L’idea che oggi abbiamo dell’industria videoludica ci rimanda inevitabilmente alla figura del gamer contemporaneo, una persona, cioè, intenta a condividere le rispettive partite attraverso dirette live ambientate nella propria camera da letto. C’è stato un tempo però – tra la metà degli anni Ottanta e la prima decade dei Duemila – in cui l’atto del gioco, tramite computer e console domestiche, aveva una valenza molto più intima, una pratica condivisa, semmai, esclusivamente con una circoscritta cerchia di amici. Quella dimensione privata e rassicurante, nella quale poter vivere avventure incredibili, viene celebrata in Video Games, l’ultimo videoclip che il regista americano Eric Power ha diretto per l’amico musicista Jeremy Messersmith. Realizzato interamente con l’animazione cut-out, tecnica che unisce insieme collage e stop motion (e nella quale Power è maestro indiscusso), il video riesce a restituire perfettamente quella sensazione di protezione e spensieratezza che i videogiochi vintage incarnano.

DA PONG AL GAME BOY

Il video si apre con la riproduzione di un Macintosh 128K (primissimo modello di computer Mac, prodotto dalla Apple nel 1984) fatto di cartoncini colorati che, mano a mano, muta in un cabinato Arcade, televisori a tubo catodico, schermo di un Nintendo Game Boy, e così via. Inizia in questo modo un viaggio ricco di nostalgia che, tra pietre miliari dell’universo dei videogame (come Pong, Asteroids, Pac-Man, Tetris, o The legend of Zelda, giusto per citarne alcuni) ed esperienze più recenti, come Cuphead e Gris. Un viaggio che accompagna lo spettatore all’interno dei videogiochi che hanno maggiormente segnato gli stessi Power e Messersmith. Il senso di malinconia viene accentuato dal testo della canzone (primo singolo del nuovo album di Jeremy Messersmith, Mixtape for the Milky Way) che, a un certo punto, recita così:
“Life isn’t much like a video game, sometimes it’s hard and there’s nowhere to save and you can’t start over again. So everyday I play video games, I guess I don’t know what you want me to say. I just don’t want to cry anymore” (La vita non assomiglia a un videogame, a volte è difficile e non c’è modo di poter salvare, e non si può ripartire all’infinito. Non credo di sapere cosa vuoi che ti dica, so solo che non voglio più piangere).

– Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.