Quanto costa un paesaggio? Lo strano caso di Peter Lik

6,5 milioni di dollari: è il nuovo record, che ha riacceso il dibattito sulla fotografia di paesaggio e sul suo valore artistico. Che viene definito, da parte dell’artista – Peter Lik, in questo caso – e del compratore, attraverso la cifra stessa?

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Peter Lik, Phantom

Peter Lik, Phantom

Peter Lik, autore dello scatto da record intitolata Phantom, è un fotografo considerato da molti un outsider rispetto al mercato. Artista e imprenditore australiano, valica infatti il sistema di vendita tradizionale attraverso una rete di gallerie che porta il suo nome; sprovvisto di un mercato secondario di riferimento da giustificarne le quotazioni, l’annuncio della vendita da 6,5 milioni di dollari diventa così la nuova pietra dello scandalo delle quotazioni folli del mercato dell’arte.
Un compratore privato – come dichiara il comunicato stampa pubblicato dallo stesso fotografo il 9 dicembre scorso – avrebbe infatti pagato infatti tale cifra per l’opera che ritrae l’Antelope Canyon in Arizona, aumentando così la distanza dal precedente record per la fotografia, invariato dal 2011 e detenuto da Andreas Gursky con i 4,3 milioni pagati per Rhein II, che a sua volta aveva già superato, nel giro di un solo semestre, il record di Cindy Sherman, con 3,8 milioni per Untitled #96.
Irruente come la colonna di luce che squarcia la penombra nel canyon ritratto nell’immagine in questione, la notizia della vendita di Lik ha provocato l’immediata reazione del giornalista e critico d’arte del Guardian Jonathan Jones, che definisce la fotografia come pura tecnologia, scatenando una serrata disputa con il critico fotografico della medesima testata Sean O’Hagan, corso in difesa della sua arte prediletta.

Antelope Canyon

Antelope Canyon

Al paesaggio trasformato dall’intervento umano di Gursky si sovrappone così la rappresentazione monumentale della natura di Lik, discendente di quei canoni indagati da grandi fotografi come Timothy O’Sullivan (1840-1882) e Ansel Adams (1902-1984), che dedicarono la vita a ritrarre il paesaggio selvaggio americano. Ma le loro storiche testimonianze di questa natura smisurata ed eccezionale non trovano altrettanta fortuna nelle quotazioni. Il prezzo stabilito dall’opera di Lik supera infatti di quasi dieci volte l’aggiudicazione di 722.500 dollari per un’immagine dello Yosemite Park scattata da Adams e battuta nel 2010, anno in cui, oltre a questo record personale, il fotografo americano registra vendite per oltre 7,5 milioni in asta. Fra i colleghi del gruppo f/64 si devono annoverare anche i risultati per le surreali dune sabbiose di Edward Weston, che tuttavia non superano la soglia dei 300mila dollari in asta, benché i suoi nudi abbiano oltrepassato il milione tre volte a cavallo del 2010.
Proprio il 2010 rappresenta uno spartiacque nel mercato della fotografia, reduce dalla caduta dei prezzi seguita al boom del 2007/2008 che ha coinvolto l’intero mercato dell’arte, decretando la stagnazione delle quotazioni di molti autori della fotografia moderna a favore di nomi contemporanei. I record di Cindy Sherman e Andreas Gursky sono stabiliti infatti in concomitanza del ritrovato interesse verso il mercato della fotografia quando, nel 2011/2012, si inizia a constatare che anche questo medium può raggiungere quotazioni importanti, seppur lentamente.

Peter Lik

Peter Lik

Frutto dei timori innescati dal precedente crollo, a partire dal 2010 all’asta vengono infatti riproposti un numero limitato di immagini e nomi, per cercare di dare un senso di sicurezza ai compratori; a partire da quel momento, inoltre, galleristi e dealer si trovano a dover fare i conti con la crisi economica, rinunciando ad acquistare per incrementare il proprio magazzino come nel passato. Appare sempre più chiaro, quindi, il divario tra la fotografia “classica” e quella contemporanea, fatta da artisti che utilizzano la macchina fotografica ma non si etichettano come fotografi, e che cercano pertanto di comandare il mercato al di fuori delle aste tradizionalmente dedicate, anche attraverso le vendite online, che ampliano così il numero di chi compra fotografia e, allo stesso tempo, eliminano l’intermediazione dell’esperto d’arte, sostituendolo con i più noti database come Artnet o Artprice.
Sebbene le quotazioni continuino a essere inferiori rispetto agli artisti coevi che lavorano con altri medium, l’indice dei prezzi della fotografia – secondo quanto riportato da Artprice – è salito del 25% negli ultimi dieci anni e nel 2013 il giro d’affari in asta è stato di 153 milioni di dollari, anche se con sole dodici aggiudicazioni sopra il milione.
Ritornando alla discussa opera di Lik, in realtà questa vendita forse dice più sul compratore e sul modo in cui i collezionisti spendono i loro soldi, che sulla definizione stessa di fotografia: l’opera di Lik è stata venduta privatamente a un compratore anonimo e la cifra finale non è dunque il frutto di una serrata battaglia al rialzo, ma un prezzo fissato dall’artista, senza passare attraverso le leggi del mercato e della domanda. Così, proprio da outsider, Lik da questa vicenda ne esce pienamente vincitore e, grazie anche a precedenti vendite, attualmente occupa quattro posizioni nella top 20 delle fotografie più care del mondo. Ove nemmeno Andreas Gursky e Cindy Sherman ne occupano più di due.

Martina Gambillara

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #23

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  • Il problema qui mi pare non sia tanto di discutere il prezzo delle foto in merito o se la fotografia è solo o non solo tecnologia per cui certe cifre non sono sempre giustificate, ma fino a che punto il sistema che sta dietro può spingere delle opere, come in questo caso, a determinate quotazioni. Il fatto che questo fotografo dispone di una rete di gallerie di primo piano che portano il suo nome, sicuramente ne favorisce, a dispetto di altri, il raggiungimento di determinate quotazioni tanto da potersi permettere e stabilire autonomamente il prezzo di vendita fino a questi livelli, scavalcando il mercato, le aste ecc… che già di per se sono condizionati da fattori sempre più legati a meccanismi di mercato e sempre meno a motivazioni specifiche legate al mondo dell’arte.