Via i venditori ambulanti dal museo. Il Metropolitan di New York come Roma

Il direttore del Met Thomas Campbell costretto a intervenire contro la piaga dei carretti per gli hot dog. Ce n‘erano fino a 30 sulla piazza davanti al museo, impossibile arrivare in taxi, difficile anche passare a piedi

Metropolitan Museum, New York
Metropolitan Museum, New York

Difficile trovarne davanti alla National Gallery di Londra, che del resto affaccia su Trafalgar Square. Invisibili – o comunque più discreti, quando ci sono – davanti al Prado di Madrid. Potreste mai solo immaginare di trovarne uno sulla piazza del Louvre, magari appoggiato a uno dei lati della piramide rovesciata di Pei? È invece Roma che si presenta come la capitale del degrado delle aree culturali, il regno dell’abusivismo che prospera nella sostanziale anarchia che da decenni regna nella Città Eterna, dove venditori di Coca Cola e ombrellini non si fanno scrupoli di deturpare visuali fra le più celebri e ricercate del mondo. Perché a Trafalgar Square no, mentre a Roma è possibile e tollerato (qualche volta subliminalmente incoraggiato!) svillaneggiare aree archeologiche e siti storico-artistici che tutto il mondo ci invidia? Il tutto nel prosperare delle mafie che alimentano questo. Qualche ottimo risultato lo ottenne la giunta Marino, appoggiata dal nuovo soprintendente Prosperetti, tanto che oggi Colosseo e Fori Imperiali sono stati “bonificati”. Poi il nuovo assessore a 5 stelle sembrò voler riaprire la questione, all’insegna dello slogan “I turisti debbono potersi dissetare”, per poi fare marcia indietro, fra gaffes e incomprensioni.

25 O 30 VENDITORI AMBULANTI
Ma chi pensi che il caso romano sia unico, rischia di prendere un granchio: perché qualcosa di simile accade invece in un luogo dove nessuno se lo aspetterebbe. Accade nel pieno centro di New York, in quel Metropolitan Museum of Art, secondo museo più visitato al mondo. È lì che il direttore Thomas Campbell è dovuto scendere in campo in prima persona per risolvere la piaga dei carretti dei venditori ambulanti di hot dog, che erano arrivati ad intasare la piazza davanti al museo, di recente ristrutturata da David Koch. “Nei momenti di picco, ne abbiamo contati circa 25 o 30. Era un vero muro, non si poteva arrivare a un taxi, era difficile raggiungere anche a piedi la scalinata del museo”. Certo, non siamo al degrado romano: qui parliamo di piccoli carretti spesso ben costruiti, entrati addirittura nell’immaginario pop americano, anche grazie all’arte che ne ha spesso fatto soggetto. “Ad alcune persone piacevano perché. . . erano molto vivaci. Ma l’odore che soffiava verso il museo…”, sdrammatizza Campbell. Soluzione? Ora ne restano otto, situati solo agli angoli degli spazi antistanti al Met.

– Massimo Mattioli

 

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.