Jan Fabre a teatro. Per ventiquattro ore

Il teatro come non lo avevate mai visto, disciolto e risolto in unità nel divenire della vita: una ventiquattro ore di performance quasi senza soste, né per gli attori né per il pubblico. Il teatro mai così vicino come oggi nel grande capolavoro di Jan Fabre, “Mount Olympus”, andato in scena al Teatro Argentina di Roma fra il 17 e il 18 ottobre scorso, all'interno del Romaeuropa Festival 2015. Alle origini nel ditirambo dionisiaco, laddove lo era andato a cercare, quasi due secoli fa, Friedrich Nietzsche. La maratona seguita e raccontata per noi da Francesca Alix Nicoli.

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Jan Fabre, Mount Olympus

Jan Fabre, Mount Olympus

IL TEATRO COME NON LO AVETE MAI VISTO
Se di culto della tragedia si tratta, questo è un rito di purificazione collettiva da cui si esce stregati, rigenerati, sconvolti e rinnovati, come uomini nuovi. Questo fiume in piena di passaggi, monologhi, discussioni, canti, danze e cori al limite dell’umano è la più grande celebrazione delle passioni e dell’umano in senso lato dai tempi dei Greci, ed è soprattutto un’apoteosi del corpo, portatore delle umane passioni e luogo del divino.
Attraverso metafore contemporanee con il corpo alienato e senza organi dei filosofi francesi di fine Novecento, i corpi di questi attori e ballerini di straordinaria bravura vengono penetrati, umiliati ed esaltati; sono corpi di esseri mutanti e lascivi, scattanti e soprattutto attraversati dall’ebbrezza e da un pizzico di follia, come recita lo straordinario Bacco, il grandissimo Andrev van Ostade, il quale ci ricorda che la mania per i Greci era anche una via d’accesso all’al di là, una strada del sapere.

SI TORNA ALLA CATARSI
La mania, quindi, si rincorre sciamando a piedi nudi nelle foreste quando s’accende la notte. Il corpo denudato e dipinto o avvolto in ampi e candidi pepli cede a ogni sevizia e attraversa le trasformazioni, mentre brandelli di organi pulsanti vengono divorati avidamente dalle Baccanti, nella furia del banchetto orgiastico.
In Mount Olympus, il capolavoro di Jan Fabre andato in scena al Teatro Argentina della Capitale in occasione del Romaeuropa Festival 2015, il ritmo della brama incestuosa si ripercuote in gesti ossessivi, gesti insignificanti ripetuti sino allo stremo delle forze, come nella cantilena militare che incita i soldati al salto con la corda, la catena della vita militare scossa sino all’esaurimento. Mentre passano le ore, lo sfinimento degli attori non è più rappresentato, ma vissuto in pieno e come tale tutt’uno con la vita e veramente catartico, e noi spettatori siamo trascinati con loro secondo il canone aristotelico che prescrive alla tragedia l’unità di tempo e di spazio nelle ventiquattro ore.
Noi non siamo affatto voyeur comodamente seduti al sicuro ed estranei alla scena, ma ci spingiamo sempre più nello spettacolo, fusi all’unisono e a nostra volta sperimentiamo la sete, la fame, il desiderio di purificazione, una brama erotica e selvaggia e altri vortici di pensieri, il sonno e poi la veglia.

Jan Fabre, Mount Olympus

Jan Fabre, Mount Olympus

LA VIOLENZA ESTREMA PRIMA DI SOCRATE
Le divinità olimpiche non erano gli esseri angelici immateriali e soltanto belli che ha immaginato più tardi la filosofia platonica e poi cristiana, ma una glorificazione delle virtù e degli umani vizi, perciò i loro dèi erano carichi d’odio, covavano rancori, desiderio di vendetta e conoscevano, talvolta, anche il senso del perdono.
Qui, come nello spirito della Grecia più antica, quella presocratica, si celebra l’uomo nella miseria della sua dimensione creaturale ovvero finita, si glorifica la condizione di un essere strutturalmente esposto al dolore e alla morte, un giocattolo nelle mani di un destino beffardo. Fortunatamente come in Grecia non manca l’ironia, che anzi la fa da padrona, alleviando le molte scene di sangue per cui con i lacerti, le membra ridotte in frammenti, si può giocare a palla, mentre il cuore grondante e altri organi sfilacciati e sfatti rimbalzano dalle lenzuola alle fauci animalesche degli attori prima del sacrificio.
Anche Dioniso fa la stessa fine, squartato e ridotto in pezzi dalla brama carnivora e cannibalesca delle Baccanti. Già, Dioniso e le Baccanti, Medea che divora i figli, Edipo che uccide il padre Laio, e la madre Clitennestra vogliosa gli si concede con amore nient’affatto materno, Agamennone pronto a sgozzare Ifigenia per ingraziarsi gli dèi, e il grasso che cola, ogni greco che si rispetti lo sa, è il cibo che essi prediligono. Comunque vada, poi, al corpo occorre offrire degna sepoltura.

Jan Fabre, Mount Olympus

Jan Fabre, Mount Olympus

PRIMA DELLA FILOSOFIA, IL TEATRO
No, non è una proiezione del fiammingo Fabre, è tutto lì, in testi antichi di duemila anni che oggi rivivono grazie a una regia ambiziosa che sfida il tempo e sceglie la fusione del flusso scenico con il flusso della temporalità naturale per disciogliere il teatro nel divenire della vita e creare nel pubblico e sulla scena una catarsi reale.
La sovrapposizione dei piani fra arte e vita determina la purificazione delle passioni, che gli antichi, Aristotele in prima linea, consideravano in senso zoologico e fisiologico, come uno spurgo dalle impurità: per ristabilire l’equilibrio psichico e la condizione di salute nell’organismo, va dato libero sfogo e totale alle nostre pulsioni energetiche più profonde, né più né meno di come si fa con le lumache.
La sintonia fra pubblico e attori arriva all’esplosione nella scena finale: il Teatro Argentina, zeppo come un uovo dall’inizio alla fine, sembra venire giù in quaranta minuti di standing ovation, in uno scroscio di applausi e grida euforiche che non finisce mai. Il fattore tempo, già lo aveva intuito Bob Wilson, è la chiave per generare una metamorfosi interiore con l’esperienza del tragico. Perché la ragione, la volontà di definire per categorie e lo spirito sistematico arrivarono molto dopo il tramonto dei misteri eleusini e dei riti ditirambici, quando il brutto Socrate ruppe la gioiosa e crudele passionalità senza peccato dei Greci introducendovi i turbamenti della coscienza, il bisogno di introspezione, l’incertezza, il dubbio.
Ma questa è tutta un’altra storia, è la storia della filosofia. La tragedia è finita.

Francesca Alix Nicoli

http://romaeuropa.net/festival-2015/mount-olympus-to-glorify-the-cult-of-tragedy-a-24h-performance/

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