Ecco come sta cambiando lo skyline di New York

In un certo senso si può dire che New York sia il suo skyline. O meglio, lo skyline racconta forse meglio di qualsiasi altra chiave di lettura l’evoluzione – e l’involuzione – della città. Di questo racconta Alessandro Orsini, in questo articolo e nel suo libro “Forma Urbana”. Leggendo la città contemporanea come un organismo vivente immerso in un sistema di riferimento multidimensionale.

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One World Trade Center da Greenpoint - courtesy Architensions

One World Trade Center da Greenpoint – courtesy Architensions

NEW YORK È IL SUO SKYLINE
Greenpoint, pausa pranzo. Dall’acqua il profilo di New York si staglia maestoso in questo punto di Brooklyn, in linea d’aria quasi di fronte all’edificio dell’ONU. Geograficamente lo skyline si distingue tra quello che è visibile da Manhattan e quello che si può vedere da Brooklyn. Da qualche anno, però, anche chi si trova in New Jersey può osservare l’andamento della città dal nuovo World Trade Center fino ad arrivare al complesso di Hudson Yard tutto in costruzione, passando per gli edifici che affacciano sulla High Line, sulla parte west di Manhattan.
Per New York lo skyline rappresenta un parametro di analisi, dove gli edifici simboleggiano lo sviluppo economico e sociale del tessuto urbano. La città sta vivendo un momento piuttosto delicato: da una parte la richiesta di nuove abitazioni per chi ci vive, dall’altra parte un sistema speculativo che fa lievitare il prezzo degli appartamenti e degli spazi commerciali, tagliando fuori dalla città la classe media, spingendo gli artisti, gli stessi che rappresentano la grande ricchezza intellettuale di New York, lontano dal centro urbano. La conseguenza è l’impoverimento non solo culturale, ma anche architettonico, che immediatamente si riflette sullo skyline.
Storicamente la morfologia dello skyline inizia con l’evolvere del tessuto urbano nel lower Manhattan all’inizio del Novecento, con la costruzione del Woolworth Building, che rimarrà la torre più alta fino al 1930. È solo con l’avvio degli Anni Trenta che, grazie a una normativa ad hoc per la zonizzazione, la città comincia a cambiare aspetto: il primo grattacielo in stile Art Déco s’innalza su Park Avenue – è il New York Telephone Building – e le geometrie degli edifici si ispirano all’arte “primitiva” africana, all’Egitto e alle forme azteche del Messico. Diventano una tipologia, riconoscibile ancora oggi, che ha influenzato a lungo l’architettura della città.
A seguire, sempre negli Anni Trenta, viene completato il Crysler Building e subito dopo l’Empire State Building, ancora oggi, probabilmente, il grattacielo più famoso costruito durante gli anni della Grande Depressione, simbolo di ottimismo e speranza per il futuro. A stabilire un’innovazione tipologica caratteristica di quel periodo ci sono gli osservatori pubblici all’ultimo piano, le piazze e i giardini con funzioni commerciali adiacenti. Nello stesso periodo prende avvio la costruzione di un altro significativo tassello dello skyline di New York: il Rockfeller Center, spazio pubblico per eccellenza con il suo skate ring, i giardini e il Top of the Rock dal quale si può cogliere una bellissima vista della città a 360 gradi.
Negli Anni Cinquanta fervono i piani per l’edificio destinato a divenire un’icona: si tratta del Palazzo del Segretariato dell’ONU con affaccio sull’East River. Inaugurato nel 1951, dopo due anni di lavori, è stato progettato da un gruppo di consulenti internazionali e poi sviluppato secondo il progetto di Oscar Niemeyer e di Le Corbusier. Poco dopo, nel 1956, viene intrapresa la costruzione del Seagram Building, momento significativo in quanto segna l’abbandono della tipologia a strati. Con il suo curtain wall disegnato da Mies Van Der Rohe e la sua piazza con le due piscine, si inserisce nel tessuto urbano come spazio pubblico.

One World Trade Center, New York - courtesy Architensions

One World Trade Center, New York – courtesy Architensions

LA NASCITA DELLE TORRI GEMELLE
Dobbiamo arrivare all’inizio degli Anni Settanta per aggiungere allo skyline di New York il World Trade Center con le Torri Gemelle progettate da Minoru Yamasaki. Le due torri spostano il baricentro percettivo dell’isola, fungono da punto di orientamento e sono visibili da tutti i cinque grandi borough della Grande Mela: si slanciano alte, improvvise, fra il tessuto urbano basso del quartiere che le ospita.
Analizzando quanto avviene in tempi più recenti, si assiste all’abbandono dell’idea di associare lo spazio pubblico o un osservatorio alla tipologia del grattacielo, una scelta dettata dalla volontà di massimizzare le superfici utili degli edifici. Con l’aiuto del sindaco Bloomberg, il limite dell’altezza viene innalzato ulteriormente, così da consentire la “conquista del cielo”. Le multinazionali del real estate hanno libero campo, la zonizzazione cambia e, sotto la pressione della grande speculazione edilizia, ancora oggi in corso a ritmi incalzanti, vaste aree della città si trasformano.
Il 2006 rappresenta un anno importante: Renzo Piano costruisce la nuova sede del New York Times e viene posata la prima pietra per il World Trade Center One di David Childs. Questa torre sostituisce le Twin Towers e sarà al centro del dibattito architettonico internazionale. New York, infatti, perde una fondamentale occasione architettonica e urbana per riconfigurare una porzione della metropoli violentemente colpita dagli attentati dell’11 settembre. Il progetto vincitore del concorso è relegato a una sorta di masterplan guida e il risultato è quello di una serie di torri generiche, senza anima, seppur a volte eleganti nelle proporzioni. Lo skyline cambia, ma gli edifici hanno poco a che fare con il tessuto urbano. Lo spazio pubblico perde la sua precaria riconoscibilità e l’architettura diventa costruzione come strumento di finanziario.

Christian de Portzamparc, One 57th Street, New York 2015 - courtesy Architensions

Christian de Portzamparc, One 57th Street, New York 2015 – courtesy Architensions

CASSEFORTI NEL CIELO
Più recentemente lo skyline di New York subisce un’ulteriore evoluzione: gli investitori immobiliari individuano infatti nella tipologia a torre l’ultimo trend dei condomini di lusso. L’afflusso di capitale dall’Europa, dalla Russia, dal Medio Oriente e dalla Cina provoca un vertiginoso innalzamento dei costi delle abitazioni. Queste residenze, perfette per chi specula, sono “casseforti nel cielo” equiparabili alle cassette di sicurezza delle banche in cui i proprietari parcheggiano i loro investimenti, ma raramente le visitano. Nascono così progetti di torri sottili, esili, altissime residenze tra le nuvole. Christian de Portzamparc costruisce One 57th Street, Rafael Viñoly il 432 Park Avenue, mentre SHoP progetta 111 west 57th Street.
Ancora una volta si concepiscono torri generiche prive di integrazione con il tessuto urbano circostante, con spazio pubblico inesistente alla loro base: vogliono apparire leggere, come se la sottigliezza diventasse l’unico parametro progettuale. In realtà vanno a costituire il simbolo della disparità del reddito, essendo troppo costose anche se misurate con gli standard di New York. Sono l’emblema della nostra società, dove a essere celebrati sono i super ricchi e il loro stile di vita. Nella maggior parte dei casi, sono progetti lontani anche dall’idea architettonica originaria, puntualmente ignorata dai developers, che mirano solo all’investimento economico. Così la presenza di architetture pubbliche per la città sta diventando sempre più rara, con poche eccezioni.

New buildings in New York City - (c) Artribune Magazine

New buildings in New York City – (c) Artribune Magazine

A ovest di Manhattan, nel 2004 nasce l’associazione Friends of the High Line, a cui si deve il salvataggio della linea ferroviaria elevata che dal Meatpacking District arriva fino ai binari della 34esima strada. Diller Scofidio+Renfro, vincitori del concorso internazionale, progettano qui un autentico osservatorio in quota sulla metropoli. La superficie dei binari viene preservata, con l’aggiunta di una superficie secondaria che si stacca, sale, poi scende di nuovo e conduce a fare un’esperienza privilegiata del tessuto urbano circostante. Da questo parco si può godere della vista dell’Hudson e del New Jersey, oppure lo sguardo si snoda attraverso gli edifici delle gallerie d’arte di Chelsea. Nata dalla forte volontà di un gruppo di cittadini, la High Line viene costruita dopo una lunga battaglia contro gli speculatori edilizi, che puntavano alla sua demolizione e alla conseguente parcellizzazione dei terreni su cui sorge. Lungo questo percorso, così speciale, negli anni sono sorte diverse altre architetture, certamente divenute parte dello skyline di oggi. E altre ne verranno: alla fine di questo percorso sospeso sorgerà il complesso di Hudson Yard sui binari che fungono da deposito per la vicina Penn Station. La creazione di grandi spazi verdi e piazze sposterà il baricentro creato da Times Square verso l’acqua, con spazi culturali per la città, teatri, shopping e giardini, veri e propri condensatori sociali.
Se ci spostiamo invece a est, un altro edificio importante si aggiungerà allo skyline: la Queens Public Library. Sorgerà vicino all’ormai famosa insegna luminosa della Pepsi-Cola a Long Island City e, grazie alla sua facciata porosa, anche questa nuova biblioteca illuminerà di notte. Disegnata da Steven Holl, è uno fra i pochissimi progetti pubblici su cui la municipalità sta investendo i propri capitali; sarà un edificio in cemento coperto da uno strato di pittura in alluminio capace di conferirgli un aspetto metallico, luccicante. La biblioteca risulta divisa per fasce di età – bambini, adolescenti e adulti – mentre la circolazione interna è disposta perpendicolarmente alle vetrate: si godrà di una vista mozzafiato di Manhattan e di una, interna, su un giardino di alberi di ginko che cambiano colore durante le stagioni.

La Queens Library vista dal Four Freedom Park, New York - courtesy Steven Holl Architect

La Queens Library vista dal Four Freedom Park, New York – courtesy Steven Holl Architect

QUALE FUTURO PER LA GRANDE MELA?
Oggi New York vede la mutazione del suo skyline legata al ritmo degli investimenti dei privati, per l’interesse di un’élite di persone. A mancare ai progetti è il link fra architettura e disegno urbano, l’esperienza alla scala umana della città che si riappropria dello spazio pubblico. Quando però il sole è tramontato e gli edifici hanno acceso le loro migliaia di luci, e il profilo della città si staglia nero contro il cielo blu notte, allora non ci sono differenze sociali negli edifici. E lo skyline resta sempre tra le cose più misteriose e affascinanti da osservare a New York.

Alessandro Orsini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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