Al Cairo due spazi culturali indipendenti perquisiti nella notte per conto dell’Autorità per la censura egiziana. Chiusi la Townhouse Gallery e il Rawabet Theater

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Townhouse Gallery, Il Cairo

Townhouse Gallery, Il Cairo

Sono tempi, questi, di diffidenza e circospezione, di paura e controllo; di censure che si inaspriscono, e libertà personali che si limitano, a volte – così ce la raccontano dai piani alti – per il nostro stesso bene. Lunedì sera, 28 dicembre, al Cairo, nella zona bassa della città, la Townhouse Gallery e il Rawabet Theater sono stati perquisiti e, alla fine, chiusi. Ma stavolta non c’entrano minacce di terrorismo. A riportare la vicenda, Mada Masr, un quotidiano online egiziano indipendente, fondato nel 2013 dall’ex redazione del settimanale Egypt Independent, dopo che nell’aprile dello stesso anno si vide chiudere la testata, una delle poche voci fuori dal coro, e per questo scomode, tra i media egiziani.
Intorno alle 19, un manipolo di ufficiali in borghese, per conto dell’Autorità per la censura, l’Ufficio tasse e l’Agenzia per la sicurezza nazionale, hanno fatto irruzione nel noto art space non profit e nel suo teatro, che, dal 1998, promuovono artisti emergenti locali e alimentano una scena dell’arte visiva e performativa, sperimentale e indipendente, con mostre, spettacoli, conferenze e simposi.

INTERROGATORI, DOCUMENTI SEQUESTRATI E CHIUSURA FORZATA
Durante il raid, i funzionari hanno perquisito la galleria e gli uffici, interrogato gli impiegati, passando al setaccio computer, carte d’identità, documenti, autorizzazioni, materiali d’archivio, persino le opere d’arte in esposizione. I legali dell’AFTE – Association of Freedom of Thought and Expression sono arrivati sul luogo mezz’ora dopo l’inizio delle operazioni. Alla fine, un computer personale e uno dell’ufficio sono stati sequestrati, assieme a svariati documenti, cd e chiavette USB. Sia il teatro che la galleria, con annessi uffici, archivio e biblioteca, sono stati chiusi – non è ancora chiaro se in maniera temporanea o permanente – senza fornire alcuna motivazione del mandato.
Il risultato? Il Cairo ora conta due luoghi culturali in meno, vittime di una qualche censura del regime del presidente egiziano Al-Sisi, che, secondo l’Human Rights Watch, sta utilizzando la minaccia dell’ISIS come scusa per reprimere ogni forma di opposizione politica. Che si tratti di una protesta pacifica o di una mostra d’arte contemporanea.

– Marta Pettinau

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