Land Art alla Fondazione Prada. Storia di una ribellione

Anteprima mondiale alla Fondazione Prada di Milano per “Troublemakers. The Story of Land Art”, film diretto da James Crump. Dove si racconta la storia di una particolare forma di impegno messa letteralmente in campo tra la fine dei Sixties e l’inizio dei Seventies negli Stati Uniti.

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Robert Smithson mentre costruisce Spiral Jetty, 1970 - from Troublemakers - photo © Gianfranco Gorgoni - courtesy Getty Research Institute, Los Angeles

Robert Smithson mentre costruisce Spiral Jetty, 1970 – from Troublemakers – photo © Gianfranco Gorgoni – courtesy Getty Research Institute, Los Angeles

IL CATERPILLAR È IL NUOVO PENNELLO
Troublemakers è l’intrigante titolo che il regista americano James Crump ha utilizzato per descrivere The Story of Land Art, film che per due giorni è stato in anteprima mondiale alla Fondazione Prada di Milano.
Audacia”, “monumentalità”, “anticonformismo”: sono alcuni degli aggettivi che recita la voce fuoricampo mentre la telecamera sorvola la Spiral Getty di Robert Smithson. Gli autori della Land Art si muovono come ribelli, cercano di confondere l’ordine stabilito dal sistema dell’arte, rifiutano legami stretti con le gallerie o i musei. Cercano nuovi spazi e nuovi significati.
In quell’epoca, tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, avvenimenti come la guerra in Vietnam o la rivoluzione studentesca influenzano gli artisti e il loro senso dell’impegno. La Land Art riflette una parte di quel mondo: l’allunaggio, i voli nello spazio, gli studi sul Grande Vetro di Duchamp propongono vedute dall’alto, prospettive diverse e inedite. Il caterpillar è il nuovo pennello. Grand Canyon, deserti, laghi, spazi immensi. Qui la natura è potente e l’artista cerca un confronto diretto con questi spazi, al di fuori delle costrizioni e dei muri.

Michael Heizer, Double Negative, 1969-70 - from Troublemakers - photo Sam Wagstaff,1970 - The Getty Research Institute, Los Angeles - © J. Paul Getty Trust

Michael Heizer, Double Negative, 1969-70 – from Troublemakers – photo Sam Wagstaff,1970 – The Getty Research Institute, Los Angeles – © J. Paul Getty Trust

LE VISIONI MULTIPLE DEI LAND ARTISTI
Il film intreccia racconti, immagini di repertorio e testimonianze di vari autori. “Robert Smithson era il più intellettuale di tutti: acuto, brillante, scriveva meglio di tanti critici e le sue idee erano più importanti dei suoi gesti”, afferma Vito Acconci. A lui si deve il richiamo a rituali antichi, unione tra cielo e terra, senso immenso dello spazio e del tempo. La sua spirale nel lago salato dello Utah, con l’acqua color rosa pallido a causa delle alghe, è un inno alla rotazione solare, non una sola stella, ma milioni di stelle che ruotano in senso concentrico. Questo senso di vastità, che richiama il deserto e l’universo, nasconde un profondo senso di solitudine, di vita e di morte, culminato nel sacrificio dello stesso Smithson, che si è immolato volando sopra alla propria opera.
Il tema del sacrificio e del nomadismo sono ben presenti nella personalità di Michael Heizer, forse il più ribelle fra tutti gli artisti della Land Art. Abitava nel deserto, in una roulotte. Sosteneva che questo tipo di arte potesse essere realizzata solo a contatto diretto con lo spazio, sul campo, che era necessario camminare dentro all’opera. Inizia una serie di “pellegrinaggi” invitando amici e artisti a lasciare la città per addentrarsi nel deserto.
Nasce così Double Negative, forse l’opera più monumentale. Due immensi tagli simmetrici di oltre 500 metri ciascuno. “Cut” è la definizione che introdurrà poi Carl Andre per descrivere l’arte di quell’epoca.
Walter De Maria è descritto come una figura solitaria e romantica. Affascinato dalla scienza e dalla fisica, si concentra sui fenomeni naturali e sulla forza dell’energia solare. Nasce così Lightning Field, poetico esempio di accelerazione dei fulmini su un campo deserto nel Nevada. Dennis Oppenheim cerca invece di riportare la figura umana all’interno di questi vasti spazi. Lavora sui border, con elementi immateriali come la neve, la sabbia, il vento.

Nancy Holt, Sun Tunnels, 1976 - from Troublemakers - © Holt Smithson Foundation-Licensed by VAGA, New York

Nancy Holt, Sun Tunnels, 1976 – from Troublemakers – © Holt Smithson Foundation-Licensed by VAGA, New York

I DIMENTICATI DELLA LAND ART
Il film racconta poi di figure apparentemente meno conosciute come Nancy Holt, moglie di Robert Smithson, fondamentale per la documentazione fotografica e alcuni video sul marito. Jerry Schum e Gianfranco Gorgoni, entrambi testimoni impegnati in riprese e documentazioni fotografiche. Virginia Dwan, gallerista newyorchese illuminata che finanzia i primi progetti di Land Art. Interessante il riferimento ad Avalanche, magazine sconosciuto ai più, che lanciò e teorizzò l’intero movimento della Land Art.
Nonostante alcuni brani d’archivio che documentano l’incredibile progetto di Harald Szeemann When Attitudes Become Form, momento in cui l’art system europeo apre per la prima volta le porte alla Land Art americana, nel film manca un approfondimento proprio sullo sviluppo di questo rapporto e l’influenza di Beuys. Resta comunque una grande emozione rivedere le opere, le voci e i volti di quegli eroi ribelli.

LA FONDAZIONE PRADA E IL TERRITORIO
Vale infine la pena osservare che già la nuova Fondazione Prada sfiora in alcuni punti un ampio segno di Land Art, rivisto e reinterpretato nello spazio della città. Un’opera di grande architettura e design che cerca un dialogo con il territorio circostante attraverso l’uso delle piante autoctone, già presenti allo scalo ferroviario circostante. O nella salvaguardia dell’antico filare di gelsi, taglio posto diagonalmente all’ingresso dello spazio, connesso con il recupero architettonico e la tradizione artigianale del luogo.

Claudia Zanfi

www.fondazioneprada.org

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