In memoria di Hilla Becher. Quando muore la storia della fotografia

Se n’è andata ieri 13 ottobre 2015 Hilla Becher, che con il marito Bernd ha costituito un momento portante nella storia dell’arte del XX secolo. A partire dal 1959, la coppia ha dato vita a una sorta di grande catalogazione di edifici industriali. Qui la ricorda Angela Madesani.

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Bernd e Hilla Becher, Senza titolo, 1974 - Museo Cantonale d'Arte, Lugano

Bernd e Hilla Becher, Senza titolo, 1974 – Museo Cantonale d’Arte, Lugano

I CONIUGI BECHER E IL LEGAME CON AUGUST SANDER
Bernd e Hilla Becher avevano dato vita a una sorta di grande catalogazione di edifici industriali, utilizzando griglie di fotografie disposte secondo due criteri. Il primo ha previsto l’affiancamento di strutture industriali della stessa tipologia, il secondo l’analisi di uno stesso edificio da diversi punti di vista. Il loro è stato un lavoro analitico, attraverso il mezzo fotografico, di grande peso teorico.
Ricordo di aver visto a Parigi in una straordinaria mostra nel 2000, Voilà (le monde dans la tête), un lungo ambiente in cui su una parete erano decine di lavori dei Becher e di fronte erano, in posizione speculare, fotografie di August Sander, fotografo geniale della prima metà del secolo scorso, con cui avevano uno straordinario legame. Si trattava di un intenso dialogo impostato su un criterio di matrice tassonomica che ha radicalmente segnato l’opera di entrambi: il loro atteggiamento, della coppia e di Sander, era molto vicino, profondamente segnato da una stessa appartenenza culturale e non solo.

Bernd e Hilla Becher

Bernd e Hilla Becher

UNA STORIA D’AMORE E FOTOGRAFIA
Quella dei Becher è stata una storia bellissima di amore e fotografia, iniziata nella seconda parte degli Anni Cinquanta. Si incontrano nell’agenzia di pubblicità dove Hilla lavora come fotografa commerciale. Agenzia con la quale Bernd, pittore, nato nella zona della Ruhr, collabora per fare qualche soldo. L’incontro unisce due mondi, quello di Bernd che dipinge le fabbriche, memore della sua storia personale, e quello di Hilla, che aveva un rapporto privilegiato con la fotografia, un linguaggio che conosceva perfettamente.
La volontà di Bernd e quindi quella di Hilla è quella di seguire il cambiamento in atto in un mondo che sta vivendo una profonda trasformazione, ma la pittura è un mezzo troppo lento, così iniziano a lavorare con il banco ottico, prima nella Ruhr e poi in altre zone della Germania e dei Paesi limitrofi: dalla Francia al Belgio, dal Lussemburgo all’Olanda per poi arrivare in Inghilterra e negli Stati Uniti.
Il loro lavoro, i loro ritratti di strutture industriali, hanno segnato profondamente il cammino di molti artisti e fotografi. Fondamentale il loro apporto come insegnanti all’Accademia di Düsseldorf, dove danno vita alla cosiddetta Becher-Schule, la scuola dei Becher, dove si formano fra gli altri Candida Höfer, Thomas Struth, Thomas Ruff e Andreas Gursky. Ma i Becher non hanno creato degli emuli, hanno insegnato un metodo di lavoro, in grado di stimolare la riflessione, l’intelligenza dell’approccio con il proprio circostante.

August Sander, German, 1876–1964 Blind Miner and Blind Soldier, c. 1930 from People of the 20th Century: Idiots, the Sick, the Insane and Dying Gelatin silver print, 10 3/16 × 7 3/8″(25.8 × 18.7 cm) The Museum of Modern Art, New York Acquired through the generosity of the Sander family

August Sander, German, 1876–1964
Blind Miner and Blind Soldier, c. 1930 from People of the 20th
Century: Idiots, the Sick, the Insane and Dying
Gelatin silver print, 10 3/16 × 7 3/8” (25.8 × 18.7 cm)
The Museum of Modern Art, New York
Acquired through the generosity of the Sander family

SCULTURA, NON ARCHEOLOGIA
Le loro inquadrature frontali, sempre in bianco e nero, come dei ritratti, hanno sottolineato le caratteristiche scultoree degli edifici proposti, colti nella loro essenza, privi di ambientazione alcuna. Proprio per questo legame con la scultura vengono premiati nel 1990 con il Premio internazionale La Biennale di Venezia – Leone d’oro, per uno scultore. È il superamento della peculiarità del mezzo.
Se c’era una cosa che li faceva arrabbiare, era quella di definire il loro un lavoro di archeologia industriale. Le loro immagini non sono certo una testimonianza nostalgica su realtà dismesse. Mentre lavoravano le cose cambiavano, giorno dopo giorno. Non ci troviamo di fronte a dei fantasmi, ma a realtà vive. L’archeologia è riferita alle pietre, alle rovine. I materiali delle loro fabbriche scompaiono senza lasciare traccia e il loro interesse è stato quello di registrare, di mappare, senza tuttavia fare un lavoro di documentazione.

Gabriele Basilico, Milano. Ritratti di fabbriche, 1978

Gabriele Basilico, Milano. Ritratti di fabbriche, 1978

IL RAPPORTO CON GABRIELE BASILICO
Pensando a Hilla Becher, mi viene in mente una bella foto, che la ritrae con Gabriele Basilico. Il nostro fotografo raccontava che a metà dei Settanta aveva visto in una galleria milanese una bellissima mostra dei Becher, che gli aveva ispirato una riflessione profonda sul senso della fotografia industriale e di paesaggio e che il suo lavoro Milano. Ritratti di fabbriche era profondamente debitore alla riflessione della coppia. Nel 2009 quando Hilla, ormai sola, era arrivata a Bologna alla sua mostra al Museo Morandi, aveva incontrato Basilico e si erano subito intesi. L’immagine in cui sono ritratti insieme è buffa: il gigante Basilico e la piccola Hilla, uno con la mano sulla spalla dell’altra. L’atmosfera è dolce, quasi intima: affinità elettive, per rimanere in territorio tedesco.
Certo è che la ricerca dei Becher, amata dai Minimal americani, dagli artisti concettuali, per la catalogazione rigorosa di una normalità ripetuta, differente e uguale a se stessa, è stata un punto fondamentale della storia dell’arte e del pensiero artistico del nostro tempo. L’eredità che hanno lasciato agli artisti, ai fotografi, agli studiosi è di un valore inestimabile, punto di partenza e di confronto imprescindibile, su cui molto sarebbe ancora da dire.

Angela Madesani

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