Lettera aperta agli artisti italiani sulla Quadriennale

Doveva essere l’edizione del rilancio, per la Quadriennale di Roma. E invece si è subito configurata come un gran pasticcio. Prima con la nomina di una lista di curatori a loro insaputa. Poi con zero budget per gli artisti. E ancora con una parziale marcia indietro. Qui potete leggere cosa ne pensa un artista: Gian Maria Tosatti.

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Palazzo delle Esposizioni, a Roma

Palazzo delle Esposizioni, a Roma

Cari colleghi artisti,
vi scrivo per invitarvi a una riflessione.
Nelle ultime settimane, a me, come a voi, sarà arrivata la telefonata di qualche curatore invitato alla call per la Quadriennale di Roma. Vi avranno spiegato le regole d’ingaggio e vi avranno manifestato anche qualche perplessità sulle modalità organizzative. Su questi temi un piccolo dibattito si è già aperto, all’interno e all’esterno della Quadriennale. Tanto che poi si sono iniziate a produrre delle correzioni e magari ne arriveranno ancora.

UNA QUADRIENNALE PENSATA MALE
Dovrei forse dilungarmi un po’ di più su questi temi, ma taglierò la testa al toro dicendo che per quanto mi riguarda questa Quadriennale è stata pensata male e la cattiva organizzazione non è che una conseguenza coerente di una impostazione che parte da una distanza siderale dalla conoscenza di ciò che è realmente attivo in Italia sul piano artistico. Voglio essere chiaro nel dire che, forse, una grande istituzione stabile avrebbe potuto gestire l’avvicinamento a questa rassegna non con una call, ma con un processo più partecipativo di coinvolgimento della scena artistica italiana. Avrebbe potuto fare un lavoro più scientifico, e spalmato nel tempo, di incontri, discussioni, produzione teorica e critica da parte di una rosa di giovani e valenti critici-curatori, per poi usare quel processo come un percorso dialettico e come atto determinativo di quella che in fin dei conti finirà, comunque, per essere una mostra (concetto che oggi a me pare sufficientemente superato). E dirò di più: forse a quel punto la mostra sarebbe stata – come lo è sempre – la parte meno interessante di tutto il processo, almeno per noi, “addetti ai lavori”.

PARTECIPARE O NON PARTECIPARE?
Ma questo, ormai è un ragionamento ozioso. Le cose sono andate diversamente. Tuttavia rimangono delle questioni aperte. Ha senso partecipare a una mostra che non si condivide nelle modalità organizzative? Ha senso rispondere positivamente all’invito di un curatore che stimiamo e che poi finirebbe nel possibile tritacarne di un’organizzazione caotica e con una potenziale schizofrenia elevata a potenza di dieci?
La mia risposta a queste domande è che una partecipazione non può determinarsi come semplice accettazione o diniego. Essa dovrebbe darsi come esercizio di responsabilità. Se, dunque, le premesse organizzative di questa mostra sono state arbitrarie, forse possiamo, da parte nostra, contribuire a rendere tutto più partecipativo.
Personalmente, ad esempio, non ho alcun interesse a finire all’interno di “un decimo di mostra” che ha già predeterminato spazi e divisioni, indipendentemente dai criteri teorici e installativi degli altri nove decimi. Un’opera nasce – o anche si ripropone – seguendo altri criteri che non gli spazi assegnati a ogni singolo curatore e la necessità di starci dentro.  Diverso sarebbe, invece, interpretare il senso di un incontro fra dieci curatori e discutere come condividerlo con la totalità degli artisti coinvolti. Insomma, credo che questo primo giro di selezioni non sia cosa per noi artisti, penso non ci riguardi. I curatori ci chiedono le opere, ma a me pare impossibile dialogare con un’entità ancora tanto frastagliata e disorganizzata. Facciano, dunque, i curatori le loro ipotesi critiche su quel che è stato importante in Italia in questi ultimi anni – che poi è il tema della Quadriennale – diano le loro letture teoriche e le sottopongano alla giuria che dovrà valutarle. Non c’è alcun bisogno che in questa fase si discuta già di opere. Si potrà forse parlare di artisti, quello sì, e allora sarà anche giusto dare a chi ci invita la disponibilità a collaborare con lui e a nutrire di opere la sua visione-lettura nel momento in cui questa dovrà declinarsi in mostra, ma a una condizione: che quella mostra sia unica di concerto con gli altri suoi colleghi, complessa quanto si vuole, ma non schizofrenica, non divisa in camere stagne, e che abbia un alto grado di dialettica critica fra i suoi ideatori e poi, di conseguenza, tra i suoi interpreti, cioè noi.

Quadriennale di Roma

Quadriennale di Roma

UNA OCCASIONE DI CONFRONTO
Fare una “mostra in vecchio stile” forse oggi, davvero non è più interessante per nessuno di noi – se non all’interno di uno spazio commerciale o di una fiera. Ma se questa Quadriennale si trasformasse in un’occasione di reciproco incontro fra tutti noi, alla luce di valide letture critiche, allora la cosa diventerebbe forse addirittura esaltante.
A quel punto salterebbero le divisioni stabilite, gli spazi divisi in metri lineari eccetera.
Quello di cui il nostro sistema culturale ha bisogno è di progetti solidi, chiari e di semplice lettura. Con questo non voglio dire che debbano essere elementari, anzi, ma devono essere profondamente coerenti e chiari al loro interno per rispondere correttamente al dovere di comunicare con il pubblico che è prima di tutto popolo. E noi dobbiamo “servire” questa chiarezza. Partecipare a un pasticcio disarticolato sarebbe inutile per noi e respingente per chi ci osserva e vuol capire.
Il mio invito è, dunque: aspettiamo a rispondere con quale opera parteciperemmo a questo o quel progetto. Diamo ai curatori la disponibilità di essere della partita quando essa entrerà nel vivo, quando si deciderà realmente se la Quadriennale sarà una mostra o uno scherzo. Se sarà un’unica entità analitico-pratica o se sarà l’insieme eterogeneo di dieci visioni che non vogliono o, peggio, non sanno dialogare. Attendiamo. Lasciamo che i progetti si producano, che vengano scelti e che inizino il loro iter di fusione in un unica linea di lettura coerente. Solo allora forse capiremo davvero se e con quale opera ha senso partecipare. E, forse, se sapremo attendere, imporremo anche alla Quadriennale e ai curatori che ci invitano di fare un serio sforzo di dialogo critico, visto che è proprio questo a essere mancato negli anni passati.
Alla giuria che si comporrà, mi permetto di suggerire di scegliere i progetti anche sulla base di quella che emergerà come una linea di analisi coerente e condivisa. Si scelgano i curatori guardando alle visioni che possano omogeneizzarsi in un discorso unitario finendo per rafforzarsi reciprocamente e per essere la base di un dialogo da ricominciare dopo tanti anni di percorsi solitari. Dieci ricerche diverse possono sembrare un’ipotesi affascinante. Ma ne pagherebbero il prezzo la chiarezza e la semplicità con cui dobbiamo cercare di argomentare un discorso con il pubblico. Senza dimenticarci che la distanza che si è creata fra società culturale e società civile è molto ampia e che lo sforzo, oggi, lo dobbiamo fare tutto noi per andare incontro a quelli che abbiamo lasciato per troppo tempo in balia della televisione e di altre miserie.
Con questo non voglio fare un’apologia del pensiero unico. La Quadriennale non è l’unica occasione per fare il punto su una teoria dell’arte attuale. Le linee che non vi confluiranno avranno mille spazi – e forse anche meno controversi – per potersi esprimere. E magari saranno gli stessi spazi che, giorno dopo giorno, io, come voi, continuiamo a creare nell’arazzo sempre più risicato del nostro sistema culturale

Gian Maria Tosatti - photo Maddalena Tartaro

Gian Maria Tosatti – photo Maddalena Tartaro

NON SOLO MASSIMI SISTEMI
Ecco, questo pensavo fosse giusto condividere con voi. Lo so che tra noi dovremmo parlare di cose molto più importanti, il senso delle nostre ricerche sull’anima umana e le sue complesse declinazioni (politiche, spirituali…), lo stato culturale di questo Paese, e tutti i massimi sistemi che sarebbero più facilmente affrontabili assieme invece che da soli. Ma c’è anche l’ordinaria amministrazione, gli inviti alle mostre e la “collaborazione” con le istituzioni culturali italiane che sono in profonda e, nella maggioranza dei casi, colpevole difficoltà. E allora, spero che davvero, il nostro modo di collaborare con un piglio più critico e forse più esigente, possa aiutare tutta l’organizzazione a fare meglio nell’interesse di tutti.
Questa Quadriennale, per ora, non mi piace, è vero. Ma penso che boicottarla sarebbe una risposta infantile. Proviamo ad aiutarla a essere migliore. Stimoliamola a diventare qualcosa di utile, qualcosa di più di una “collettiva di collettive”. Stimoliamola a essere un confronto fra chi pensa e poi una piattaforma di incontro con chi da tanto tempo ci chiede di tornare ad essere una alternativa alla distruzione della ragione perpetrata in questi anni. Se poi quelli che oggi ci invitano – organizzazione in primis e curatori in secundis – non ci riescono avremo sempre tempo per prendere la nostra valigia e andarcene. Senza neppure bisogno di far polemica. Le assenze, come è noto, si avvertono più delle grida.
Buon lavoro a tutti.

Gian Maria Tosatti

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