Storia dell’isola caraibica che prima del rhum viveva grazie al color indaco

Se l’isola Marie-Galante nelle Antille francesi è attualmente nota per il suo pregiato rhum, in passato lo era per l’indaco, tanto richiesto in Europa da mettere in crisi i produttori locali, poi surclassato dal colore industriale e oggi riscoperto grazie a un’attenta operazione di recupero

Mentre il traghetto si avvicina a Marie-Galante, la linea della costa si appiattisce sempre di più sul livello del mare. La terza isola delle Antille francesi non ha i vulcani delle sorelle maggiori a stagliarsi dalle acque come La Soufrière della Guadalupa o Montagne Pelée alla Martinica. Da queste parti la chiamano L’île galette e basta vedere i goffi tentativi di inserire il suo perimetro in forma stilizzata sui cappellini e le magliette per turisti per capirne il motivo: la forma quasi circolare e piatta dell’isola, appare come il primo tentativo di un bambino di disegnare la lettera O oppure uno 0, con la mano infantile che ancora trema, oppure riprendendo la metafora contenuta nel nomignolo datogli dai francesi (che riconducono tutto alla cucina), appunto ad una focaccia.

L’isola Marie-Galante nei Caraibi
L’isola Marie-Galante nei Caraibi

Le peculiarità dell’isola Marie-Galante rispetto alle altre Antille francesi

Questa differenza non è solo morfologica ma anche geologica: Marie-Galante è un’isola calcarea, bassa, molto esposta al vento e questo ne ha segnato la storia e lo sviluppo, rendendola di fatto, fin da quando Cristoforo Colombo la battezzò con il nome di una delle sue caravelle, idonea come terra agricola. Mentre in Martinica sorgevano città come Fort De France e Saint-Pierre, chiamata all’epoca la Parigi dei caraibi, ma condannata a diventarne la Pompei nel 1902 quando il vulcano si risvegliò e cancellò oltre 28.000 vite in un paio di minuti, a Marie-Galante gli unici edifici in pietra che pareva valesse la pena di costruire oltre alla chiesa erano i mulini a vento, necessari per frantumare la canna da zucchero. 400 anni dopo poco è cambiato, e anche se dei cento mulini che furono, restano solo ruderi coperti dalla vegetazione, le strade paiono essere state asfaltate solo per permettere ai trattori di portare la canna nelle distillerie. Numero di semafori presenti su 158 km² di territorio: zero.

L’odierna produzione di Rhum a Marie-Galante nei Caraibi

Oggi l’isola è definibile in tutto e per tutto una monocoltura, perché qui si distillano alcuni dei Rhum Agricole più celebri al mondo, come le storiche Bielle, Père Labat, Bellevue, ma anche il leggendario Rhum Rhum creato da Luca Gargano e Gianni Capovilla utilizzando canna locale e distillazione discontinua. Ma prima della canna da zucchero, prima del dominio assoluto del rhum agricole, nelle Antille francesi esisteva un’altra pianta, il cui nome era sinonimo delle ricchezze coloniali, e il cui blu sarebbe stato per secoli in Europa sinonimo di Caraibi molto più di quello del mare.

L’antica coltivazione dell’indaco naturale a Marie-Galante

Si trattava dell’indaco naturale, ricavato dalle piante del genere Indigofera, che rappresentava tra XVII e XVIII Secolo una delle materie prime più ricercate dai mercanti europei. Utilizzato per secoli in Asia e Africa per la tintura dei tessuti, arrivò progressivamente anche nei Caraibi coloniali, dove il clima tropicale favoriva la coltivazione. Martinica, Guadalupa (di cui Marie-Galante è parte) e Haiti (all’epoca Saint-Domingue) diventarono rapidamente territori strategici per la produzione dell’indigo, e purtroppo come gran parte dell’economia caraibica dell’epoca, anche questa coltura si basava sul lavoro forzato degli schiavi africani deportati nelle piantagioni. Il blu intenso ottenuto dalle foglie fermentate attraversava l’Atlantico per finire nei tessuti, e le volte persino nella pittura europea, come nel caso di alcune opere di William Turner che ne sperimentò i pigmenti.

Il blu, il pigmento più prezioso in Europa

Per secoli il blu rappresentò uno dei colori più preziosi e difficili da ottenere in Europa. Prima dell’arrivo dei pigmenti chimici industriali, tingere un tessuto richiedeva processi lunghi, fermentazioni complesse e materie prime costose. Non a caso in Francia il blu assunse nel corso dei secoli una dimensione politica, religiosa ed estetica molto forte: divenne il colore della monarchia, dei mantelli reali, degli stemmi e di parte dell’iconografia medievale legata alla Vergine. Si arrivò presto a definire “Bleu de France” il colore dei Borboni, e questa tradizione sopravvisse fino a tempi più recenti, quando fu utilizzato nelle uniformi militari e in seguito nello sport nazionale francese fino ad oggi, come potremo costatare ai prossimi mondiali di calcio. Proprio per questo valore reale le tinture per secoli erano state merce preziosissima, e alcune aree dell’esagono si erano specializzate nella produzione di pastel des teinturiers, chiamato anche guède o waide, un altro colorante proveniente da una pianta europea — Isatis tinctoria – coltivata soprattutto nel sud-ovest della Francia e in Piccardia. Tra il XV e il XVI Secolo il pastel rese ricchissima l’area di Tolosa e del Lauragais, dove le foglie della pianta venivano raccolte, triturate, fermentate e da questa lavorazione si otteneva il pigmento blu.

L’indigo da Marie-Galante: una questione politico-economica

Non è difficile immaginare la rivoluzione economica che l’arrivo del colorante coloniale portò nella tintura europea. A partire dal XVI Secolo, iniziò infatti a diffondersi in Europa l’indaco che anche grazie ad una diversa concentrazione del pigmento che risultava molto più elevata, permetteva di ottenere blu più profondi, stabili e intensi. In poco tempo la tintura proveniente dalle colonie finì per mettere in crisi l’economia del pastel francese. La concorrenza fu talmente forte che Enrico IV cercò di limitare l’uso per proteggere la produzione nazionale di guède, nello stesso modo in cui i re spagnoli provavano ad arginare l’arrivo dei vini dal Perù: dazi sempre più alti per proteggere la produzione della madrepatria.

Le indigoteries di Marie-Galante

Tra XVII e XVIII Secolo Marie-Galante fu uno dei principali territori produttori di indaco delle Antille francesi: nel momento di massima espansione l’isola arrivò ad avere quasi novanta indigoteries attive. Poca cosa in confronto alle quasi tremila indigerie che pare fossero ad Haiti nello stesso periodo. Poi il sistema collassò lentamente. La chimica industriale rese progressivamente marginali le tinture naturali e la canna da zucchero occupò quasi completamente il paesaggio agricolo delle Antille francesi. Oggi molte di queste strutture sopravvivono come rovine sparse soprattutto nella zona orientale dell’isola, classificate come monumenti storici.

Il ritorno dell’indaco a Marie-Galante

Zero semafori, due strade ad anello, una lungo la costa e una più interna, collegate tra di loro con vari affluenti di asfalto e terra battuta che portano tra i canneti e nelle campagne. Orientarsi da queste parti sembra facile, ma quando ci si trova all’interno dell’isola l’assenza di qualsiasi riferimento riconoscibile non aiuta. Nel cuore di una campagna che potrebbe essere ovunque si trova però qualcosa che rende quel lembo di terra prezioso, diverso. Lontano dalle distillerie più visitate e dalle spiagge, un piccolo edificio in legno ospita il progetto Indigo & Colors, tentativo di riportare alla vita la coltivazione della pianta e la sua colorazione naturale, questa volta non più nel ruolo di mano d’opera coloniale ma di micro-imprenditoria locale. Quando Valentin ha lasciato Parigi per tornare sapeva quello che lasciava, ma non quello a cui sarebbe andato incontro. Un passato da ballerino nella metropoli, e un futuro da far germogliare di pari passo con le piantine che gli avrebbero permesso di avviare la sua nuova attività. E se per imparare l’agricoltura in quest’isola i buoni maestri non mancano, per imparare di più sulla tintura è stato necessario un viaggio in un altro arcipelago, posto agli antipodi del pianeta, ma dove la tradizione di questo blu antico è ancora vivo, ovvero il Giappone.

Il miglioramento della tecnica tintoria grazie alla tradizionale tintura giapponese “aizome”

Qui la tintura con indaco, conosciuta come aizome, occupa una posizione centrale nella storia dell’artigianato tessile. Per secoli il pigmento venne ricavato dalla pianta Persicaria tinctoria, coltivata soprattutto nell’isola di Shikoku, attraverso un processo lento basato sulla fermentazione delle foglie e sulla preparazione di vasche vive che richiedevano manutenzione quotidiana. Durante il periodo Edo il blu indaco si diffuse enormemente anche per effetto delle leggi suntuarie che limitavano l’uso di colori troppo appariscenti tra le classi popolari, trasformandosi progressivamente nel colore dominante degli abiti quotidiani, dei tessuti da lavoro e delle uniformi. Ancora oggi molte tecniche tradizionali legate all’aizome sopravvivono all’interno di atelier artigianali e produzioni di denim giapponese di alta gamma, ed è proprio qui che sono venuti a studiare per portare nuove tecniche alle Antille.

L’indigo delle Antille francesi, la riscoperta di un procedimento agricolo lento

Il progetto infatti evita accuratamente il folklore caraibico da boutique turistica. Gli stessi creatori parlano di “nouveau savoir-faire ancestral”, formula che sintetizza bene la natura quasi paradossale dell’operazione: utilizzare il presente per riattivare una memoria agricola interrotta dalla monocultura della canna e dalla chimica industriale. Qui invece, senza fretta, le foglie vengono raccolte, lasciate macerare, ossidate lentamente fino alla comparsa del blu intenso dell’indigo. Le tinture continuano a essere realizzate attraverso procedimenti vegetali tradizionali, sull’idea di “prendre le temps”: recuperare il ritmo dei gesti in un territorio dove per secoli la produzione agricola è stata organizzata attorno alla velocità dell’esportazione coloniale.

Il ritorno dell’indaco di Marie-Galante il recupero di una memoria antica, non solo di una pratica artigianale

Ed è probabilmente questo a rendere il ritorno dell’indaco qualcosa di più di un semplice recupero. Perché in un’isola ancora fortemente dipendente dalla canna da zucchero, ripiantare indigo significa anche riappropriarsi di una storia rimasta sepolta sotto il dominio economico della madrepatria. Un’altra possibilità agricola, un’altra memoria del territorio, un punto luce blu brillante dentro un paesaggio che per secoli è stato quasi interamente assorbito dal verde.

Federico Silvio Bellanca

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Federico Silvio Bellanca

Federico Silvio Bellanca

Classe 1989, scrive per diverse testate italiane (Gambero Rosso, Forbes). In ambito enogastronomico ha firmato diversi libri editi "Il Forchettiere" e "Giunti". Ha condotto e produtto per WineTv (canale 815 di Sky) varie trasmissioni a tema distillati.

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