A Venezia c’è anche Stéphane Brizé col film “Un bon petit soldat”. Quando la performance entra nella vita
Che cosa accade quando il lavoro smette di occupare soltanto il nostro tempo e comincia a occupare anche la nostra mente, modificando il rapporto con noi stessi e con le persone che amiamo? Alla Mostra del Cinema il film con protagonista Alba Rohrwacher
Il regista francese Stéphane Brizé torna al mondo del lavoro e del potere economico, ma cerca questa volta una strada diversa. Per Un bon petit soldatBrizé ha rifiutato l’idea di considerare il film semplicemente il quarto capitolo di una “quadrilogia del lavoro”: alla rabbia dei film precedenti si è sostituito, ha spiegato, un sentimento più oscuro, il disgusto, maturato anche attraverso una maggiore comprensione dei meccanismi del sistema e, significativamente, attraverso la psicanalisi.
Le premesse del film “Un bon petit soldat”
Carla Moretti (Alba Rohrwacher), responsabile delle risorse umane di una grande compagnia assicurativa, vuole dimostrare di meritare il posto conquistato. Non è però la vittima innocente contrapposta a un potere malvagio: utilizza il linguaggio dell’azienda, ne applica le regole, talvolta partecipa alla sua violenza e contemporaneamente ne viene schiacciata. È questa ambiguità l’aspetto più interessante del film: il sistema non rimane fuori di Carla, ma finisce per entrare dentro di lei.

La grammatica della performance esce dall’ufficio ed entra nella vita privata
Lo comprendiamo soprattutto nel rapporto con il figlio, ormai affidato prevalentemente allo schermo di un computer. Durante una videochiamata per la matematica lo incalza: deve capire, migliorare, fare di più. La grammatica della performance è uscita dall’ufficio ed è entrata nella maternità. Quando il ragazzo arriva a pensare che la madre non gli voglia bene, comprendiamo quanto la violenza subita possa inconsapevolmente trasformarsi in violenza trasmessa.
Anche lo spazio racconta questa progressiva perdita di sé. Carla sembra quasi non avere più una dimensione privata: uffici, corridoi, mezzi di trasporto, luoghi di passaggio. Il figlio è uno schermo, il marito una telefonata. Il lavoro non le ha sottratto soltanto il tempo: ha occupato lo spazio della vita.
Un film che fa quasi centro
Ed è proprio qui, tuttavia, che Un bon petit soldatsembra fermarsi prima di raggiungere la profondità alla quale sembrava aspirare. Le stesse parole di Brizé sulla psicanalisi fanno intravedere una dimensione interiore che il film esplora solo parzialmente. Il rapporto con la terapeuta, affidato a pochissime scene a distanza, apre una possibilità interessante ma rimane appena accennato. Il film osserva con lucidità i meccanismi che schiacciano la protagonista, meno profondamente ciò che quegli stessi meccanismi producono nel suo inconscio.
Una grande performance per Alba Rohrwacher
È soprattutto Alba Rohrwacher, allora, a condurci nelle incrinature interiori di Carla: esitazioni, silenzi, improvvisi cedimenti e un volto che progressivamente perde le proprie difese. L’attrice ha definito “totalizzante” il lavoro compiuto con Brizé, e questa intensità si percepisce.
Resta così un film interessante nelle intenzioni e rigoroso nella costruzione, ma a mio avviso non completamente risolto: più convincente quando mostra come il potere penetri nella quotidianità che quando tenta di raggiungere le zone più profonde dell’individuo.
La domanda che lascia, tuttavia, è inquietante: quanto possiamo adattarci a un sistema senza accorgerci che ne abbiamo fatto una parte di noi? Forse il “buon soldatino” non è soltanto chi obbedisce agli ordini. È chi li ha interiorizzati al punto da continuare a eseguirli anche quando nessuno ha più bisogno di impartirli.
Gianfranco Missiaja
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