Dopo Charlie Hebdo. Arte, critica, cittadinanza

È forse uno dei difetti più macroscopici della nostra società: la memoria a breve, brevissimo termine. Ad esempio, l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo: non s’è parlato d’altro per giorni, e ora è caduto totalmente nel dimenticatoio. Noi invece ci torniamo su, con la riflessione di Michele Dantini.

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Parigi, la grande marcia per Charlie Hebdo - 11 gennaio 2015 - foto Cesar Mezzatesta

Parigi, la grande marcia per Charlie Hebdo – 11 gennaio 2015 – foto Cesar Mezzatesta

L’EREDITÀ DELL’ILLUMINISMO
Nei giorni dell’attentato alla redazione parigina di Charlie Hebdo ho pensato che il silenzioso sgomento di tanti fosse senz’altro da preferire alla precipitosa loquacità di taluni, improvvisatisi esperti e commentatori. Come commentare una strage immaginando di trovarvi un senso o di sfoggiare una qualsiasi “competenza”?
A distanza di tempo la mia prospettiva non è cambiata. Trovo però che si sia sviluppata una riflessione cui vale la pena prendere parte. Come elaborare il lutto, e distaccarci dal rabbioso cordoglio dell’attimo successivo? Quali obbligazioni abbiamo, come intellettuali, scrittori, artisti o graffianti disegnatori satirici, nei confronti della società entro cui viviamo? La domanda investe le nostre convinzioni laiche e l’eredità illuminista che riteniamo di dover raccogliere. Ha importanti implicazioni per il modo in cui intendiamo la cultura e i suoi rapporti con la società, le credenze o la memoria collettiva.

L’ARTE NON È PIÙ GUERRILLA
La recente pubblicazione italiana di Antiestetica. Saggi sulla cultura postmoderna (Postmedia Books), celebre raccolta di saggi curata da Hal Foster e apparsa in inglese nel 1983, spinge a considerare quanto sia difficile trasferire punti di vista “progressisti” dalla sfera politico-sociale a quella estetica. Che resta, a distanza di tre decenni, degli ambiziosi propositi fosteriani di guerrilla, dell’avvincente rappresentazione del mondo artistico come ambito (foucaultiano) di resistenza libertaria? A malapena la mera esigenza.
L’arte contemporanea non è diventata la cellula di gaia sovversione che ci si attendeva divenisse tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta. Sono le oligarchie ad adunarsi attorno ad essa, non le minoranze culturali cui Foster guardava. Non ha efficacia redistributiva né favorisce la mobilità sociale. Al contrario. È il luogo istituzionalizzato dell’autorappresentazione del capitale, lo smagliante sostegno al principio di disuguaglianza. Quanto ai processi decoloniali: c’è stato sì decentramento, New York non è più al centro della scena e le Biennali asiatiche e latinoamericane non si contano. Tuttavia il collezionismo delle dinastie del Golfo o dei nuovi magnati non si accompagna al consolidamento delle libertà civili né degli istituti democratici. Il “noi” progettato da Foster, affettivo ed egalitario, è reso ogni giorno più improbabile dall’erosione mainstream di tessuti ideologici e sociali.

Giuseppe Mazzini

Giuseppe Mazzini

GUARDARE A MAZZINI?
È possibile disporre di validi criteri di valutazione – politica, estetica, morale – senza appartenere a una comunità né condividere intimamente una tradizione di pensiero? Taluni filosofi pratici di scuola angloamericana se lo chiedono da decenni, ed è proprio a una domanda di questo tipo che Foster si era proposto di rispondere con la sua antologia.
Il criterio della prossimità (o dell’appartenenza) ha grande rilievo nella teoria culturale. Per essere interpreti o testimoni attendibili o “critici sociali” efficaci, sostiene ad esempio Michael Walzer, teorico politico e direttore della rivista Dissent, occorre situare il proprio punto di vista né troppo lontano né troppo sopra. Riusciremo a modificare lo stato delle cose solo dimostrando di conoscere e onorare le motivazioni più riposte della comunità cui ci rivolgiamo, le sue convinzioni profonde, la memoria che questa ha di sé. Una stessa legge vale anche per gli artisti. La semplice irrelatezza o un’irragionevole esterofilia risultano condizioni debilitanti oltreché illusorie.
Per Walzer la tradizione politica ebraica prefigura nel profeta e nel custode della Torah i modelli di riferimento del critico sociale contemporaneo: in entrambi i casi, il diritto all’ammonimento scaturisce da una fedeltà profonda al destino collettivo, e la contestazione delle autorità politiche o culturali può compiersi in nome di un “patriottismo” di specie superiore – il termine è forse improprio, lo ammetto, ma non dispongo di facili sostituti: usiamolo dunque per convenzione. In altre parole: può esistere “critica” solo in quanto esiste cittadinanza, dunque condivisione consapevole di una memoria storico-culturale e di norme civili di coesistenza.
Nel suo libro più recente, Political Emotions (2013), Martha Nussbaum gioca a sua volta la carta dell’“appartenenza”. Pedagogista, studiosa di antichità e filosofa morale impegnata politicamente in senso progressista e liberale, Nussbaum si impegna a rimuovere il conflitto tra pensiero critico e emozioni pubbliche, cosmpolitismo e “patriottismo”. Lo fa – questo potrà forse sembrare insolito a noi italiani – richiamandosi a Giuseppe Mazzini, il più illustre tra i nostri patrioti risorgimentali. “Mazzini”, ricorda Nussbaum, “sosteneva che il sentimento nazionale era un ‘fulcro’ efficace, talvolta persino necessario, per chi desiderasse destare sentimenti generosi, tali da estendersi gradualmente all’intera umanità”. Non intendo fare interamente mio il punto di vista di Nussbaum. Ritengo anzi che l’autrice di Non per profitto imponga all’arte un giogo a tratti edificante. Tuttavia, nell’interrogarsi sull’importanza politica della compassione, Political Emotions chiama a una più stretta compenetrazione tra arte e società.

JE NE SUIS PAS CHARLIE
Trovo fuorviante uno slogan molto in auge a Parigi. “Nessuno [in democrazia] ha il diritto di non essere offeso”. Siamo sicuri che sia o debba essere proprio così? La mancanza di rispetto non giova alla democrazia, e non deve essere rivendicata come diritto. Così come non credo che le giovino solipsismo, incuria o irresponsabilità – neppure quando sia un’attività in principio altamente democratica come la satira a praticarli. Incontriamo qui conseguenze a mio avviso deteriori di quel laicismo prescrittivo e dogmatico contro cui la tradizione illuminista più avvertita, Voltaire in primis, non ha smesso di consigliare prudenza.
Sin dai primi giorni dopo la strage ho considerato meritevoli di attenzione le voci che invitavano a rifiutare un’adesione dogmatica all’opinione prevalente. Il controslogan “Je ne suis Charlie”, in cui personalmente mi riconosco, non voleva certo costituire un’offesa per le vittime. Per niente. Rivendicava invece la necessità di una posizione terza, ferma nel rifiutare la violenza omicida e nel portare la propria parte di lutto ma al tempo stesso contraria all’insulto. Rispetto reciproco, buone pratiche argomentative e senso del limite – attitudini che la satira di Charlie Hebdo non coltivava scrupolosamente – possiedono grande importanza anche (e forse soprattutto) all’interno di società laiche e pluralistiche come le attuali.

Alberto Garutti, Credo di ricordare, 1974 - 32 fotografie in bianco e nero - Courtesy Galleria Diagramma, Milano 1975

Alberto Garutti, Credo di ricordare, 1974 – 32 fotografie in bianco e nero – Courtesy Galleria Diagramma, Milano 1975

NOI APOLIDI
La tradizione illuminista è ampia e molteplice: non impone valori uguali per tutti né obbliga a un universalismo dogmatico. È indubbio tuttavia che la rigida separazione tra sfera pubblica e sfera religiosa sulla quale abbiamo edificato le attuali democrazie “tecnocratiche” non è in grado di mobilitare passioni, combattere la disuguaglianza e dissolvere il reciproco pregiudizio. “Le differenze ignorate affermano se stesse”, osserva Isaiah Berlin in quella sua mirabile fenomenologia storica della modernità occidentale che è Controcorrente (1979), “e finiscono per imporsi contro gli sforzi di accantonarle in favore di una presunta o desiderata uniformità”. Possiamo qui introdurre un’analogia con il mondo dell’arte, anch’esso modellato da taciti principi di intransigente “laicità” e separatezza. Sorta da una salutare polemica contro le tradizioni ereditate e le istituzioni autoritarie, la disgiunzione modernista tra attività estetica e rito – una disgiunzione aprioristica – ha finito per depotenziare l’immagine e ridurre la nostra capacità di emozione.
Ci è difficile dire “noi” attraverso una qualsiasi opera d’arte, ammirarne il fulgore o provare sentimenti di intimità e appartenenza davanti ad essa. Incredulità, disaffezione e cinismo prevalgono (e pour cause!) tanto da risultare pressoché normativi. Il modo in cui oggi guardiamo all’arte contrasta singolarmente con l’esperienza estetica che si aveva ancora in un recente passato; e che era del tutto o in parte estranea all’economia di mercato. L’impasse in cui ci troviamo non è semplice né ovvia. Nel nostro paese il rapporto tra “classi creative” è stato è tragicamente interrotto, e questa circostanza aggiunge complessità al caso italiano. In quale “comunità” territoriale, giuridica o istituzionale potremo mai riconoscerci? Abbiamo smesso da tempo di attenderci sostegno da istituzioni solerti e capaci di cura – in breve: ci è più facile immaginare noi stessi come apolidi, letteralmente “senza patria”. Il solo ormeggio di cui disponiamo ha a che fare con l’eredità culturale, non con la società circostante, ed è comprensibile che possa rivelarsi tenue o insoddisfacente, anche se non mancano indicazioni di una vague classica o neoclassica che va affermandosi nell’arte italiana contemporanea.

OPERE MUTE
Tra Sessanta e Settanta incontriamo una serie di opere mute ed esitanti, che rimandano a (o prefigurano) una condizione di interrogativa solitudine, di distacco pressoché solipsistico. Il bianco immemore della statua o della parete disadorna è il loro (non-)colore distintivo. Nessuna comunità superstite attorno ad esse, nessuna particolare joie de vivre. La circostanza è tanto più sorprendente perché il nostro Novecento si era aperto nel segno dell’epopea economica e sociale, con folle in tumulto, città fragorose e fabbriche. All’appassionata eloquenza civile di Pelizza, Boccioni o Sironi, il candore dell’immagine celibataria oppone adesso un misterioso, siderale silenzio. Riconosciamo un’analoga scelta di sospensione, declinata in stati d’animo molto diversi tra di loro, nei primi Achromes di Manzoni, negli Animali di Pascali, in taluni Autoritratti finzionali di Paolini o nei primi calchi dall’Antico e ancora nelle stanze semivuote entro cui si autorappresenta Garutti al suo esordio (come in Credo di ricordare, 1974). Perché una simile deprivazione cromatica – e insieme di corporeità, emozione socializzata o azione condivisa? È una domanda che desidero lasciare aleggiare, non senza aver prima richiamato alla memoria gli animali dal manto (o dal piumaggio) candido radunati da Paola Pivi nei magazzini della Stazione milanese di Porta Genova, nel 2006. Qui, in grandi spazi abbandonati, cavalli, lama, mucche, pecore, oche, anatre e galline indugiavano attoniti incrociando lo sguardo del visitatore.

Lippo Memmi, Madonna con Bambino, particolare

Lippo Memmi, Madonna con Bambino, particolare

DISOBBEDIENZA E COMUNITÀ
Nella Pinacoteca nazionale di Siena troviamo un’opera che chiarisce le nostre difficoltà. Mi riferisco alla Madonna con Bambino di Lippo Memmi, artista che sappiamo essere stato attivo tra 1310 e 1356, quando muore; allievo e genero di Simone Martini. Si tratta di un’immagine toccante e aggraziata dedicata a un tema affatto comune nella pittura del tempo, salvo per un dettaglio. Nella mano sinistra del Bambino vediamo un piccolo uccello, più precisamente un cardellino. Secondo un’antica leggenda il cardellino, facilmente riconoscibile in natura per l’ampia macchia rossa sulla testa, doveva il suo colore alle spine della corona di Cristo, con cui si sarebbe trafitto. Per questo lo troviamo talvolta associato alla figura del Bambino: si riteneva che ne prefigurasse il sacrificio. Se osserviamo bene, scopriamo che non tutto, nella tavola a fondo oro di Memmi, è intimo e quieto. Una sorta di impellenza profetica preme contro la superficie dell’immagine, composta nei toni del blu, del porpora e dell’oro; e le impone un’inquieta vocalità, per niente infantile. Attraverso il cartiglio con la scritta “Ego sum via, veritas et vita”, regalmente dispiegato dalla mano del Bambino allo sguardo devoto dello spettatore, si stabilisce un’analogia tra il destino di Cristo, cui allude l’uccellino, e le ambizioni teologali della pittura, che si impegna a testimoniare il mistero. Memmi non ha dubbi, né poteva averne, sul carattere intrinsecamente “pubblico” della sua pittura, e le persone cui si rivolgeva concordavano in pieno con questa sua convinzione. Oggi ci collochiamo alla fine di una tradizione longeva, che al tempo di Memmi conosceva una sua prima fiorente giovinezza. Cosa resta di una vocalità potentemente inscritta nelle origini dell’arte occidentale, e a cui più volte, in seguito, artisti di epoche successive hanno fatto riferimento, ancora in piano Novecento? Soprattutto: come sarà il nuovo inizio?
Scismi e diaspore costruiscono essi stessi comunità. È prevedibile che nuovi orientamenti artistici possano maturare all’interno di cerchie che praticano forme innovative di disobbedienza civile e dissenso, coese e solidali; o sperimentano l’esperienza dell’espatrio. Emergeranno in un prossimo futuro portando con sé quei mutamenti radicali che oggi ci sembrano necessari, destando dall’apatia per ciò che riguarda le sorti delle nostre democrazie? Non saprei dirlo, anche se tutti possiamo impegnarci perché questo accada.

Michele Dantini

Articolo pubblicato in versione ridotta su Artribune Magazine #24

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  • Luchino Rossi

    Ciao Michele. Secondo me offri ottimi spunti ma poi la fai troppo complicata. Certo, serve un sentimento e una sensibilità critica condivisi; diversamente anche il tuo articolo viene capito solo da 3-4 addetti ai lavori. Quindi serve una critica d’arte militante che possa fondare tale sentimento e tale sensibilità. E costruire anche un ponte tra il sistema dell’arte e il pubblico, non il pubblico da stadio ma almeno da cinema d’essai. Allora sì che potremo riscoprire forme di guerriglia e smuovere ad una maggiore consapevolezza, anche con l’arte contemporanea. Perché non è per niente chiaro quale sia oggi il valore dell’arte per la vita delle persone. Almeno in Italia. Ma come facciamo con scuole che non sono in grado di formare critici? Come facciamo con riviste che non possono pagare questi critici? Perché un giovane curatore italiano (forse nuova frontiera dell’artista) dovrebbe fare il critico rischiando di inimicarsi quelle poche opportunità di lavoro possibili in Italia? Si finisce per emigrare. Ed invece credo che non si debba emigrare. Bisogna iniziare a pensare che ogni luogo è “internazionale” per definizione e che bisogna dialogare ed essere inclusivi, in quanto non abbiamo scuole d’arte efficaci. In questo senso credo che il Forum di Prato sia una speranza e anche io parteciperò con entusiasmo. Cercando di passare dalle parole ai fatti.

  • Si possono creare forme di dissenso (parola forse un po’ forte), direi più di visioni alternative della vita, a livello esclusivamente personale e/o con pochi intimi (famiglia amici…) senza cadere nella forma di solipsismo “espositivo” citata da MD (dell’opera che non parla a nessuno, se non forse solo all’artista stesso; ma in questo caso mi chiedo perchè vuole esporre? perchè non se la tiene nella sua stanza? ovviamente la risposta è scontata) e senza neanche necessariamente passare per la linea di LR che vuole sensibilizzare il pubblico a tutti i costi (parlare ad almeno un po’ di persone).
    L’arte è molto semplicemente un modo diverso di vedere le cose (dopo la strage di Charlie Hebdo mi sono fermato a riflettere e ho fatto anch’io qualcosa – un’opera? – esclusivamente per me e i miei cari, che mi è servita per vivere dentro di me questo evento). Ognuno le cose le vede in maniera diversa (i tanti libri, pensieri che si sono sviluppati nei secoli ne sono la prova), ed è questo che l’arte, la cultura in genere, mi insegna. Non ci sono maestri, siamo liberi. E’ molto semplice, alla portata di tutti, ma è grandissimo, se ci pensate bene (e questo, lo so, vi sembra scontato perchè l’hanno detto e lo dicono in tanti) ma soprattutto l’applicate nella vita di tutti i giorni (questo scontato lo è molto meno anche perchè non mi sembra lo facciano in tanti).
    Per questo penso che il forum di prato non produrrà alcunchè, ma ovviamente non ne sono sicuro… cmq in nome di questa libertà, vi auguro, come ho già fatto precedentemente, buona fortuna!

    • Luchino Rossi

      Ciao Coda, io andrò a Prato con una proposta concreta che non deriva da manie di protagonismo o dallo spirito del venditore di enciclopedie, ma da sei anni di riflessione e progettualità concreta. Quindi non saranno solo parole ma fatti concreti.
      Ma al dentista o al falegname viene chiesto di creare forme di dissenso e di rivoluzione? C’è questa visione romantica dell’arte contemporanea che persiste, anche nel mondo accademico. L’arte è un ambito come tanti che necessità di nozioni e strumenti. Se fai bene il falegname puoi cambiare il mondo, se fai bene l’artista puoi cambiare il mondo in due modi: facendo bene il tuo lavoro e proponendo riflessioni che possono sviluppare una sensibilità utile anche al falegname o al dentista. Quindi con l’arte si hanno due opportunità. In italia l’arte è invece un’opportunità mancata. Questo per tante ragioni che cercheremo di trasformare a prato in progetti concreti. Ma in questa riflessione dov’è Michele Dantini?

      • Innanzitutto, ho parlato di dissenso ma ho anche detto che la parola mi sembrava troppo forte. Io non voglio cambiare il mondo, ma il mio sì.
        E poi sono pienamente d’accordo con quello che dici. Ma la mia osservazione riguardava più la tua voglia di andare a cercare pubblico a tutti i costi; questo non lo condivido. E’ come il falegname o il dentista che vuole cercare nuovi clienti; se è bravo la gente lo verrà a sapere e ci andrà… Non è un caso che bravi falegnami e dentisti (ne conosco alcuni) non si fanno gran pubblicità ma crescono sul passaparola. Sono bravi perchè si concentrano sul loro lavoro e non sul modo di farlo conoscere.

        Infine, MD ha sempre risposto, per cui vedrai che prima o poi arriverà… e se non arriva, chissene (come dice mia figlia)

        • Luchino Rossi

          Certo. Ok, se però io mi occupo di Rastinare, e le persone non sanno cosa sia o pensano che sia un nuovo modo di fare il parrucchiere, faccio fatica ad aumentare i clienti. O meglio, devono in qualche modo essere accompagnati (non educati) per capire cosa sia il “rastinare”. Creare pubblico non significa educare o convincere (come se il pubblico fosse un cliente) ma creare uno spazio di confronto. E indagare il valore dell’arte per la nostra vita. Capisco che la parola “valore” oggi rappresenti un concetto scivoloso. Ma in realtà facciamo scelte di valore in continuazione. Mettiamo il dito nella piaga, chiediamoci che valore possa avere l’arte contemporanea per la vita quotidiana. Chiediamoci che ruolo possa avere l’artista nella nostra società. Anche con il coraggio di scoprire che questo ruolo vada cambiato o ridimensionato. Perché oggi gli artisti sembrano operai della creatività o burocrati delle pubbliche relazioni, intenti a proporre “ikea evoluta”. Non dico che tutto sia ikea evoluta, dico che servirebbe un critica militante che possa argomentare luci ed ombre. Cosa che in Italia non fa nessuno per ragioni ampiamente indagate in questi sei anni di lavoro. Ma su queste cose presenteremo un progetto concreto a prato a fine settembre.

  • Michele Dantini

    Cari, grazie per i commenti, che mi stimolano a rispondere. In medias res, dunque.

    @Luca Rossi. Se il nostro problema è quello di “produrre” n_artisti a ogni generazione hai ragione tu: basta tenere in vita le scuole che abbiamo e ampliare il mercato, cioè fare quel po’ di propaganda che
    serve. Tutto qui. Ma non credo che questo sia davvero utile, perché non credo che l’”arte” sia qualcosa di semplicemente dato, ovvio e aproblematico, come le sneakers o le scatolette di tonno. Non è un “prodotto” industriale, rimanda a qualcosa come la “qualità”, che è difficile da definire; e prevede nutrimenti che non sono ordinari, in primis un rapporto vivente, selettivo e frammentario con una madrelingua figurativa. E’ sempre stato così, sarà sempre così: immagini creano immagini. Da una qualche parte della nostra tradizione attendono risorse potenti, per niente “passate”, con cui confrontarsi e di cui approvvigionarsi: questo è quanto. Non è certo un punto di vista estrinsecamente antiquario che propongo, al contrario. Mentre le istigazioni a inseguire, a imitare, a copiare, per lo più eterodiretti e portati a privilegiare quello che si fa in questo o quell’”altrove”, distruggono una naturale possibilità di maturazione del talento e possono portare solo all’ironia. Che oggi sembra avere esaurito le proprie possibilità: ne abbiamo avuta sin troppa. Dunque: trovo presuntuoso e vanamente incalzante l’atteggiamento di chi esorta alla rapidità soprattutto nei momenti di crisi, dettato come da horror vacui. Suggerirei in tal caso di trarre gran respiri e contare le celebri cento pecore. L’arte può farsi rara e tarda, se lo desidera. Può persino scomparire per un po’. Non dovremmo pretendere di dettare i tempi: chi siamo, in definitiva? Non è un caso che le epoche di
    grandi fioritura artistica siano sempre stati preceduti da processi educativi e autoeducativi rilevanti: mi riferisco a un’educazione alle immagini. Esistono età auree e età del ferro: che cosa separa le une dalle altre? Vorrei definire l’atteggiamento critico oggi a mio avviso più opportuno un’opera di reminiscenza: si tratta di rintracciare e riaffermare presupposti che oggi non sembrano esistere. Anche se farlo può sembra una diversione o un’assenza (e non lo è in nessun modo). Un caro saluto! MD

    • Luchino Rossi

      Ciao Michele, felice di ritrovarti. Sono d’accordo con te. Io non istigo al prodotto-opera e alla nascita di tante aziendine-artisti. E non voglio neanche creare i bisogni, ossia la domanda, ossia formare nuovo pubblico/collezionismo. Quello che dico io, e che cerco di fare da sei anni, è procedere su tre fronti che spesso si fondono e si confondono:
      – creare un nuovo spazio di opportunità per il pubblico, non per essere educati all’arte ma per avere l’opportunità di interessarsi e appassionarsi. Questo significa stimolare un’opinione pubblica, e quindi avere anche un maggiore seguito politico (oggi assente in italia).
      -stimolare un confronto critico vitale che possa argomentare luci e ombre delle opere. Questo in Italia appare impossibile visto che in platea ci son solo addetti ai lavori e il critico è disincentivato dalla mancanza di compensi adeguati e dalla possibilità di inimicarsi possibili partner lavorativi.
      – riflettere su una progettualità non convenzionale, ossia su quello che possa essere, oggi o domani, la definizione di opere d’arte, artista, museo.
      Questi punti non sono solo parole ma vivono in proposte e progetti concreti. Mi auguro che il Forum di Prato possa eliminare stupidi litigi e aprire ad un confronto finalmente fattivo. Perché tutto questo? Perché l’arte contemporanea, intesa come tutta l’arte del nostro presente, quindi anche la gestione del passato, può essere una palestra-laboratorio dove allenare e sperimentare una sensibilità che serve dentro e fuori il museo. Potenzialmente presiede ad ogni ambito umano. Un Caro Saluto. LR

    • scusa michele, ma gli ultimi due paragrafi (dall’esempio del Memmi) non mi sono proprio chiari…lo so che è colpa mia (non sono un prof), ma se avessi la cortesia e il tempo di riesporli in modo più semplice, te ne sarei molto grato. grazie mille

      • Michele Dantini

        Con qualche semplificazione (e a rischio di anacronismo) possiamo dire che agli occhi di Lippo Memmi le immagini di devozione sembrano presupporre obblighi di adesione e sincerità da parte del pittore. Rimandano a un’intrinseca necessità. Si creano analogie, nel dipinto, tra cartiglio e quadro: l’uno e l’altro vogliono rendere testimonianza.

        • Grazie mille. L’intrinseca necessità, la sincerità…spunti chiave per l’artista di oggi. Penso che sia proprio da qui che si debba ripartire, ponendoci domande del tipo: perchè faccio quest’opera? Questo lavoro ha cambiato la mia vita in qualche modo? E’ l’unico modo in cui posso avere evidenza di quello che voglio dire (a me o agli altri)?
          Domande che rivolgerei come prima richiesta in un incontro con un artista e anche, se del caso, agli spettatori.
          Un grazie sentito per il chiarimento.

  • Per fortuna che si dimentica, che si va oltre e che non ci si ferma continuamente al passato, forse proprio questo continuo voler ricordare (che strano che l’arte del nostro presente guarda sempre di più al passato e sempre meno al futuro… soprattutto nella tecnica..) mi pare un bisogno di non voler cambiare ma di fermarsi incapaci di svilupparsi, di lasciare i fallimenti così evidenti di tanti percorsi spinti da continue “pippe mentali”…

    Noto che molta dell’arte fino agli albori del web era proiettata in avanti ora molta (stranamente quella giovanile) guarda al passato… segnale di crisi.. segnale di vuoti… segnale di noia…

    Forse un inquadramento antropologico del linguaggio dell’arte che lasciate le strategie tecniche “classiche” è finita nello stagno delle ricerche senza fine per cui incapaci di risolversi sia esteticamente che “semiologicamente”

    • angelaeco

      Ma l’arte non è un prodotto industriale!