Primavera Sound Festival. Ancora un festival a Barcellona

Per alcuni è più una specie di vaso di Pandora che un festival in senso stretto. Per altri è il paradiso indie appartenente a santi o beati di generazioni e culture molto diverse. Altri ancora, invece, innamorandosi dell’eclettismo e del citazionismo, lo paragonano senza riserve a una Woodstock per postmoderni. L’appuntamento è a Barcellona dal 22 al 26 maggio.


Primavera Sound Festival - Ambiente Fleet Foxes - photo Tamara de la Fuente

Primavera Sound Festival – Ambiente Fleet Foxes – photo Tamara de la Fuente

Di certo vi è che la storia del Primavera Sound non può non appassionare per la buona dose di testardaggine e coerenza. Uno di quei festival dove il fattore sorpresa sembra aver sempre fatto parte del gioco; con il gusto e la sfida del non dover dipendere esclusivamente dal programma musicale, ma piuttosto dalla certezza di scoprire e riscoprire tendenze dimenticate, emergenti o sempre vive. Fu così che line-up più che imprevedibili e un’affluenza straordinaria trasformarono il Primavera Sound nel cult europeo della musica indipendente di ieri e di oggi. Patty Smith, Neil Young, My Bloody Valentine, Wilco, Yann Tiersen, New Order o Ariel Pink, per citare alcuni dei protagonisti delle passate edizioni.
Succede ogni primavera a Barcellona, dove – grazie al melting pot che si è andato sviluppando negli Anni Novanta – si sono accolte con entusiasmo tendenze musicali che, volenti o nolenti, si legavano più a un concetto di industria musicale che non a un target generazionale. Tutt’oggi, tra la crisi e l’appoggio delle istituzioni ai grandi eventi che viene sempre più ridotto, risultava improbabile che un evento musicale di simile portata – basti pensare al Glastonbury Festival in Inghilterra o al Lollapalooza in America – potesse sopravvivere in una realtà mediterranea diversa da Barcellona, e arrivare a sfiorare nella scorsa edizione i 150mila spettatori.

L’avventura del piccolo festival, che sembrava potesse appartenere solo a un pubblico di nicchia, inizia negli Anni Novanta con la Murmurtown production, una serie di showcase che puntavano a far emergere le proposte rock e pop di artisti spagnoli autoprodotti o provenienti da piccole case discografiche. Diventando nel 2001 un appuntamento stabile che si riallacciava alla grande tradizione indie e post punk americana e inglese degli Anni Settanta e Ottanta.
Con lo spirito che aleggia attorno al Primavera Sound, si può scommettere sull’armonia che si cela dietro a una line-up 2013 a tratti più che eterogenea. Basti pensare ad artisti del calibro di Nick Cave and the Bad Seeds, al multiforme James Blake (Premio Mercury 2011), o realtà provenienti dal panorama italiano come Honeybird & The Birdies, Blue Willa e Foxhound, che il festival spagnolo farà conoscere alla scena internazionale.
Un occhio di riguardo per quest’edizione – oltre 150 concerti in programma – va alla presenza dei Blur, band che ha fatto la storia delbritpop inglese, e al suo poliedrico leader Damon Albarn, collaboratore stabile del progetto video-musicale alternativo Gorillaz. E ancora Daniel Johnston, un artista il cui disturbo schizofrenico, diventando soggetto del famoso documentario The Devil and Daniel Johnston (2005), ha reso celebri i suoi disegni esposti in Italia alla Fondazione Sandretto nel 2008.

Daniel Johnston - photo Peter Juhl

Daniel Johnston – photo Peter Juhl

C’è da citare anche il fenomeno Rodriguez, recentemente restituito alla storia della musica da un altro documentario, questa volta premio Oscar, Searching for Sugar Man (2012), che racconta la sfortunata storia di un artista dato per suicida per molti anni. A concludere la classifica Artribune della XIII edizione del Primavera Sound c’è Dead Can Dance, un art rock australiano fatto di ambizioni intellettuali uniche nel loro genere. Repertori gotici che si mischiano con tradizioni tribali aborigene, e l’indimenticabile voce di Lisa Gerrard, presente anche nella colonna sonora del Gladiatore (2000).

Enrichetta Cardinale Ciccotti

www.primaverasound.es

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