Mid-career alla riscossa. Pietro Coletta

Ferro e legno, alternati o in dialogo. Nella sua scultura Pietro Coletta, per dirla con una riuscita lettura di Arturo Schwarz, che di recente gli ha dedicato un intenso saggio, ha una missione: “Udire il suono vibrante della materia”. I lunghi viaggi in India e la meditazione l’hanno resa ancor più legata a una riflessione spirituale dilatata.

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Pietro Coletta - photo Matteo Zarbo - courtesy l'artista e Matteo Zarbo

Pietro Coletta – photo Matteo Zarbo – courtesy l’artista e Matteo Zarbo

TRA CASUALITÀ E SCELTE: LA FORMAZIONE
Tra luce e tenebre. A suo parere si gioca su questo doppio filo riflessivo e spirituale la sua intera ricerca. Pietro Coletta (Bari, 1948), di stanza a Milano sin da giovanissimo, è un altro degli scultori italiani per molti versi trascurati dal sistema dell’arte, nonostante la lunga militanza – in particolar modo dagli Anni Ottanta – nella ricerca plastica e dei materiali e le sue presenze in mostre e contesti espositivi di respiro ampio in anni cruciali per la sua indagine.
Da piccolo, come ha raccontato in una recente intervista, conosce fortuitamente l’opera di Paul Cézanne, naturalmente attraverso delle riproduzioni. Inizia a copiare le sue opere, forse senza molta consapevolezza, ma con una passione viscerale che lo spinge a proseguire gli studi dopo l’istituto d’arte. A Brera, dopo i primi giorni trascorsi nella sezione pittura guidata da Cantatore, si trasferisce nell’aula di Marino Marini. È lì che – come altri prima di lui: pensiamo a Kengiro Azuma – troverà la sua strada.

LA TRIDIMENSIONE
È la tridimensione a interessarlo – la pittura di Cézanne non era forse tridimensionale? – insieme alla spazialità e a un’attenzione alla forma primigenia. Così, ventenne, costruisce presenze ancestrali, veri e propri totem concepiti assemblando porzioni di materia. “Ogni materia è una forma di vita, ogni materia possiede un’anima con le sue molteplici energie”, dichiara enfaticamente, rivelando un principio meditativo della costruzione delle (sue) opere d’arte e in particolare della scultura. “L’arte mi ha dato i mezzi per fermare il tempo, per meditare, così iniziai a costruire dei grandi vetri e dei grandi cristalli inesistenti”, sospesi e in dialogo con le potenti travi di legno.
Struttura spaziale con triangolo equilatero (1975), Stanza (1975), Concreto nella non realtà (1977) e Installazione (1980), opere primarie della sua prima indagine matura, sono un esempio di questo processo di edificazione di microambienti da osservare, che instaurano dialettiche relazioni con i pesi e i vuoti di un determinato spazio. Fili elastici e travi, in equilibri che recuperano stupore ed essenze, liberando la scultura dai pesi della tradizione. Sono principi che appartengono, con declinazioni differenti, ad altre esperienze della scultura italiana di quegli anni – Hidetoshi Nagasawa, ma non solo: nei lavori successivi ci saranno alcune tangenze anche con la scultura di Giuseppe Spagnulo –, frutto di una meditata ponderazione dell’esistenza stessa.

Pietro Coletta - installazione view at XV. Biennale di Venezia, 1982

Pietro Coletta – installazione view at XV. Biennale di Venezia, 1982

UNA SCULTURA SPIRITUALE
Anch’egli è fondamentalmente zen, tutta la sua arte ha un rapporto intimo con la sacralità, non in termini meramente religiosi, ma sotto un profilo propriamente spirituale. “L’arte, manifestazione dello Spirito, è il mezzo che utilizzo per esprimere la parte più profonda e misteriosa del mio essere”, racconta Coletta. “Le mie lunghe meditazioni sulla bellezza e le meraviglie del Creato, insieme alle intuizioni ed emozioni che ne conseguono, contribuiscono a squarciare il velo che mi separa dalla totalità e contattare il Divino”, aggiunge. E questo si rintraccia anche nella sua casa-studio, ricca di sovrapposizioni intense di oggetti e tracce della sua vita stanziale e insieme nomadica.

GLI ANNI OTTANTA: UN DECENNIO INTENSO
Intorno alla metà degli Anni Ottanta nella sua opera entra il ferro, un materiale che in Curvo quadrato nero (1985) rende ancor più dialettico il rapporto di tensione visiva e tattile con la materia.
Gli Ottanta sono anche anni impegnativi: nel 1981 allestisce una personale al museo di Castelvecchio di Verona, a cura di Flaminio Guldoni; l’anno successivo è a Venezia in Biennale: qui dipinge delle campiture pittoriche sulla parete per favorire la simulata presenza delle lastre di vetro sulla struttura in ferro sospesa. E la sospensione è un dato fondamentale nel suo lavoro. Nel 1983 propone una personale al Mercato del sale di Milano e del suo lavoro si occupano Guido Ballo e altri nomi.
I suoi numerosi anni trascorsi girovagando in India a partire dal 1995 – “L’India è una terra in cui posso sentire l’energia di ogni cosa” – lo spingono a ulteriori ripensamenti. Ma la riflessione è costante e dopo queste esperienze la sua opera si fa ancor più portatrice di valori spirituali. Pensiamo alle sue opere legate al ciclo Soglia, dove una struttura in ferro, somigliante a una cornice, crea una nuova dimensione percettiva penetrata da una traccia materica.

Pietro Coletta, Barchetta al vento IV, 2004

Pietro Coletta, Barchetta al vento IV, 2004

IL COSTRUTTIVISMO PRIMITIVO
In anni più recenti, una struttura in legno accoglie una lastra di ferro contorta e bruciata. Oppure una barca si porta con sé un brandello di vela concepito accartocciando altra materia informe. È l’eterno ritorno di quel “costruttivismo primitivo” di cui scriveva Enrico Crispolti in occasione di una mostra del 1975, e quel carattere totemico e ancestrale delle sue primarie operazioni.

Lorenzo Madaro

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  • Bravo complimenti alto e magro come Emilio Vedova

  • renoir

    fino a un minuto prima di imbattermi in questa rubrica ero convinto (a torto?) che la definizione ‘mid-career artist’ si applicasse ad artisti di 40 anni o poco più, attivi da almeno 10 anni; qui invece si parla di 60-70 enni, altri defunti da tempo, tutti (ma questo può essere un mio limite) a me ignoti, e mi domando che senso abbia; forse era meglio chiamarla ‘misconosciuti alla riscossa’, o qualcosa del genere.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Ciao Renoir, hai ragione, stiamo utilizzando l’espressione “mid-career” in maniera “stressata”: si tratta di artisti che, al di là della loro età, non hanno mai superato quella fase, per ragioni che – riteniamo – sono più debitrici di debolezze del sistema dell’arte nostrano piuttosto che della debolezza del lavoro dell’artista preso in esame. È come se fossero rimasti intrappolati in quella fase.

      • Whitehouse Blog

        Sono d’accordo, chiediamoci il perché.

        • manlio

          perché così è la vita caro wh

          qualcuno resta indietro (nella considerazione), qualcuno è più furbo e fa più strada (ma poi resta col cerino in mano se il lavoro è debole), qualcuno è sopravvalutato, qualcuno si ritaglia un suo spazio e viene ‘ripescato’ dopo

          l’arte non è scienza!
          che poi nemmeno la scienza è esente da abbagli e epic fails
          (vedi il caso delle onde gravitazionali cui è stato dato credito solo un secolo dopo)

  • angelo

    interessante questa “mid-carrier alla riscossa”: e non si parla né di mid-carrier né della loro riscossa. insomma, l’espressione è usata un po’ a c… opss, in maniera “stressata”. poi ci si lamenta però delle “debolezze del sistema dell’arte nostrano”… beh, se tanto mi dà tanto: chi è senza peccato con quel che segue. :-)) … si fa per dire… si fa per dire!!
    gli è poi che le carriere degli artisti, come le vite, non vanno come parabole, tracciando un arco lineare, in crescendo in diminuendo o restando in istallo: sono come sono, un po’ così un po’ colì, e qualche volta riguardandole, magari qualche tempo dopo, sembrano il contrario. che fine farà un popo’ di artista blue chip come vezzoli riguardato fra qualche anno? lassa fa’!