La neonata Fondazione Lenz. Tra Juan de la Cruz e Pier Luigi Bacchini

È nata la Fondazione Lenz. Unisce la ricerca performativa e visiva di Lenz Rifrazioni e Natura Dèi Teatri, tra le più innovative realtà del panorama teatrale italiano. Per continuare l’azione di ricerca, creazione e formazione e ampliare la progettualità artistica e culturale. I direttori artistici Maria Federica Maestri e Francesco Pititto inaugurano il nuovo corso con “Habitat Pubblico”: un omaggio al poeta parmense Pier Luigi Bacchini e ad altre figure poetiche che hanno abitato la ricerca di Lenz.

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L'Impronta di un Dio, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto

L’Impronta di un Dio, Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

IL DIO DI LENZ
L’impronta di un Dio unisce versi e testi oltre che di Pier Luigi Bacchini, Clemente Rèbora, Friederich Hölderlin, Cristina Campo e Juan de la Cruz, figure che interrogano il mistero della vita e della morte. In questa mise-en-parole di Maria Federica Maestri e affidata all’interpretazione di Valentina Barbarini, confluiscono, formando un unico corpo drammaturgico visivo e sonoro, le immagini di potente corporeità di Francesco Pititto e la ricerca sonora di Andrea Azzali.
Su tre grandi schermi, l’iniziale candore di due corpi nudi sfuma sulla forma rotonda di teste rasate a stretto contatto; che sfumano, a loro volta, sulla forma di tre palloni; quindi su quella di pianeti immersi nel buio astrale; e alternati alla sequenza effigiante tre fisici, di cui uno simile alla lupa romana al cui seno le altre succhiano il latte. A legare le immagini e i versi, in un viaggio interiore alla ricerca dell’impronta di Dio, è, nella vibrante penombra, il corpo poetico della performer. Prima indossando una maschera di lattice per declamare la preghiera di Juan de la Cruz, “Vivo senza vivere in me, e così spero, que muero porque no muero”; poi, mostrandosi a volto scoperto. I versi di Cristina Campo sono pronunciati con la maschera di una tigre.
Di volta in volta vengono assunte posture con sguardi supplichevoli, adoranti, smarriti, fino alla posa di una crocifissione. In queste stazioni dell’anima – tappe solitarie di echi lontani dal frastuono del tempo, voci riemerse dal naufragio della notte oscura – le parole conclusive del mistico spagnolo, “per arrivare, … per avere, e … per non ostacolare il Tutto”, risuonano in scena, luogo epifanico dell’incarnazione che allude a una presenza divina. La stessa che, spostandoci nella Sala Majakovskij, emerge in Canciones del alma.

Canciones del alma, Lenz Fondazione - © Francesco Pititto

Canciones del alma, Lenz Fondazione – © Francesco Pititto

L’ANIMA DANZATA DI SANDRA SONCINI
Qui c’è la suggestione di uno spazio unico di archeologia industriale, spoglio, dalle mura scrostate, dalle grandi finestre. Il vuoto è fatto vivere da un corpo poetico “ingombrante” per potenza espressiva. È in vibrazione come una corda di violino in un luogo divenuto cassa di risonanza di una voce interiore, di una presenza altra e alta: quella di San Giovanni della Croce. C’è l’eco tutto umano di una ricerca di Dio raggiunta, e non ancora sperimentata, e non ancora vissuta. Parola espressa e silenzio sondano l’Invisibile. Corpo squassante e squassato, posseduto dal furore mistico.
È quello della straordinaria attrice-performer Sandra Soncini, un corpo coreografico che, piantato a terra, possiede la leggerezza e la gravezza di una presenza tumultuosa anelante al divino. Si muove in equilibrio sulla lunga striscia bianca disegnata sul pavimento e illuminata da un taglio di luce lineare. È prima accovacciata in una figurazione che ricorda le forme pittoriche di Bacon, poi si rivela disarticolando mani e membra, alzandosi lentamente, a scatti, muovendosi in una danza frenetica con spasmi muscolari che tradiscono quella tensione del corpo verso l’estasi. Al contempo pronuncia espressioni poetiche sulle musiche originali di Azzoli.
Sono le parole delle Canciones del alma che il regista Francesco Pititto, nella sua riscrittura e traduzione, ha affidato alla Soncini che ne restituisce il ritmo contemplativo, un percorso dell’anima nel suo travaglio luminoso e oscuro, di ricerca e ascesa, di consumazione e annientamento, di canto e di conoscenza, quella “conoscenza sperimentale di Dio”, per dirla con Giorgio Agamben, che fa dire “come ben conosco la fonte che sgorga e scorre, anche se di notte”, “questa viva fonte, che desidero, in questo pane di vita io la vedo, anche se di notte”.

Giuseppe Distefano

http://lenzrifrazioni.it/

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