Sale che sale nelle sale. Da Paladino a Brecht

Ingredienti: un camion di sale oppure un pizzico di sale. In cucina è una regola: il sale va dosato con parsimonia, cum grano salis. Nell’arte, invece, le dosi sono estremamente variabili: si passa da interi sacchi rovesciati, che vanno a formare mastodontici mucchi, alla semplice e modesta confezione in vendita al supermercato; da piccoli grumi cristallizzati sulla tela a elaborate tracce lineari che creano configurazioni ramificate, fino a occupare intere sale con un pavimento di sale.

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Mimmo Paladino, Montagna di sale, Milano 2011

Mimmo Paladino, Montagna di sale, Milano 2011

UNA MONTAGNA DI SALE
Quattro anni fa a Milano, proprio a fianco del Duomo e di fronte a Palazzo Reale, è stata costruita la Montagna di Sale di Mimmo Paladino: 150 quintali di purissimo cloruro di sodio vanno a formare un immenso cono alto dieci metri e del diametro di trenta, che “conserva il suo senso epico, con i cavalli che sprofondano ed emergono da questo mare di luce creato dal riverbero del sale bianco, e con lo stesso dinamismo che comunica gioia e dramma”.
La sovrapposizione dei cristalli trasparenti genera un biancore tanto abbacinante quanto calamitante: si è tentati di scalare la montagna, di appropriarsene e, se proprio non è concesso di raggiungere la vetta, ci si accontenta di rubacchiare un poco di sale perché, si sa, è davvero di buon auspicio. Non a caso, nell’Ultima Cena leonardesca, è proprio Giuda a rovesciare con un gesto maldestro la saliera.

Leonardo da Vinci, Ultima cena, 1495-98 - particolare con - da dx - Giovanni, Pietro, Giuda e Andrea - Santa Maria delle Grazie, Milano

Leonardo da Vinci, Ultima cena, 1495-98 – particolare con – da dx – Giovanni, Pietro, Giuda e Andrea – Santa Maria delle Grazie, Milano

MEZZO CHILO: LASCIO?
Il sale è prezioso. Se un tempo era denominato “oro bianco” e una piccola porzione diventava il “salario”, oggi di questa sua eccellenza è rimasto soltanto il “conto salato” del ristorante.
Ma in uno di questi luoghi di ristoro può capitare un altro tipo di sorpresa: “Dalla raccolta degli equivoci: oggi 31/3/69 mi sono recato per acquistare birra e altro da A. Heyduck in Barbarossaplatz a Düsseldorf. Ho preso della salsiccia e la donna mi ha detto qualcosa che non ho capito; ho risposto: ‘Questo è tutto, credo’. Allora lei mi ha dato questo pacchetto”. Non è certo una montagna, ma una scatola da mezzo chilo di sale, quello che George Brecht ha ricevuto dalla cameriera. Elevata all’istante al rango d’opera d’arte e riproposta come multiplo in edizione illimitata e corredata di firma originale.
Un ready made? Un sapido rifacimento o un omaggio alle opere del primo e supremo “marchand du sel”? No, non è l’oggetto che si trasforma in scultura, rivoluzionando il concetto di opera d’arte. È invece la celebrazione di un evento, una semplice coincidenza, lo scarto dal consueto creato da un accadimento banale, il cui fraintendimento porta alla presa di coscienza di ciò che i francesi definiscono “saugrenu”, cioè la sorpresa creativa generata dalla stranezza dell’inatteso… il vero sale della vita. Non a caso la parola deriva etimologicamente da “grano” e “sale”.

George Brecht, Sonnensalz, 1969

George Brecht, Sonnensalz, 1969

GHIACCIO E MANDALA
Anche nelle opere “saline” di Pier Paolo Calzolari accade qualcosa. Ma è un evento di carattere estremamente diverso, meno cerebrale e più materico, dove la sostanza si presenta nelle sue peculiarità chimiche e fisiche; la granulosità del sale che preserva dalla corrosione e dalla corruzione, la cristallizzazione dello stesso avvicinata fin quasi a coincidere con quella dell’acqua che si trasforma in ghiaccio. Il tempo che consuma e conserva, l’incessante segno del cambiamento, della mutazione.
La stessa cosa accade con la memoria: muta ed è muta. Nel silenzio di un’ampia sala, Motoi Yamamoto costruisce un labirinto, uno dei tanti, tracciando delle linee di sale sul suolo. Gli occorrono un paio di settimane per ricoprire il pavimento di una sala. Con meticolosa costanza, la sostanza cristallina costruisce una fitta rete, un ghirigoro che sembra un ricamo salino che va a formare un labirinto. Centellinando a poco a poco la quantità di materia prima, il cloruro sodico, si forma un ipotetico percorso che forse ha un inizio e forse una fine. Nel senso dello spazio. Ma nel tempo il suo fine è quello di essere poi distrutto, raccolto da un’orda di pubblico che poi lo riporterà al principio, al suo luogo iniziale e iniziatico, l’oceano.

METAFISICA NON SCIAPA
Dove proviene il sale, dove nasce la vita, dove Sarebbe Assurdo Lasciarlo Escluso perché se non esistesse il cloruro di sodio non saremmo in grado di intendere e volere. Infatti il sale non deve stare solo “in zucca” ma in tutto l’intricato labirinto di fibre nervose per permettere la formazione di un cortocircuito chimico-elettrico senza il quale ogni neurone non potrebbe comunicare con il suo vicino e stimolarlo con un impulso per la trasmissione di un messaggio. E qui la scienza converge con la tradizione della cultura o con la cultura della tradizione. Un antico proverbio cinese dice infatti: “Senza sale non si può venire a capo della scipitezza”. La cucina e l’arte non possono essere insipide.

Carlo e Aldo Spinelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #29

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