Mid-career alla riscossa. Nato Frascà

Nato Frascà è stato protagonista del Gruppo Uno, tra i collettivi che hanno fatto la storia dell’arte contemporanea in Europa e che meriterebbe ulteriori approfondimenti. A dieci anni dalla sua scomparsa, va ricordato per il suo apporto alla scultura, nelle sue sfere percettive e ambientali. Ma anche per il suo cinema sperimentale.

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Nato Frascà, Strutturale, 1963

Nato Frascà, Strutturale, 1963

IL GRUPPO UNO
In pittura, la percezione può costituire valore di concetto. La nostra è una pittura per gli occhi non per la ‘memoria’. La ‘memoria’ devitalizza i sensi. La percezione è un prodotto dei sensi, non della ‘memoria’. Prima del cervello c’è l’occhio. Il cervello è il ‘luogo’ dove l’immagine percepita dall’occhio viene registrata, elaborata e riverberata, quindi arricchita”. A sostenerlo sono Gastone Biggi, Nicola Carrino, Nato Frascà e Giuseppe Uncini nel manifesto del Gruppo Uno presentato nel dicembre 1964.
Nato Frascà è un altro dei nomi storici trascurati nel sistema dell’arte italiano, nonostante la ricerca intensa sin dagli Anni Cinquanta, la lunga militanza nella scultura e nel cinema d’artista, e le attenzioni di critici e studiosi attenti, da Palma Bucarelli a Franco Sossi, da Giulio Carlo Argan a Eugenio Battiti, che hanno analizzato in presa diretta il suo operato. Nasce nel 1931 a Roma, dove dopo tre anni di studi alla facoltà di architettura molla tutto per dedicarsi, dal 1950, alle arti visive. Dipinge ma guarda anche ad altro, tanto che nel 1955 vince una borsa di studio al Centro Sperimentale di Cinematografia.

1961: L’ANNO DI PARIGI
Nel 1961, per circa un anno, Frascà è a Parigi – dove approda grazie a una borsa di studio del governo francese, ottenuta anche per merito di una lettera di presentazione di Argan; in contatto con un clima internazionale, estremizza la sua posizione sul fronte della pittura, approdando a risultati che si muovono tra espressionismo astratto, informale – Parigi, oltre ad Albert Camus, altro suo riferimento spirituale, per Frascà significa anche Fautrier, di cui ha conosciuto la pittura all’Attico di Sargentini – e radici geometriche, le medesime che negli anni a venire lo condurranno a un’indagine rigorosa e pensata sul fronte modulare-percettivo.
Usa colori fluorescenti, avvia un rapporto dialettico tra segni rigorosi e colori di fondo, monocromi, come in Strutturale del 1963; Filiberto Menna, presentando una sua mostra del 1966 alla libreria Guida di Napoli, scrive che le sue opere “sono fondate su una struttura bipolare, costituita cioè dal rapporto dialettico di due principi complementari”.

Nato Frascà, Gabbia cubica, prototipo, 1964-65

Nato Frascà, Gabbia cubica, prototipo, 1964-65

LA GABBIA CUBICA
La Gabbia cubica del 1964 e dell’anno successivo rappresenta un momento fondante della sua indagine, la struttura percettiva bidimensionale si trasforma invece in tridimensione, mantenendo la cifra essenziale: “Con l’invenzione del sistema ‘modulare cubico’, sviluppai il problema della coincidenza tra volume, spazio e piano, iniziando uno spostamento dal piano allo spazio e dalla superficie al volume”, ha rammentato in un dialogo del 2004 con Giovanna Dalla Chiesa. Nel frattempo con Kappa sfonda la cortina del cinema, approda a linguaggi sperimentali – siamo nel 1965 – con un’immagine ormai vaporizzata e una sovrapposizione di tracce, elementi e giochi percettivi.

GLI STRUTTURALI VARIANTI
Si approda poi agli Strutturali varianti e, dal 1967 al 1971, ai Rebis, dove la scultura diviene anche ambiente e quindi spazio percettivo, anche in relazione alla luce e chiaramente alla struttura interna, vuoti compresi, del lavoro. Ma rimane tutto legato alle fasi costitutive della pittura, intesa come terreno di percezione, luogo in cui condensare energie e riflessioni strutturali, primarie, ancestrali da un punto di vista esperienziale. “Tutto è pittura, per me, anche la scultura, che è stata per me il passaggio dal quadrato al cubo e poi, al metro cubo, ovvero lo spazio invisibile da manifestare nel visibile”, precisa Frascà, che è sempre stato – come è accaduto anche per altri artisti della sua generazione con cui ha condiviso parte del suo percorso: pensiamo a Nicola Carrino – un teorico molto rigoroso del suo lavoro.
Probabilmente anche per merito della sua attività didattica, svoltasi tra l’Accademia di Belle Arti di Carrara e, successivamente, quella di Roma, dove ha insegnato fino al 1998. Negli Anni Settanta si arriva a un punto di non ritorno, tutto il lavoro precedente diviene propedeutico per una visione completa, che ingloba il pubblico: l’ambiente, come Ambiente prospettico polivalente del 1972-73. A guardar bene tutta la sua produzione, anche quella degli ultimi anni, che paradossalmente diviene quasi iconica – ma con un senso sempre intrinseco, ovvero la psicologia dell’icona –, è il mutamento il punto cardinale attorno a cui si muove tutto il lavoro di Frascà.

A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA
Oggi, dopo dieci anni dalla sua morte, manca ancora un catalogo generale della sua opera, un regesto scientificamente redatto di tutto il suo lavoro, ma dal 2006 su iniziative delle figlie Xuan e Chiara e della moglie Franca D’Angelo è nato l’Archivio Frascà, a Roma, che ha già all’attivo alcune attività legate al sostegno e allo studio dell’opera dell’artista, in attesa di un impegno più sostanziale che potrà soltanto arrivare da un’istituzione o da una galleria intenzionata a un lavoro a lungo termine su Frascà.

Lorenzo Madaro

www.natofrasca.com

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  • gessi

    Scusate, ma come può essere a metà carriera un artista defunto????
    O mid-career ha un altro significato che mi sfugge??

    • Marco Enrico Giacomelli

      Un artista che muore a metà carriera come lo definiresti?