È morto a 84 anni il regista Ettore Scola. Un’icona del cinema, fra commedia all’italiana e cinema impegnato

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Ettore Scola

Ettore Scola

La notizia è di pochi minuti fa: stando all’agenzia ANSA, il regista Ettore Scola è morto quest’oggi, all’età di 84 anni. Ancora non si conoscono i dettagli del tragico evento, eppure online è già un susseguirsi di omaggi a una figura così importante, per la storia del cinema italiano, da essere entrato nel patrimonio di conoscenze collettive al pari della sua filmografia.
Nato a Trevico – in Irpinia – nel 1931, è alla città di Roma che si lega presto il nome dell’autore. Trasferitosi all’Esquilino con la famiglia, ancora studente inizia a collaborare come vignettista per riviste umoristiche come Marc’Aurelio. Il passaggio al cinema risale agli anni Cinquanta, quando inizia a scrivere sceneggiature nel filone della commedia all’italiana, ma già nel 1964 esordisce alla regia. Quattro anni e arriva il successo, con Ettore Scola che dirige Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier nel film Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?.
Gli anni Settanta sono quelli della maturità artistica: il regista firma nel 1974 il suo grande capolavoro, C’eravamo tanto amati, dove ai protagonisti – Vittorio Gassman, ancora Nino Manfredi e Stefano Satta Flores – spetta il compito di riassumere un trentennio di storia del Belpaese, grazie anche a una serie di omaggi stilistici di Scola ai suoi maestri (a cominciare da Vittorio De Sica, cui dedica la pellicola).

Il riconoscimento di critica e pubblico – anche a livello internazionale – viene confermato dai film successivi: Brutti, sporchi e cattivi (1976) e Una giornata particolare (1977), con cui Scola si guadagna la prima nomination all’Oscar per il miglior film straniero. Seguiranno altre tre candidature per I nuovi mostri (1978), Ballando ballando (1983) e La famiglia (1987).
L’ ultimo film è del 2013 e vede Scola tornare dietro la macchina da presa dopo una pausa decennale; presentato al Festival di Venezia, Che strano chiamarsi Federico è dedicato a Fellini, con cui aveva condiviso l’esperienza del Marc’Aurelio, e vale al regista il Premio Jaejer Le Coutre – Glory to The Filmaker e il Premio Vittorio De Sica.
Il suo cinema ha raccontato l’Italia con sarcasmo e ironia e ha reso uno spaccato di storia del Paese in una chiave delicata e autentica.

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