Dal V&A al Maat di Lisbona. Intervista con Amanda Levete

Amanda Levete, di origine gallese, è una delle stelle dell’architettura contemporanea. Dopo aver firmato importanti progetti di strutture museali e culturali, come l’ampliamento del V&A Museum a Londra, sta realizzando il MAAT – Museo de Arte, Arquitectura y Tecnología di Lisbona, di cui vi abbiamo parlato in anteprima sul nuovo Artribune Magazine. L’abbiamo incontrata a Roma e ci ha raccontato gli ultimi progetti dello studio AL_A che ha fondato nel 2009, ma anche la straordinaria esperienza con il mitico studio sperimentale Future System, che ha condotto per anni con Jan Kaplický e che le ha valso lo Stirling Prize nel 1999.

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MPavilion, Melbourne - copyright Timothy Burgess

MPavilion, Melbourne – copyright Timothy Burgess

A Roma, durante la conferenza organizzata da Massimo D’Alessandro a Valle Giulia, hai scelto di parlare di tre progetti: l’MPavilion 2015 di Melbourne, il MAAT di Lisbona, il V&A di Londra. In tutti questi casi, l’uso della tecnologia è un aspetto estremamente interessante: nel primo è posto in relazione alla natura, nel secondo al paesaggio urbano, nel terzo al patrimonio storico.
È tecnologia ma anche ricerca, il desiderio di esplorare e spingere i materiali fino al limite più estremo. La tecnologia in sé non è così interessante. Lo diventa quando viene applicata a un’idea: solo allora prende vita.
L’MPavilion è probabilmente il caso più estremo in questo senso. L’obiettivo era ottenere un’apparenza di fragilità, eleganza e leggerezza. Volevamo una copertura che avesse le qualità delle foglie di un albero, ma senza operare una mimesi: sarebbe quindi dovuta essere molto, molto sottile. Avevamo il presentimento che l’idea di usare vetroresina e aste in fibre di carbonio avrebbe funzionato, ma nessuno lo aveva mai fatto prima. E avevamo a disposizione solo pochi mesi: se non avesse funzionato, non avremmo avuto alternative.

È possibile che l’MPavilion rappresenti la tua idea di capanna primitiva? Che sia un tuo statement sull’architettura?
È molto difficile dirlo. Certamente esprime la volontà di portare avanti nel nostro piccolo il dibattito: in questo caso, ripeto, ci interessava portare le tecnologie ai loro limiti, nel tentativo di fare qualcosa di assolutamente innovativo.

Tornando ai tre progetti: cosa hanno in comune?
Forse ciò che li unisce è il desiderio di radicare l’idea progettuale nel contesto. Nel caso del padiglione di Melbourne, nei Queen Victoria Gardens. Intento piuttosto difficile: tanto il parco era esteso, quanto il padiglione piccolo.

Come Davide e Golia.
Esattamente. Si trattava di imitare la natura: creare un padiglione che sembrasse un elemento naturale, che ondeggia con il vento, le cui chiome illuminate creano incredibili giochi di ombre sul terreno. Abbiamo così sovvertito la tradizionale idea di staticità dell’architettura.

MAAT, Lisbona, River view - copyright AL_A

MAAT, Lisbona, River view – copyright AL_A

Il MAAT dialoga invece con un contesto urbano.
Nel caso di Lisbona, il tema è il rapporto fra la città e lo spettacolare sito di progetto, un lotto sul fiume Tago, rivolto a sud. Un elemento fondamentale del contesto è la luce che si riflette sull’acqua – molto bella, gialla, intensa. L’altro è la città, da cui il lungofiume è completamente tagliato fuori a causa dei binari ferroviari.
Il nostro progetto vuole riconciliare l’affaccio sull’acqua con la città vecchia sulla collina. In due modi: letteralmente, con un ponte che scavalca la ferrovia; metaforicamente, collegandolo a due spazi pubblici, una piazza esistente e uno spazio urbano sul tetto del museo, un luogo d’incontro sulla sommità dell’edificio, ma a sé stante. Da lì si può godere di una vista favolosa verso il Tago o – ancor più importante – spalle al fiume, assistere a un evento cui la città fa da sfondo, come una romantica vista notturna di una città illuminata in un film. In questo modo è possibile cogliere la relazione fra la città e il lungofiume, la loro vicinanza.

Nel nuovo ingresso su Exhibition Road del Victoria and Albert Museum di Londra – attualmente in fase di realizzazione – vi siete confrontati con la storia. Exhibition Road è una sorta di luogo impossibile…
È la via che conduceva alla sede della Grande Esposizione di Londra del 1851 – il Crystal Palace in Hyde Park – e lungo la quale sorgono tutti i musei. Mentre cammini lungo la strada, l’atmosfera è solenne e piuttosto cerimoniosa, ed è così che fu pensata. Ma non ci sono aree in cui sostare, in cui prendere fiato. Con il nuovo ingresso abbiamo quindi voluto creare quello spazio pubblico mancante.

Il tema del museo ricorre nel tuo lavoro. È per te uno strumento attraverso cui trasformare la città?
Si va al museo non solo per vederne la collezione. Ma per avvicinarsi a noi stessi, per comprendere la nostra posizione nel mondo. Per passare il tempo con chi ne sa di più su qualcosa che si vuole approfondire… nei musei è possibile vedere sconosciuti intavolare conversazioni sull’arte o sulla cultura in generale. Bisogna quindi creare luoghi in cui le persone possano condividere conoscenza, essere stimolate. E non riguarda solo i musei: penso che si possa sviluppare questo tipo di discorso in qualsiasi progetto. Ad esempio negli edifici commerciali, perché sono questi – non più le chiese – i luoghi in cui oggi le persone si riuniscono.

V&A, Londra, cantiere - Copyright & Credit Stephen P Citrone

V&A, Londra, cantiere – Copyright & Credit Stephen P Citrone

Durante la conferenza hai ripetuto più volte l’espressione: “Come together”. Mi sembra che in ogni progetto ci sia la volontà di produrre uno spazio pubblico: luogo di incontro è il padiglione, così come lo spazio urbano sul tetto del MAAT e infine la corte del V&A. Che ne pensi?
Oggi lo spazio pubblico è più importante che mai. Possiamo risolvere i problemi della nostra società solo facilitando l’incontro tra persone di diverse culture e background. Per questo, dobbiamo offrire spazi stimolanti ed edificanti in cui incontrarsi. È la ragione per cui penso che lo spazio pubblico sia così importante.
Mi viene in mente la Mappa del Nolli del XVIII secolo, in cui sono mappati tutti gli spazi pubblici e semipubblici di Roma. Offre una lettura totalmente differente della città. La sequenza di spazi – uno collegato all’altro – è più importante dell’edificio in sé. Ecco perché tutti amano passeggiare per Roma: muoversi da uno spazio a un altro, senza sapere esattamente dove si sta andando, attraversando piccole vie, corti, spazi più ampi. Sarebbe molto interessante produrre una mappa simile per Londra, registrando tutti gli spazi pubblici esistenti. E poi, pensare a come unirli. Bellissimo no?

Con la No-stop City Andrea Branzi cercò di dare una nuova interpretazione della città: analizzando la città stessa come un interno, cambiò il modo in cui esplorare luoghi e spazi. Nel tuo lavoro c’è qualche relazione con l’Architettura Radicale italiana e internazionale?
Oh sì! Da studentessa all’AA sono stata incredibilmente influenzata da loro e da Cedric Price. Più di ogni altra cosa, ho imparato il significato del pensiero concettuale: per molti versi è più rilevante della realtà costruita. Ciò che cerchiamo di fare nei nostri lavori è rendere esplicito il pensiero alla base delle decisioni progettuali. ll V&A è forse il miglior esempio: abbiamo provato a rendere visibile l’invisibile. Ad esempio, facendo comprendere intuitivamente la provenienza del complesso pattern della corte, che deriva dalla struttura.
AL_A esiste da soli cinque anni e mezzo, ma questo è un forte filo conduttore che attraversa tutto il nostro lavoro. È qualcosa che sviluppi col tempo: un passo porta a un altro. Per questo motivo i concorsi sono molto importanti. Anche se si perde. Ogni concorso diventa parte del tuo repertorio e del tuo modo di pensare. E un concorso perso può condurre a uno vincente: un anno prima di vincere il concorso per l’estensione del V&A abbiamo partecipato a quello per il Louvre. È stato un fiasco totale, ma il pensiero sviluppato in quell’occasione ha influenzato profondamente il lavoro sul V&A.

MPavilion, Melbourne - copyright John Gollings

MPavilion, Melbourne – copyright John Gollings

Ricordo due piccoli libri di Future Systems – For Inspiration Solo (1996) e More for Inspiration Only (1999). Fra i progetti elaborati da Future Systems e quelli del tuo attuale studio AL_A sembrano esserci così tante differenze. Allo stesso tempo, quei libri non mostrano il linguaggio di Future Systems, ma un’idea generale tuttora presente nei progetti di AL_A.
Sono testi di qualche tempo fa, ma molto importanti. Senza mostrare alcun edificio, comunicavano un modo di pensare, quasi un’ideologia senza parole. Erano libri davvero potenti.

È impressionante che siano stati realizzati senza Google. È incredibile come siate riusciti a trovare e organizzare un archivio così sofisticato di elementi.
È stato prima dell’avvento di Internet. Le immagini provenivano dalle riviste… dove altrimenti le avremmo potute prendere?

Ora è completamente diverso…
Sì. Ora premendo un tasto hai una valanga di spunti interessanti. Ma nulla è più potente e personale dell’approccio analogico alla ricerca. È una questione a cui sono molto interessata, così come al modo in cui la tecnologia digitale ha cambiato il modo di progettare. Mentre io ho finito di studiare proprio nel momento in cui i computer iniziavano a diffondersi nella pratica architettonica, tutti gli altri nel mio studio si sono formati con i computer, disegnano in 3D e in scala 1:1. Ma la connessione tra la matita e il cervello è – come la versione analogica della ricerca di immagini – più profonda… si perde qualcosa stando solo davanti allo schermo.
Quando un collaboratore, mostrandomi ciò che ha modellato in 3D, incontra un problema, cambia d’istinto prospettiva. So che cosa sta facendo: cerca di evitare il problema. Allora lo mando a fare un modello. Un modello reale, anche grezzo – in plastilina, carta, cartoncino… Con il modello in mano, non si può sfuggire al problema: lo si deve affrontare. Inoltre, pensando costantemente in 3D, non si progetta a partire dalla pianta. Così alla domanda: dov’è l’ingresso? Non c’è risposta. Sarebbe sufficiente smettere di lavorare in 3D, prendere un pezzo di carta e disegnare! Ovviamente non intendo dire che i computer siano inutili, ma solo che è importante ricordare l’origine del pensiero.

Matteo Costanzo
in collaborazione con Marta Atzeni

www.ala.uk.com

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