I turisti sono cannibali. L’editoriale di Marcello Faletra

I musei sono diventati sempre più un luogo di spettacolo, dove i visitatori mettono in campo una sorta di narcisistico compiacimento di fronte a un’opera e a uno smartphone che li immortala. Colpa soltanto del selfie-stick o dietro c’è una mutazione più profonda?

Un selfie con Guernica di Picasso
Un selfie con Guernica di Picasso

Il giorno del Palio, piazza del Campo è invasa da orde di turisti provenienti da tutto il mondo. Molti hanno un’asta sulla cui estremità è fissato uno smartphone. Voltano le spalle alla Torre del Mangia, sorridono e cliccano. Davanti alla Nascita di Venere, famiglie, coppie, singoli girano le spalle al capolavoro di Botticelli e scattano la foto che li immortala con l’opera. Stesso rituale al Centre Pompidou con la fontana-giocattolo di Tinguely. A questo rituale di autoesposizione non sfugge nemmeno Guernica di Picasso. Qui il sorriso dei visitatori collide con la tragicità dell’opera. Il museo, il monumento, l’opera e tutti i feticci culturali diventano scena, cornice per certificare una prova d’esistenza davanti all’arte. Diventano effimeri involucri del pellegrinaggio nei santuari della cultura. Nessuno scambio con l’opera.
Arrivati sul posto, letta la didascalia, il passo successivo è voltare le spalle e fotografarsi in un gesto di irresistibile compulsione (autoerotica?) davanti al monumento. Ciò significa che il museo, il parco archeologico, sia pure trasfigurati, non possono cambiare nulla nello spettatore, perché sono anch’essi mass media. Riproducono, con la loro inerte esistenza, i rapporti sociali di massa. Ma significa anche che le opere sono senza mondo. Non appartengono più a un luogo. Espulse dalle storie locali, sono preda delle metastorie globali. Si assiste così al passaggio epocale dal valore di esposizione delle opere al valore di sovraesposizione del turista. Dal feticismo delle opere al narcisismo indotto del turista.

Hans Magnus Enzensberger
Hans Magnus Enzensberger

Il museo diventa spettacolo, socialità coartata, simulacro di godimento estetico. I centri storici sono ridotti a macchine d’animazione, packaging della certificazione turistica. Sono una simulazione di scambio e valori collettivi, una performance di giochi e spazi non funzionali. Sotto il segno del turismo, tutte le culture diventano simulacri, perdono la loro singolarità. Sotto il segno della merce, dietro l’acquisto di un “ticket”, si ha il diritto di avere una prova d’esistenza culturale; ma anche una prova di cannibalismo culturale. Dietro l’apparente immortalità delle opere, tenute artificialmente in vita nei musei, tutto muore. L’illusione di essere dentro il quadro rivela quanto sia vera l’osservazione di Enzensberger secondo cui il turismo è la parodia della mobilitazione generale, e i suoi quartieri generali sono simili a stati maggiori dove si calcolano in anticipo i movimenti di truppa.

Marcello Faletra

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #33

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.