Pasolini, l’Alieno: 2 novembre 1975-2015

Domani sono quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Qual è la sua eredità, oggi? Cosa è diventato il nostro Paese nel frattempo?

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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

La solitudine: bisogna essere molto forti / per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe / e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare / raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere / rapinatori o assassini; se tocca camminare / per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera / bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è; / specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata, / e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi; / non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio, / oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte / senza doveri o limiti di qualsiasi genere” (Trasumanar e organizzar, 1971).
Nelle celebrazioni inevitabili del quarantennale, Pasolini non è già più ormai “prossimo nostro”, ma si allontana di fatto sempre di più. Diventa irraggiungibile. E più si citano i suoi testi, più le sue parole si congelano e si cristallizzano (come le foto ormai canoniche: quella con gli occhi penetranti che guardano fissi lo spettatore e la mano che regge il mento, quella di profilo con la cinepresa in spalla, quella sul campo da calcio…): non c’è nulla di peggio, infatti, della mania e dell’ossessione tutte italiane per la monumentalizzazione delle figure (in particolare di quelle più disprezzate e incomprese da vive): “La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi.”
Per me, in tutta onestà, l’aspetto più interessante di questa ricorrenza è pensare che cosa è l’Italia dopo Pasolini, senza Pasolini. Da un lato, infatti, questo Paese ha realizzato in pieno le sue profezie civili, in particolare quelle elaborate tra il 1971 e l’anno della morte; dall’altro lato, invece, esso è andato talmente oltre, è sprofondato esondato esorbitato a tal punto da rendersi forse irriconoscibile agli stessi occhi del poeta. I figli dei “mutanti” che aveva impietosamente e lucidamente in Empirismo eretico e negli Scritti corsari – riassunti e sussunti nella figura atroce del Merda, protagonista della straordinaria e allucinata Visione centrale di Petrolio, straordinaria e allucinata opera centrale della letteratura italiana a cui periodicamente dalla pubblicazione postuma nel 1992 gli scrittori italiani tornano, e contro cui si infrangono – sono oggi, nel 2015, già abbondantemente adulti; e in alcuni casi hanno generato loro stessi dei figli, nipotini di quei ventenni degli Anni Settanta così odiati e disprezzati dallo scrittore. La mutazione antropologica italiana, dunque, ha fatto in tempo a divenire di terzo grado almeno; e in questo processo è mutata essa stessa – ha cambiato tono, temperatura, gradazione.
Originando a sua volta un presente schizoide, sfocato, inafferrabile, spettrale.

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Questo cambiamento nella sua natura e nella sua funzione ha coinciso con la distorsione del ruolo della cultura nell’arco preciso di questi trent’anni che ci separano dall’idroscalo di Ostia e da quel cadavere sfigurato: venuta meno la società, la realtà sociale, è venuta di fatto meno la cultura, la realtà culturale, cioè gli strumenti per interpretare quella realtà o ciò che ne rimane. Per cui, il modo peggiore per celebrare Pasolini è proprio quello di continuare a renderlo semplicemente oggetto di un culto; di relegarlo negli Anni Sessanta e Settanta, rendendolo di fatto inattivo oggi. Un santo, un martire, un alieno. Occorrerebbe invece – come suggeriva Marco Belpoliti in un bel libro di qualche anno fa, e seguendo il consiglio del Corvo a Totò e Ninetto in Uccellacci e uccellini, “mangiare il maestro in salsa piccante”: divorarlo, appropriarsene al punto da rendere i suoi stessi strumenti fecondi per comprendere quello che sta accadendo e, soprattutto, ciò che accadrà.
Un po’ di tempo fa, in un pezzo intitolato Umani vs. umanoidi, accostavo le figure di Pasolini e di Philip K. Dick nella loro capacità di percepire acutamente, praticamente nel medesimo momento storico, l’avvento di questo cambiamento fondamentale nella struttura dell’umano, che si configura davvero come una forma di vita inedita: “Per entrambi, in modi diversi, questa percezione ha assunto la forma della divinazione (divina invasione), della premonizione, della prefigurazione: per Dick un’invasione mistica molto letterale, che modificò radicalmente la sua interpretazione della realtà circostante; per Pasolini, lo sprofondare nel territorio mitico e mitografico intravvedendo la nuova barbarie. La neo-preistoria che arrivava – che era già lì”.
Il modulo narrativo della fantascienza, in Italia quasi del tutto inutilizzato eccetto alcuni esempi fulgidi e isolati (tra i contemporanei di PPP Calvino, Volponi, Morselli, Cassola), appare dunque forse quello più adatto e adattabile per estrarre Pasolini dalla gabbia terribile della monumentalizzazione. Certo, una fantascienza intessuta di mito, di arcaicità, di primitivismo (come d’altra parte è stata brillantemente nel mondo anglosassone quella dello stesso Dick, e di altri autori come Roger Zelazny, Robert Silverberg, J. G. Ballard, Brian Aldiss, Thomas M. Disch): ma nutrita di una proiezione verso il futuro, di una irresistibile tensione a concepire e praticare il realismo come uno “sporgersi” verso il tempo a venire. Annuncio, prefigurazione, profezia: “La finta espressività dello slogan è… la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte” (Analisi linguistica di uno slogan, pubblicato con il titolo Il folle slogan dei jeans Jesus, “Corriere della Sera”, 17 maggio 1973, anche in Scritti corsari, cit.).

E d’altra parte, intimamente fantascientifica e profondamente feconda ancora oggi per una comprensione autentica di che cosa è il luogo fisico e mentale chiamato Italia, è ancora il modello interpretativo costituito dalla famosa divisione tra le “due Italie” contenuta nello stracitato e incompreso articolo Il romanzo delle stragi: “Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratro: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un ‘paese separato’, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai, col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel ‘compromesso’, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: ‘compromesso’ che sarebbe però in realtà una ‘alleanza’ tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano, ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un paese nel paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere” (Il romanzo delle stragi, “Corriere della Sera”, 14 novembre 1974, con il titolo Che cos’è questo golpe?, pubbl. in: Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori 2001, pp. 365-366).
Si dirà: e non è più quel Paese, e il Partito comunista non esiste più da vent’anni, e sono tutti uguali, eccetera eccetera… Appunto: ma non è la parte interessante e affascinante, e non è affatto il modo di leggere questo articolo di quarant’anni fa. È invece un messaggio alieno, da un passato lontano o dal futuro prossimo: le due Italie (i “due Stati incastrati uno nell’altro”, “un paese nel paese”) esistono ancora, eccome. Anche se i nomi sono cambiati, e le zolle hanno assunto differenti conformazioni.

Christian Caliandro

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  • A me sembra invece che oggi non esista più neanche uno stato, altro che due stati incastrati l’uno con l’altro o un paese nel paese ! Pasolini si è prodigato con tutte le sue forze e con tutte le modalità espressive possibili per denunciare la deriva che questo paese stava per imboccare, un vicolo cieco senza possibilità di uscita : Il consumo, il benessere. Un fenomeno di massa che avrebbe in un futuro più o meno lontano spazzato via dalla faccia del paese ogni traccia di dimensione rurale, ogni traccia di arcaicità nel territorio, di ritualità, di sacralità, ogni traccia di umana verità. Questo era il suo grido di dolore : l’uomo si stava allontanando dal suo punto di origine alla velocità della luce come un orologio impazzito. La svolta di tutto questo è riconducibile al boom economico e l’avvento dirompente, incontenibile, incontrollabile della civiltà dei consumi : un tsunami di ampiezza globale che lungo il suo tragitto spazza via ogni cosa, ogni segno di vita, ogni impronta di civiltà. Questo lui lo aveva previsto con abbondante anticipo rispetto ai suoi coetanei e alle generazioni successive, perchè come diceva Moravia a proposito di lui, di poeti ne nascono al massimo quattro/cinque in un secolo. Ed è il poeta di cui fa riferimento Moravia, di questa schiera di poeti, che è profondamente radicata la predisposizione, l’indole, quello scatto in avanti di leggere gli sviluppi futuri dell’umanità e di prevederli prima di ogni altro.

  • Angelov

    Se Pasolini fosse vissuto ai tempi di Dante, mi chiedo in quale girone, o in quale delle tre cantiche della Divina Commedia lo avremmo incontrato.
    Ciò che mi colpisce di più in questo grande uomo è il suo equilibrio intellettuale, che gli permetteva di superare il senso di un giudizio, facendo riferimento ad un allargamento della percezione e della coscienza; e la sua costanza nel seguire fino in fondo il cammino che aveva scelto di percorrere.
    Nella sua fine, vi sono presenti tutti gli elementi ricorrenti nel tempo, della morte dell’eroe divenuto immortale: la violenza dell’immediatezza del trapasso, in una catarsi che lascia tutti spiazzati ed infinitamente dolenti.
    Ricordo che mi trovavo a Roma quel 2 novembre per seguire un seminario, il primo in Italia, sulla Macrobiotica tenuto da Michio Kushi, che con Osawa aveva fondato quella disciplina; e nonostante la distanza culturale fosse siderale tra noi e Pasolini in quel momento, lo shock della sua morte deflagrò nondimeno con tale potenza imprevista da lasciarti senza fiato.