Blu a Bologna. Iconoclastia come violenza o resistenza?

Bologna s’è svegliata, questo sabato mattina, con un’azione di “guerriglia” in corso. Blu, tra gli street artist più apprezzati al mondo, ha cancellato i suoi splendidi murales in città. Patrimonio collettivo, che l’autore sceglie di distruggere, condannando l’idea della musealizzazione dell'opera. Un’analisi della faccenda, fra diversi significati possibili…

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Il murale di Blu per il Cso Xm24, a Bologna - foto by streetartnews

Il murale di Blu per il Cso Xm24, a Bologna – foto by streetartnews

IL RULLO CONTRO LO STRAPPO. CANCELLARE PER PROTESTA
Una sola parola, come un coro. “Rispetto”. In rete la notizia del weekend, per la comunità della Street Art, è una sola, accolta con unanime plauso. Grande ovazione per Blu, paladino di un linguaggio nato e condotto per strada, col rigore e il talento di una militanza. Blu, che la scorsa notte ha iniziato a cancellare i suoi murales bolognesi. Enormi, bellissimi, icone collettive partorite in libertà e in libertà sacrificate, nel nome di un principio.
Lui, il più “politico” tra gli street artist, il più schivo, indipendente, engagé e sovversivo, ha scelto la via radicale per contrastare un evento che da mesi fa scalpore. La famosa mostra sostenuta da Fabio Roversi Monaco – ex Rettore dell’Università di Bologna, presidente di Genus Bononiae e della Fondazione Carisbo, nonché noto affiliato della Massoneria – con la cura di Christian Omodeo e Luca Ciancabilla, inaugurerà il prossimo 18 marzo a Palazzo Pepoli, con decine di nomi internazionali di peso, a partire da Banksy e arrivando fino allo stesso Blu. E a prescindere da quello che vedremo, siamo già dentro a un capitolo significativo per la storia dell’arte pubblica italiana, nel tormentato gioco di ruoli e di incastri tra il mainstream e l’underground.

La locandina della mostra a Palazzo Pepoli

La locandina della mostra a Palazzo Pepoli

La faccenda è nota. Ideatori, curatori e finanziatori del progetto hanno staccato dai muri decine di opere di Street Art, per portarle in uno spazio chiuso. Musealizzarle al fine di celebrarle, legittimarle e soprattutto tutelarle dal degrado, con tanto di interventi di ripristino in laboratorio. Come se si trattasse di opere d’arte tradizionali: tele, sculture, pellicole. La strada? Un fattore secondario, inessenziale.
Il mainstream torna così ad attingere dai migliori input del sottosuolo, ma lo fa – onnivoro e sprezzante – con un gesto di appropriazione forzosa. E di dichiarato travisamento. La Street Art viene sottratta al suo habitat e tramutata in trofeo privato da consumare a pagamento, dentro un tempio qualunque dell’arte. Sottratta alle intemperie, ai vandalismi e al decadimento, certamente. Che però la Street Art stessa mette in conto, per sua natura. E che in ogni caso – volendo – è sempre possibile contrastare con azioni  di tutela e di restauro in loco, condivise con gli autori.
Lo strappo, invece, è un’altra cosa. È il furto, l’imposizione: togliere dalla strada un’opera per consegnarla alla Storia. Partendo dal presupposto che la Storia si faccia a tavolino, che si consumi in una sala espositiva e che si scriva (unicamente) con l’inchiostro del potere. Ma soprattutto, che sia figlia di una visione sola. E invece no. C’è anche chi la Storia la scrive con altri intendimenti, da altre prospettive. Come tutti quegli artisti che sotto i cieli del mondo volevano restare e che il loro consenso agli strappi non lo hanno voluto dare. L’opera è mia e me la gestisco io: giustamente.

Il murale di Blu distrutto dall'artista e dagli attivisti del Cso Xm24

Il murale di Blu distrutto dall’artista e dagli attivisti del Cso Xm24

BLU E IL SUICIDIO DEI MURALES
La macchina del mega evento, però, non partiva dal presupposto della mediazione. E ha scelto di proseguire anche senza l’ok degli autori. Così la questione è diventata anche legale: di chi è l’opera in strada? Dove andrà a finire dopo gli strappi? Che ne è della proprietà autoriale? Che ne è delle intenzioni dell’artista, dell’importanza del contesto, del senso originario?
Questa mostra nasce per segnare uno strappo, nel senso reale e metaforico del termine. E lo strappo non è piaciuto, né all’opinione pubblica né a tantissimi artisti. Poi c’è chi ha preferito starci dentro, vista la portata dell’evento, e c’è chi invece ha detto no. Con decisione.

Ericailcane

Ericailcane contro la mostra bolognese

Blu ha affidato alle parole del collettivo Wu Ming il senso simbolico del suo gesto: “Dopo aver denunciato e stigmatizzato graffiti e disegni come vandalismo, dopo avere oppresso le culture giovanili che li hanno prodotti, dopo avere sgomberato i luoghi che sono stati laboratorio per quegli artisti, ora i poteri forti della città vogliono diventare i salvatori della street art.
Tutto questo meritava una risposta
”.
Non fa una piega, al netto dei vari radicalismi ideologici a cui i Wu Ming ci hanno abituati, con posizioni non sempre immuni ai cliché. La ragione c’è tutta. Ma la reazione non è impermeabile ad analisi, critiche, osservazioni.
Il popolo dunque osanna l’artista, che ha risposto con una colata di grigio all’ostinazione di chi vorrebbe salvare i muri facendone bottino, feticcio o anche solo reperto. Ha risposto alla violenza del furto con la stra-violenza del suicidio. Si è sottratto a una logica ostile nella maniera più beffarda e feroce: sparendo. Facendo sparire delle opere opravvissute (momentaneamente) al ratto per tramutarle in detonatori.

Un gesto con una valenza politica dirompente. Che anche da un punto di vista concettuale offre varie letture: la possibilità di retrocedere, di chiudere la partita sospendendo il conflitto, di rifiutare l’abuso, diventa una modalità di attacco. Per sottrazione. Uno strano potlach: se l’opera d’arte diventa merce, l’artista brucia la merce stessa. Si brucia. E contrasta, anche solo sul piano del messaggio, la giostra del capitalismo affamato.
Un gesto, allora, che spezza la noia di un momento storico infelice, anestetizzato, soffocato dalle troppe immagini inutili, brutte, imposte, sfuggite di mano, e immiserito dalla poca sostanza. La cancellazione, in un tempo così, è un colpo di teatro. Roba da eretici iconoclasti di mille anni fa, roba da punk, situazionisti, dadaisti o anarchici in trincea.

Blu con Ericailcane, a Bologna

Blu con Ericailcane, a Bologna

A CHI APPARTIENE UN’OPERA?
Ma c’è anche l’altro lato della faccenda. C’è la contraddizione brusca di chi sottrae un’immagine alla comunità, per contestare a qualcun altro l’idea della sottrazione. C’è l’insopportabile braccio di ferro tra le parti, che sacrifica il terzo elemento. Il più importante. Il pubblico.
Nessuno vedrà più quei murales, né per strada, né – un giorno – nella collezione di un museo. Un furto, anche questo, dolorosissimo. Che se nella teoria resta fascinoso, nel concreto apre nuovi interrogativi.
Interdire la visione è sempre è un fatto brutale. Una resa. Una perdita. È oscurare, depotenziare, chiudere gli occhi (altrui). È rispondere all’arroganza arrogandosi il diritto di distruggere una propria creatura. Ma siamo certi che la creatura, una volta compiuta e consegnata alla società (e dunque alla storia, al tempo, agli accidenti, agli sguardi, ai perché, ai soprusi, alle interpretazioni, alla cura e alla memoria), appartenga ancora all’autore?

Un'opera di Blu a Kreuzberg, Berlino, distrutta dall'artista per protesta contro la speculazione edilizia

Un’opera di Blu a Kreuzberg, Berlino, distrutta dall’artista per protesta contro la speculazione edilizia

Esiste certo – e la legge ne dà conto e misura – un diritto d’autore che norma alcuni aspetti sacrosanti. E la mostra bolognese pare essersene fregata. Ma esiste un piano, tutto poetico e sociale, che spezza il legame “di sangue” tra autore e opera. Quando quest’ultima viene consegnata al mondo è al mondo stesso che appartiene. Si tratta, cioè, di una movimento necessario di separazione, di una dimensone del dono e della rinuncia. L’opera d’arte di chi è? Di chi la fa, di chi la consuma, di chi la guarda e la ricorda? Di chi la lascia svanire, rispettandone la natura, o di chi ne vuol fare mercato ad ogni costo? Di chi ne tradisce l’identità o di chi la uccide, per evitarne la manomissione?
L’opera d’arte è del pubblico, in ultima analisi. E per questo resta aperta, sempre: a nuovi sensi, a nuovi rischi, a nuovi sguardi e gesti.

Le opere di Blu a Kreuzberg, dopo la cancellazione dell'arista

Le opere di Blu a Kreuzberg, dopo la cancellazione dell’arista

Un tema importante, che questa mostra mette nel calderone, tra mille altri temi legati all’arte pubblica oggi. E che il gesto di Blu rilancia, con altrettanta durezza. Ma non era possibile affermare un principio passando per una via non violenta? Vie legali, culturali, di presidio e di comunicazione? Non era possibile salvaguardare lo spettatore e non rispondere allo strappo con una passata di rullo?
La questione è aperta. Ma una cosa è sicura. Quando un’opera d’arte viene distrutta o sottratta – che a farlo sia un vandalo, un ladro, oppure l’autore stesso per una provocazione giusta – a perderci è la società tutta. Sul piano del visivo ecco allora la metafora che viene: un gesto ultimo, figlio di un tempo del naufragio, a incarnare la dialettica tra il business e la fuga, la perdita e l’accumulo, il potere e il riscatto; tra l’immagine come trappola e l’iconoclastia come resistenza. O viceversa.

Helga Marsala

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  • Whitehouse Blog

    Il gesto di Blu è corretto, ossia è una legittima forma di protesta. Il ruolo di artista è ormai diventata una forma di facile manovalanza. E questa mostra di Roversi è sintomo di questo, in un paese senza un’opinione pubblica che capisca il valore delle cose. A bologna succede qualcosa di piu sottile e interessante: http://m.huffpost.com/it/entry/9338432

  • Ernesto Staccolanana

    Un articolo ipocrita. Il gesto di Blu è indirizzato a rispettare il lato “naturale” della street art, ovvero arte della e per la strada. Qui si parla del suo gesto come se, primo, avesse privato per sempre Bologna, o qualsiasi altra città, delle suo opere; cosa evidentemente falsa. Secondo: passa l’idea che Blu rifiuti a prescindere la “musealizzazione” della street art, quando invece è quel modo specifico che rifiuta, ovvero la decisione arbitraria di massoni e gente che con l’arte vuole solo guadagnare staccando le opere dai muri senza neanche chiedere permesso. Tutto ciò in una città che multa chi, indovinate un po’, crea opere ma magari non sono Blu o Stan. Mi dispiace molto aver letto questo articolo, mi arriva forte in faccia la sensazione che tutto, con la scusa che debba essere divulgato e accessibile a tutti, possa essere commercializzato: non vi preoccupate, l’arte, sotto qualsiasi forma arriverà sempre alle persone che saranno interessate a cercarla.

  • walter bortolossi

    Cara Helga non sono molto addentro al mondo dei graffitti anche perchè Blu ad esempio è nato nel ’77 quando io il ’77 lo facevo, se si capisce cosa intendo.
    Dopo quegli anni malamente terminati per la gente come me non restava che adattarsi o finire assai male. E io ho fatto la scelta obbligata di adattarmi mantenendo, credo, un alto tasso di conflittualità. Per cui , pur facendo scelte diverse, anche per i luoghi e le modalità, ho visto sempre con simpatia questo ribollire, in buona parte giovanile, di energie anti -sistema disinteressate e generose. Una sorta di inconscio dell’arte contemporanea che la nomenklatura tenta di schiacciare e di neutralizzare ma che inevitabilmente riemerge.
    Da quello che so il tuo articolo è equilibrato e mi pare utile a ricostruire i fatti ma ti farei un’obiezione su un punto abbastanza decisivo che riguarda la parte finale, dove esprimi un’opinione perorata mi pare anche da Giacomelli,
    Ad un certo punto scrivi:

    “Ma esiste un piano, tutto poetico e sociale, che spezza il legame “di sangue” tra autore e opera. Quando quest’ultima viene consegnata al mondo è al mondo stesso che appartiene. Si tratta, cioè, di una movimento necessario di separazione, di una dimensone del dono e della rinuncia.”

    Mi opporrei a queste due righe con tre argomenti :
    1) Quando si parla di dono non può non venire in mente il potlach delle società primitive che ben si adatta all’arte dei grafittisti che sanno infatti benissimo, e probabilmente non si pongono nemmeno il problema, che una loro opera realizzata su muri esterni non potrà avere una lunga durata, il loro è un’atto gratuito che prevede la sua consumazione come fatto ineluttabile. Però non è vero che dopo un’atto gratuito debba per forza rimanere qualche bene tangibile per la comunità : infatti nel potlach entrambe le tribù che si incontrano distruggono e consumano tutto.
    2) Se noi diamo importanza solo al momento espositivo, al “sistema”, al riconoscimento collettivo, al processo della conservazione noi perdiamo di vista il lato produttivo dell’arte: non è vero che l’arte la fa il pubblico perchè semmai la partecipa solo in un secondo momento, all’inizio c’è il momento produttivo di chi fa la cosa. il concetto di comunità e di pubblico è una superstizione: il pubblico non fa le opere , le opere al massimo possono essere fatte per via ipotesi da x numero di persone che poi ne fanno quello che vogliono.
    3) L’artista normalmente non controlla il contesto dove la sua opera
    viene presentata perchè oggi vige la pessima abitudine a pensare che si esiste solo in virtù della relazione (e c’è chi teorizza questo genere di ipocrisia scrivendo libercoli pieni di banalità ) ed infatti il mondo dell’arte è ormai uno zoo per bestie domate e docili.
    Blu controlla il contesto del suo momento produttivo e non accetta che qualcuno sposti la sua opera o opere simili consegnandola agli ambienti asettici dove vigono consuetudini nelle quali non si riconosce. Meglio quindi il ricordo tramite una testimonianza fotografica di quello che c’era veramente puttosto che la conservazione forzata da parte di accademici ignoranti.

    Infine: prima multe ora museificazione? ma dai.

    Quindi ben fatto, pubblicità meritata e dovremmo imparare tutti a mandare a quel paese un sacco di altra gente.
    Ciao

  • Mattia Andrès

    Artibune è una testata eterogenea, dove chi ci scrive, come il sottoscritto, non riceve imposizioni ideologiche dall’alto
    L’ultimo gesto di Blu a Bologna ha sollevato un acceso dibattito, oltre a prese di posizione opposte all’interno della stessa Artribune, e ciò che è vero per qualcuno può essere sbagliato per altri. Per fortuna è così.

    Blu si è imposto un’iconoclastia volontaria, una cancellazione delle proprie immagini, l’azione di un artista che non rinuncia a combattere pur ammettendo una sconfitta. Una lotta contro quelle istituzioni che vogliono imprigionare, a volte senza nemmeno rendersene conto, la libera volontà dell’artista, ciò che lo rende tale.

    Un atto tragico per l’artista, ma anche, e forse soprattutto, per tutte quelle persone che hanno goduto quotidianamente delle sue opere, e che tuttavia in quel gesto credono.
    Solo un gesto titanico come quello voluto e attuato da Blu, può in qualche modo smuovere le coscienze. Un gesto che conferma ancora una volta la sua grandezza.

  • Arsen Ale

    Un murale è comunque un’opera d’arte e la legge sul diritto d’autore riserva all’autore stesso il controllo sulle modalità di esposizione della sua opera.

    Rimane opera d’arte anche se fatta in violazione di un diritto di proprietà privata, pertanto, chi vuole fare lo strappo e la successiva ricollocazione in gabbia dell’opera, e di conseguenza dell’artista, è in chiara violazione della legge scritta già esistente, che altro non fa che tutelare una legge morale che dovrebbe essere chiara a tutti coloro che ritengono di avere la sensibilità necessaria per poter trattare di arte.

    Il resto è guerra e potere.

    • Franco Broccardi

      L’autore è e rimane titolare dei diritti di sfruttamento economico dell’opera, non della proprietà del muro su cui (illegalmente) opera. Cancellare quanto dipinto prima é solo, da un punto di vista legale, aggiungere errore su errore,

      • Arsen Ale

        Lo strappo è una dichiarazione di guerra ufficiale fatta nel corso di quella che evidentemente è una guerriglia che va avanti da tanto tempo, essendo tale il gesto di un writer quando non è una delle tante operazioni pagate con soldi pubblici per mettere carta da parati alle città.

        E una guerriglia è anch’essa una mezza guerra: bisogna andare a vedere chi ha cominciato per primo, la società liberticida o il writer che attacca la proprietà altrui. Di certo, lo strappo è uno “step” ulteriore, da guerriglia a guerra dichiarata, con probabili bombardamenti da 10000 metri e droni in arrivo.

        Questa è la realtà, e la sua bellezza, per chi ama l’arte, la libertà e quello che l’arte può dare alla società, in tutte le sue forme. E’ la realtà, una realtà che è tutto tranne che perfetta. E in una società che è tutto tranne che perfetta, in una società che è da lustri in bruttissima silenziosa guerriglia, pensare solo al muro lindo, inattaccabile, è un gran brutto segno, non solo sulla facciata di quella società, ma nel suo profondo: il segno evidente dell’incapacità dei suoi membri di mostrare anche solo un minimo dissenso verso l”ordine costituito e quindi della loro incapacità di esser qualcosa di diverso da una grande massa di pecore.

        Una guerriglia, in corso da tempo nella società occupata, che naturalmente vede solo alcune persone messe al muro, per condizioni reali e/o sensibilità personali…

        Una guerriglia civile, artistica appunto.

        Lo strappo, invece, è un uso violento della forza, una dimostrazione di potere e null’altro. Uno step chiaro, una dichiarazione di guerra ufficiale, “tutto qua”.

        Del resto, delle questioni di proprietà intellettuale ecc.è troppo lunga parlarne. In qst.commento pensavo anche a quelli che magari possono/potrebbero venir convinti a fare una certa opera in uno spazio pubblico, e a certe condizioni magari accettano, poi, in futuro, l’opera viene magari strappata e ricollocata, ecc.ecc.

        Il fatto è che a questo punto si dovrebbe parlare più di codici d’onore militari, rispetto del nemico, trattamento dei prigionieri, ecc.

  • Giuditta Elettra Lavinia Nidia
  • Giampaolo Abbondio

    Perdonatemi, ma non capisco…la mostra è già allestita anche con opere di Blu da salotto ovvero di dimensione ridotta, quindi il cancellare i murales di venti metri in che modo protegge l’artista? A che titolo quelle opere sono state prelevate? Contro il volere dell’autore? Si fa una denuncia ai carabinieri. In che modo cancellare quelle opere è una protesta contro il “capitale”? E poi, quale capitale? Quel mercato da morti di fame che è il contemporaneo in Italia? C’è qualcosa che mi sfugge…le mie sono considerazioni ad alta voce, lungi da l’aver formulato un conclusione…certo che ora Blu è un nome molto più noto…

  • marco

    In questa faccenda della mostra bolognese c’è un aspetto che forse è prettamente giuridico e riguarda il furto della proprietà intellettuale di un’opera. Se Blu avesse avuto in mente di creare un marchio intorno al proprio nome, magari per lo sfruttamento commerciale, probabilmente avrebbe avuto gli strumenti giuridici per tutelarsi ed impedire che le sue opere fossero trasferite senza il suo esplicito consenso. È proprio per questa stessa ragione che gli organizzatori della mostra, in buona o in cattiva fede, hanno potuto portarsi via i murales realizzati da Blu nelle strade. Semplicemente perché “legalmente” nessuno avrebbe potuto opporsi.

  • Matteo Ruffo

    Io la trovo una geniale ma squallida mossa mediatico/commerciale che scopre la vera natura del personaggio: con questo gesto ha esplicitamente rivendicato la proprietà dell’opera arrogandosi addirittura il diritto di distruggerla. Quindi l’opera di fatto non è mai appartenuta alla collettivitá ma sempre a lui che ha utilizzato un luogo della collettività (non suo) per promuovere il “suo” lavoro. È una “cultura” anarchica di facciata che utilizza strumentalmente l’immagine del mostro capitalista vorace e predatore.

    • Paolo falcone

      Questa è la filosofia street. Piaccia o non piaccia!!! Ma così è!!!!

  • rapportoconfidenziale

    far sparire i disegni dai muri, coprirli con vernice grigia, è esso stesso un gesto artistico e politico. è arte perché trasmette emozioni alle persone che guarderanno quelle macchie grige. a bologna non c’è più blu.

  • carlorsini

    Vie legali!?!?!?!?!?
    In Italia?
    nello spettatore emancipato (cfr.Rancière) rimarrà il ricordo dell’opera e il segno dell’azione di cancellazione. che diviene esso stesso l’opera.
    Fondamentale
    Resistente
    Coerente

  • Lupo

    È nato prima l’uovo o la gallina? Questo sembra chiedersi la giornalista di Artribune, in italico, precario equilibrio, sul filo a strapiombo. Ma senza fare un ingiusto processo alle intenzioni della dottoressa Marsala, è evidente che il casino l’ha creato la fondazione di Bologna, peraltro con soldi che rimangono pubblici, della collettività. E a Bologna, forse, qualcuno si starà già chiedendo se questa operazione sia un costoso capriccio, di fronte ad altre priorità sociali e culturali. Blu non è il primo e non sarà l’ultimo artista che distrugge per protesta le proprie opere, quindi niente di nuovo sotto il sole. La storia insegna sempre. Il gesto di Blu merita solo e sempre rispetto, senza troppi commenti ulteriori.
    E dopo la mostra? Che succederà? Ha da passà ‘a nuttata e tutti amici come prima? È la fondazione che deve dare risposte. Blu ha solo dato una lezione di dignità a chi ha la sensibilità per comprenderla, non certo a chi non la merita. Perché l’arroganza è sempre figlia dell’ignoranza.

  • Angelov

    L’IPOCRISIA, questa irresistibile componente della nostra cultura…
    Si è voluto fare una mostra che in qualche modo riconoscesse il valore artistico-culturale della street art, e si è deciso di staccarne dai muri alcuni con una tecnica molto sofisticata e costosa, per poterli esibire in uno spazio privilegiato, ma senza chiedere il permesso a chi quei grafiti li aveva realizzati: così, perché intanto si tratta di cose comunque che erano comparse sui muri illegalmente…
    L’Italia a forma si stivale con il piede sempre in due scarpe…

    • Arsen Ale

      Ma sei sempre te?

      Solo per sapere, sai online non si sa mai….

      Due giorni fa scrivevi così qui:

      http://www.artribune.com/2016/03/bufera-street-art-a-bologna-blu-cancella-le-sue-opere/#comment-321950

      “Un autogol clamoroso! Che ricorda molto la posizione di quel tipo che, vistosi tradito dalla moglie, decise di evirarsi.
      Ma
      forse questa azione è solo l’espressione di un momento di stress
      esistenziale temporaneo che Blu sta attraversando, ed allora non resta
      che augurargli un buon esito da questa impasse in cui è incappato.
      Questa rondine non fa primavera…”

      Naturalmente si può sempre cambiare idea, i grandi sanno farlo e ammetterlo, la mia è solo curiosità, sai in guerra bisogna riconoscersi… ;)

      • Angelov

        Il mio primo commento si riferiva alla posizione di Blu; il secondo a chi aveva organizzato la mostra.
        E’ comunque chiaro che viviamo in un momento in cui la vita culturale ha raggiunto un grado di loffietà senza precedenti: le parti in causa ormai non si parlano più, ma probabilmente continuano ad avere lo sguardo fisso sullo schermo del rispettivo smart-phone (l’unica cosa ormai rimasta smart, nelle vicinanze…)

  • Paolo Falcone

    Io sto con Blu. Se lo street artist avesse venduto il murales al condominio forse qualcuno potevo obiettare. Come l’opera d’arte esposta e venduta in una galleria poi viene circoscritta alle volontà delle mura che la appartengono. Blu ha agito politicamente nell’atto di compiere la sua opera e legittimamente se intende preservare il suo pensiero può legittimamente preservarla cancellando la sua formalizzazione.
    Prima si inseguono gli street artists a colpi di manganello e poi pretendi che i manganelli ti celerino senza permesso. Blu fai Bene a cancellare la tua opera e preservare il tuo pensiero e in fondo chi l’ha vista (l’opera) lo potrà raccontare, per gli altri…se lo faranno raccontare!!!

  • Lupo

    13 EURO … ecco quanto costerà vedere la mostra bolognese, prodotta da Genus Bononiae e Arthemisia Group. A quando un movimento nazionale di liberazione dalla piaga delle mostre cassetta?