Pensare con le mani: dopo trent’anni apre al pubblico lo studio milanese dell’artista Amalia Del Ponte. Un blitz esclusivo

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Amalia del Ponte, Tropo n°03 - 1965 - plexiglass

Amalia del Ponte, Tropo n°03 – 1965 – plexiglass

All’ombra della Chiesa di Sant’Eustorgio, in un antico cortile milanese, apre al pubblico per la prima volta dopo trent’anni lo studio di Amalia Del Ponte (Milano, 1936). Tra gli ospiti il designer Paolo Lomazzi e la curatrice del Museo del Novecento Iolanda Ratti. Allieva di Marino Marino a Brera, l’artista e designer milanese, vincitrice del Primo Premio per la scultura alla Biennale di San Paolo del 1975, di recnte proprio al Museo di Palazzo dell’Arengario aveva donato una sua opera. Un lavoro, il suo, che racconta con un’attenzione scientifica le geometrie cristalline della materia.
I Tropi, prime sculture in plexiglass datate 1967, anticipavano di una ventina d’anni le parallele ricerche degli artisti californiani su questo materiale e le sue componenti ambientali. Qualcuna in bella vista nell’atelier, mostrato al selezionato pubblico: su una mensola dello studio, attraversate dagli ultimi raggi di sole del giorno, le sculture trasparenti dalle minute proporzioni dettano le regole dello spazio. Accanto, il render del primo negozio di Fiorucci a Milano. La componente immateriale della scultura vibra nelle grandi lastre di pietra “intonate”, allineate alle pareti: compongono un Litofono, da accarezzare e percuotere per attivare onde sonore ancestrali. Forme minimali, ma generosamente inclusive rispetto allo spazio circostante, costruiscono una bellezza rigorosa. Lo studio stesso ne porta l’impronta: forme prismatiche abitano l’antica cella del convento della basilica, dal soffitto a cassettoni al cortile ombreggiato da un gigante bambù. Nell’angolo dello studio un foglio scritto ad acquarello: “Penso con le mani”.

– Giulia Bombelli

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