all’oscuro della “avalutatività” del lavoro archivistico); oppure un fondo con segnature modellate sulla Classificazione Dewey e complessivamente trattato con una inappropriata metodologia di derivazione biblioteconomica; oppure un fondo (sempre di architetti) con una ipertrofica descrizione della documentazione fotografica (certamente estranea alla sistemazione originaria) e invece molto sommariamente descritto per i progetti; oppure quei fondi ordinati per tipologia documentale (disegni, fotografie, scritti ecc.), tradendo in questo modo il “vincolo archivistico” trasversale alle tipologie di documentazione che è determinato dal “progetto”.
E non posso non ricordare, da ultimo, quell’archivio di architettura che consultai qualche anno fa in una Biblioteca Civica di qualche prestigio, smembrato in due parti: da un lato i disegni (il “vero” archivio), dall’altro le pratiche (corrispondenza, relazioni e atti vari, ma ricordo anche un quaderno di schizzi) fatte confluire nel Fondo manoscritti della Biblioteca (in un calderone miscellaneo con atti delle famiglie patrizie del luogo, documentazione di storia locale, raccolte di pergamene ecc.). Sì, capita anche questo: nessuna competenza archivistica (per capire che un archivio non si smembra mai) associata a nessuna competenza architettonica (per capire la stretta relazione che lega carte e disegni di un progetto di architettura).

Archivio dell'architetto-designer e fotografo modenese Cesare Leonardi - photo Francesco Samassa

Archivio dell’architetto-designer e fotografo modenese Cesare Leonardi – photo Francesco Samassa

IN PROSPETTIVA
Purtroppo regna sovrana una generale indifferenza su questi problemi, in un Paese disgraziatamente rivolto al passato remoto, in cui a Milano si riescono a mobilitare svariati milioni di euro per dare una nuova sistemazione alla Pietà Rondanini di Michelangelo al Castello Sforzesco di Milano, ma non a trovarne qualche centinaia di migliaia per dare una sede dignitosa al CASVA – Centro di Alti Studi sulle Arti Visive, che al momento accumula i suoi fondi archivistici del Novecento in un locale di risulta nei seminterrati dello stesso Castello Sforzesco, dove gli operatori sono costretti a lavorare (e gli utenti a consultare) la documentazione in condizioni che dire inadeguate risulta almeno eufemistico.
Certo sarebbe ingiusto tacere il fatto che si potrebbero citare anche situazioni virtuose e molti interventi svolti in modo esemplare. Ma il panorama italiano in questo campo dei beni culturali pare oscurato da diverse ombre, tutt’altro che marginali.
Su questo sfondo risalta un recente avvenimento, una luce che potrebbe significare forse qualcosa di importante. Il 29 gennaio scorso, a Parma, è stato presentato il programma scientifico del prossimo triennio del Centro Studi e Archivio della Comunicazione della locale Università che, dotato di una nuova sede (anche museale), ambisce oggi a diventare un istituto di riferimento per la tutela e la valorizzazione, lo studio e la ricerca, degli archivi del progetto (ma anche di cinema, fotografia, moda e arti visive in genere). Certo allo CSAC non manca il patrimonio, davvero ingente, accumulato a partire dalla sua fondazione nel 1980; la speranza è che non gli vengano a mancare le risorse economiche e scientifiche (idee, soldi e competenze) necessarie per poter dare concretezza a un programma di lavoro meritoriamente ambizioso come quello presentato. In tal caso forse potremmo sperare di avere, in prospettiva, in questo campo, un istituto “forte”, di riferimento, capace di collocarsi tra le maggiori istituzioni archivistico-museali internazionali. Staremo a vedere.

Francesco Samassa

“Carnet d’architecture” è una rubrica a cura di Emilia Giorgi

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