Talenti fotografici. Intervista ad Allegra Martin

Nata a Vittorio Veneto nel 1980, laureata in Architettura allo IUAV di Venezia, con un particolare interesse nei confronti delle arti visive, Allegra Martin sin da bambina ama disegnare. All’università conosce Guido Guidi, del quale segue il corso, ma frequenta anche quello di Urbanistica di Stefano Boeri, che le apre nuovi orizzonti.

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Allegra Martin, Linea veloce Milano-Bologna, 2009

Allegra Martin, Linea veloce Milano-Bologna, 2009

Nella tua fotografia mi pare di scorgere un’anima tipica della fotografia italiana, in cui sono contemporaneamente il paesaggio e le persone.
Sicuramente nella mia formazione sono stati importanti i fotografi che hanno rivolto la loro attenzione al paesaggio. Il paesaggio è la sommatoria di proiezioni mentali e culturali, in cui attraverso la fotografia si ricercano tracce e segni.

Stefan Lorenzutti ha scritto nel catalogo uscito in occasione della tua mostra personale, su invito di Gerry Johansson, a Malmö (2014), a proposito di Lido: “Allegra Martin e la sua ombra stanno consumando la suola delle scarpe, senza una meta, ma con un preciso intento in mente”.
Quando ho iniziato a fotografare, durante i miei studi alla facoltà di Architettura, pensavo che iniziare un lavoro fotografico implicasse un progetto a priori. Ora la parola progetto non mi piace riferita al mio lavoro. Mi sono accorta di non avere necessità di un tema per fotografare. Uscire di casa per fotografare significa, piuttosto, predisporsi all’incontro, alla sorpresa. Nel corso degli anni ho iniziato a capire cosa significava la fotografia.

E cosa significa?
È un modo per ritrovare me stessa all’esterno, è un esercizio costante di elaborazione del mondo che passa attraverso la visione. Il disegno implica la produzione di qualcosa di nuovo, dall’interno all’esterno. La fotografia è un processo inverso: è un modo di rintracciare nel mondo che ci circonda qualcosa che ha una corrispondenza dentro di noi. Proietto nelle cose che vedo le mie fantasie, e attraverso la fotografia, le cose immaginate diventano vissuto. Louise Bourgeois ha affermato che il mestiere dell’artista è al tempo stesso benedizione e condanna, dalla quale non si può fuggire. Lavorare su se stessi, elaborare la percezione del mondo diventano una necessità. Io credo che “fare” arte sia una forma di resistenza alla morte, un modo per “decifrare” il quotidiano e cercare nuovi possibili significati attraverso la decostruzione dei suoi elementi.

Scorgo evidente un’eredità americana.
Ho sempre guardato con interesse a Stephen Shore, a William Eggleston, ma il fotografo il cui lavoro è stato per me decisivo è Walker Evans.

Allegra Martin, Cartoline dalla Brianza, 2013

Allegra Martin, Cartoline dalla Brianza, 2013

Parliamo di Cartoline dalla Brianza del 2013.
Abito a Milano e la Brianza è vicina. Era dicembre, c’era una bella luce. Ho iniziato a fotografare e ho trovato molte analogie con la città diffusa veneta: un paesaggio che a un primo sguardo risulta banale e ripetitivo, ma che a uno sguardo più approfondito rivela la sua identità. Con quel lavoro ho partecipato e vinto il premio di fotografia Segni del/nel paesaggi, indetto dall’Ordine degli Architetti di Monza e Brianza.

Con le tue foto non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a immagini rubate. Così nel lavoro Lido (2014) su Lido Adriano, commissionato dall’Osservatorio Fotografico di Ravenna nel 2014.
Con Lido mi sono tenuta sul confine tra il privato e il pubblico, tra la strada e il cortile. Molte delle persone che incontravo e fotografavo, pur vedendomi non facevano caso a me. È un luogo particolare, con un’identità sfuggente: nasce come posto di villeggiatura, ma negli ultimi decenni molti immigrati si sono trasferiti lì dando origine a un vivace mix interculturale. Le discoteche degli Anni Ottanta e Novanta sono oggi dei residence.

È appena stato pubblicato da Quinlan, a cura di Roberto Maggiori, un tuo libro in sole settanta copie, Double bind (2015). È un lavoro misterioso, strano, diverso dai tuoi soliti.
Questa serie è nata da un momento di crisi, in cui stavo cercando nuovi stimoli. Ho sempre fotografato con macchinette usa e getta. Tre anni fa, non avendo con me la macchina fotografica e avendo l’esigenza di fotografare, ne ho acquistata una scaduta da un cartolaio. Così ho deciso di avere sempre con me una di quelle scatole o una piccola compatta automatica, in cui utilizzo rullini scadenti e fotografo istintivamente. Sono foto sporche, in cui trova spazio l’errore. È una sorta di diario, di esercizio.

Allegra Martin, dalla serie Lido, 2014

Allegra Martin, dalla serie Lido, 2014

E il titolo?
Il titolo deriva da una teoria di Gregory Bateson degli Anni Cinquanta: quella del doppio legame, appunto, per cui in una comunicazione tra due individui che hanno una relazione si presenta un’incongruenza tra il livello esplicito del discorso e quello meta-comunicativo. Avviene quindi un cortocircuito. Questo per me avviene anche in fotografia: io attribuisco all’oggetto/soggetto un significato che contraddice il suo discorso.

Hai intitolato alcuni lavori Deserto Rosso, con riferimento ad Antonioni, al cinema.
Ho lavorato e sto lavorando partendo dal film. Ho sempre amato moltissimo Antonioni, la sua ricerca visiva e il fatto che spesso le immagini non sono funzionali allo spettatore, ma hanno una complessità più estesa.

Guardando On board (2010), il tuo lavoro sulle navi a breve percorrenza, sembra di fare un salto all’indietro, agli Anni Settanta con le moquette colorate, le tappezzerie…
Mi piace l’idea della traversata. Il lavoro parte da una citazione di Foucault: “La nave è l’eterotopia per eccellenza”. Le navi traghetto sono un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, in cui si è in attesa di arrivare. Anche l’arredamento degli interni è finalizzato a questo: spazi con una propria identità, senza soluzione di continuità con l’esterno.

Angela Madesani

www.allegramartin.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #28

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