Gauguin a Milano. Racconti dal Paradiso

Mudec, Milano – fino al 21 febbraio 2016. La matrice primitiva, quasi selvaggia, della pittura di Paul Gauguin trova riscontro nella mostra ospitata dal recente Museo delle Culture meneghino. In un viaggio di andata e ritorno tra gli esiti della pittura francese ottocentesca e le paradisiache atmosfere tahitiane.

Print pagePDF pageEmail page

Paul Gauguin, Ragazza bretone, 1891 - Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Paul Gauguin, Ragazza bretone, 1891 – Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

PAUL GAUGUIN, IL PRIMITIVO
Voleva essere “selvaggio”, o meglio “primitivo” e “bambino” a tutti i costi, Paul Gauguin (Parigi, 1848 – Atuona, 1903), secondo un binomio di chiara matrice positivista ricorrente nei suoi scritti. Soprattutto in un momento della storia in cui la riscoperta del “primitivismo” aveva dato nuovo impulso alle più avanzate teorie in diversi campi della cultura – dalla psicologia alla critica d’arte.
L’urgenza di creare un’arte nuova, che affonda le radici in un edenico mondo primitivo, si rintraccia in tutta la carriera di Gauguin, le cui tappe fondamentali si riescono a percorrere attraverso la scelta di opere – alcune esposte per la prima volta in Italia – presentate al neonato Museo delle Culture di Milano, dove è di casa l’arte primitiva, proveniente dai quattro angoli del mondo.

Paul Gauguin, Autoritratto con Cristo giallo, 1890-91 - Parigi, Musée d’Orsay

Paul Gauguin, Autoritratto con Cristo giallo, 1890-91 – Parigi, Musée d’Orsay

PITTURA PURA
Pittore a tutti gli effetti Gauguin lo diventa tardi, a trent’anni suonati, dopo aver girato mezzo mondo e tentato differenti mestieri. Gli esordi risalgono ai primi Anni Settanta, nella montante marea impressionista e sulle orme di Camille Pissarro, il suo primo mentore, rappresentato in mostra da Paesaggio in febbraio (1878) e Paesaggio dei dintorni (1880). Le due tele sono messe a confronto con prove paesaggistiche un poco più tarde di Gauguin, che sfrutta la grammatica impressionista per andare oltre l’Impressionismo, con l’esigenza di tenere sempre insieme forma e contenuto, e di mostrare con forza i propri mezzi espressivi. L’orgoglio della “pittura pura”, che diventa importante quanto o più del soggetto rappresentato, pervade anche il Nudo di donna che cuce (1880), un capolavoro di rapporti cromatici, con il colore che si raggruma e vibra di umori sanguigni sotto l’incarnato carezzato da una luce livida. È evidente la predilezione per l’eleganza formale di Degas, altro riferimento per Gauguin lungo tutti gli Anni Ottanta.
La svolta decisiva si colloca nel 1889, l’anno in cui Gauguin rimane impressionato, all’Esposizione parigina, dal contatto diretto con l’arte dei popoli primitivi, dalle figure di culto giavanesi fino alle sculture nordafricane. La ricerca di sintesi della sua pittura, che già aveva preso una strada coloristica e bidimensionale, accelera vertiginosamente. Nella serie di zincografie delle Gioie di Bretagna (1889) le contadine della campagna bretone si trasformano in donne algerine: ancheggiano con la gerla in testa o stanno sedute, seminude, in riva al fiume. La semplicità della vita agreste si traduce nell’estrema semplificazione delle forme e delle figure, che in opere come la Ragazza bretone (1889) sono poco più che burattini senza vita, cullati dalle stesse linee dolci, ondulate, che animano il paesaggio circostante.

Paul Gauguin, Donne tahitiane sdraiate - Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Paul Gauguin, Donne tahitiane sdraiate – Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

DA TAHITI A PARIGI
Ancora prima di partire per Tahiti, nel 1891, Gauguin mette a fuoco la sua cifra stilistica, estremamente riconoscibile, in un coacervo di citazioni da culture differenti, con una forte carica simbolica, di cui il Ritratto con Cristo giallo (1890) è un manifesto ideale.
In Polinesia l’artista ha la possibilità di immergersi totalmente in quella vita primordiale tanto idealizzata, tra forme e colori di un mondo ancestrale di cui la sua pittura e la sua scultura, ben rappresentata in mostra, non possono fare a meno. Sorprende, però, che le opere più dirompenti non siano quelle realizzate a Tahiti, ma quelle compiute durante i rientri in Francia e ispirate alla vita tahitiana, come Donne tahitiane sdraiate (1894).
Riportata alla giusta distanza dalla placida vita borghese parigina, la realtà tropicale riacquista la sua evanescenza onirica: il colore è pura evocazione, tra i ritmi fluttuanti e ondulati del ricordo. È la conferma che il mito, per essere tale, non deve avere confini definiti nello spazio e nel tempo.

Stefano Bruzzese

Milano // fino al 21 febbraio 2016
Gauguin. Racconti dal Paradiso
a cura di Line Clausen Pedersen e Flemming Friborg
MUDEC
Via Tortona 56
02 54917
[email protected]
www.mudec.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/49055/gauguin-racconti-dal-paradiso/

Prima di commentare, consulta le nostre norme per la community