Carnet d’architecture. Lucia Bosso sulle foto d’architettura

Quali sono le relazioni tra l’architettura e la fotografia? Nell’era di Iwan Baan e di Instagram, come stanno cambiando la percezione e la comprensione dello spazio costruito? Lucia Bosso,​ ​architetto e co-fondatrice d​ell'agenzia​ BasedArchitecture,​ ​è ospite della rubrica curata da Emilia Giorgi​ e​ proietta questa riflessione sulle fasi di progettazione e sull’editoria di settore.

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Zaha Hadid, Heydar Aliyev Center, Baku 2012 – photo © Hufton + Crow, 2014

Zaha Hadid, Heydar Aliyev Center, Baku 2012 – photo © Hufton + Crow, 2014

HEGEMONY OF VISION
L’immagine fotografica è la percezione più intensa della cultura contemporanea. Attraverso uno scatto fotografico impariamo ciò che vediamo; apprendiamo la realtà se ne vediamo una riproduzione in fotografia. In questo senso, l’architettura oggi è forse l’esempio più eclatante, poiché vive e si alimenta di racconti per immagini. E se l’interpretazione dello spazio progettato passa dalla sua contemplazione più che dal farne esperienza, allora diventa evidente come la conoscenza e la comprensione dell’architettura siano condizionate dalla propria rappresentazione fotografica.
Gli spazi editoriali che raccolgono e raccontano i progetti di architettura, lo fanno usando la fotografia, o meglio il ritratto fotografico, che in quel contesto diventa esso stesso essenza dell’oggetto che descrive. I fotografi inglesi Nick Hufton e Al Crow, nel 2014, vincono il primo premio Arcaid Images-Architectural Photographer of the Year con uno scatto del centro culturale Heyday Aliyev di Zaha Hadid. Intervistati da Dezeen, lo illustrano così: “L’immagine mostra una persona in cima alle scale. Si sceglie la persona giusta, nella posizione giusta poiché quello è il modo più potente per descrivere l’architettura. È il momento”. L’architettura “it’s the moment”. Quando lo spazio costruito si mostra nel proprio istante migliore, quella è l’architettura da cogliere. E memorizzare.

Frank O. Gehry, Museo Guggenheim, Bilbao 1997 – photo © Adam Mørk

Frank O. Gehry, Museo Guggenheim, Bilbao 1997 – photo © Adam Mørk

LIAISON AMOUREUSE
Se la personalità del progettista e quella del fotografo riescono ad allinearsi nel creare l’edificio e interpretarlo fotograficamente, la percezione del luogo si amplifica in una sorta di iper-realtà aumentata: uno spazio altro simile a una dimensione immaginaria.
Di questo tipo di relazione parla Walter Niedermayr a Susanna Legrenzi su Klat nel 2010. Rispetto al rapporto che lo lega a SANAA, Niedermayr spiega quanto sia stato determinante poter sovrapporre la propria sensazione di spazio sulle loro architetture: “È un’architettura molto essenziale. Non è mai spettacolare, anche se lavorano sempre al limite della realizzabilità. Anch’io cerco nella fotografia di sfidare il limite, quello del visibile, della rappresentazione. È un aspetto centrale del mio lavoro”. La più intensa conseguenza di questa simbiosi amorosa tra chi progetta e chi fotografa, è la moltiplicazione di significati della terra di mezzo tra l’architettura e il proprio rimando fotografico: di fatto, l’architettura è diventata materia giornalistica e ha innescato un’attenzione acuta presso la stampa, da quando esiste il suo doppio fotografico.
Un passaggio significativo a questo proposito, è la domanda che Simon Esterson fa a Iwan Baan durante un’intervista del 2104 per Architectural Review: “Ti preoccupa l’idea diffusa tra gli architetti che sia necessario avere i propri progetti fotografati da Iwan Baan per dimostrare che sono buone architetture?”. È evidente quanto capovolgimento percettivo sia condensato nelle parole di Esterson: ciò che rende riconoscibile, decifrabile e spiegabile un’architettura è la sua rappresentazione fotografica.

Studio MK27, Casa dos Ipês, San Paolo 2011 – photo © Fernando Guerra

Studio MK27, Casa dos Ipês, San Paolo 2011 – photo © Fernando Guerra

THE GHOST WRITER
In modo sempre più deciso e preciso, la progettazione riconosce come co-autore della propria narrazione il fotografo, trasferendo il baricentro della comprensione di un luogo sulla propria immagine, che si svela strumento sostanziale per accedere all’essenza dell’architettura ritratta.
Questa sorta di duplicazione autoriale agisce in modo interessante sui media, che si aprono con curiosità crescente ai fotografi e ai loro lavori.
Nella cover story del gennaio 2012 di Icon Magazine – uno tra i periodici più dotati nel racconto della cultura architettonica – Iwan Baan fu definito senza esitazione “The Man of the moment”. Parlando di sé, Baan racconta di una capacità solo intuitiva nella comprensione dell’architettura, ed è in questa blanda conoscenza il nucleo originale del suo successo. Baan spiega come il suo intento “non è semplicemente guardare gli edifici, ma anche il mondo intorno ad essi”.
Ciò che un fotografo di architettura (come Baan) è capace di innestare sugli elementi urbani che immortala, è un contenuto fisico che poi diventa speculativo: cosa significa fare esperienza di questi spazi? Cosa vediamo quando guardiamo queste foto?

Torre David – photo © Iwan Baan, 2011

Torre David – photo © Iwan Baan, 2011

ARCHITECTURE WITHOUT ARCHITECTS
L’estrema conseguenza di questa spinta a superare la stretta attinenza alla descrizione didascalica dello spazio, per elaborare un nuovo “layer di informazioni di cui l’immagine si carica” (come spiega il fotografo Fernando Guerra in una conversazione con Emauel Barbosa) si trova in progetti come quello di Baan sulla Torre David, il vertical slum di Caracas. Qui l’inquadratura si allarga sul quotidiano di chi vive quel luogo, in una fusione tra spazio, documento e fotografia in cui il close-up dell’architettura perde evidenza: quello a cui si guarda è un confine molto più ampio, che chiama la presenza di storie di uomini. Storie effimere, lievi o invece disturbanti ma tutte capaci di far apparire la consistenza materica dell’architettura e contemporaneamente abbassarne la tensione estetica, in un moto lento che ne evidenzia la dimensione antropologica. Si inserisce qui uno scenario dove le architetture sembrano introiettate, quasi metabolizzate dalla storia stessa che contribuiscono a raccontare.

One more opportunity, dal progetto Life despite here, 2013 – photo © Ieva Saudargaite

One more opportunity, dal progetto Life despite here, 2013 – photo © Ieva Saudargaite

B-SIDE
In questa prospettiva, il luogo di pubblicazione più intenso ora è Instagram. Un archivio del presente costante, privo di ogni vincolo redazionale, che nella sua assoluta libertà pulsa di una moltitudine di istantanee, estranee ad ogni autorevolezza e autorialità e dove l’architettura appare un elemento di contrappunto che sgretola le versioni ufficiali delle storie urbane.
Al contrario, non potrebbe conciliarsi un lavoro come Life despite here di Ieva Saudargaitė su Beirut, con il messaggio di gioiosa espansione della città libanese che riceviamo da chi la progetta e da chi scrive di architettura e metropoli. Qual è il verso giusto della nostra percezione urbana? È questa la domanda su cui si riassesteranno i futuri approcci editoriali.

Lucia Bosso

“Carnet d’architecture” è una rubrica a cura di Emilia Giorgi

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