Rachel Rose (1986), giovane artista americana, racconta di essere affascinata dall’idea di uscire dal proprio corpo, di vivere un’esperienza interamente spirituale, e per questo si ispira alla figura dell’astronauta. Tom Sachs (1966), invece, che in uno dei suoi progetti ha simulato una missione della NASA, elenca tre ragioni per andare sulla Luna: “la spiritualità, la sensualità, e le cose”.
Molto diverso l’approccio di Trevor Paglen (1974) che attraverso la fotografia cerca di rendere visibili oggetti di cui altrimenti non saremmo coscienti, tra cui i tanti satelliti abbandonati che continuano a orbitare nello spazio come spazzatura interplanetaria. Usa la fotografia anche il giapponese Hiroshi Sugimoto (1948) che in una serie memorabile di immagini ha ritratto la Luna per poi capovogerla. Laurie Anderson (1947), invece, sulla Luna ci è andata con la realtà virtuale, guidata da un amore per il cielo che risale all’infanzia. La polacca Alicja Kwade (1979), infine, trasforma il satellite in una scultura, riportandolo al suo stato essenziale di “roccia”.

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