La satira sul mondo dell’arte contemporanea è una carta che i registi giocano sempre più di frequente. Basti pensare alla parodia della performance art messa in campo da Paolo Sorrentino ne La Grande Bellezza, oppure al pluripremiato The Square di Ruben Östlund, in cui le dinamiche del sistema dell’arte venivano ripetutamente messe a nudo e ridicolizzate. Mancava però all’appello il genere horror, una lacuna colmata in questi giorni da Velvet Buzzsaw, uscito ieri su Netflix e diretto dall’americano Dan Gilroy. La pellicola, ambientata nella Los Angeles delle grandi gallerie e delle mega-fiere, ha come protagonisti il critico d’arte Morf Wandevalt (Jake Gyllenhal) e la gallerista Rhodora Haze (Rene Russo), impegnati nella ricerca su un misterioso pittore deceduto, le cui opere descrivono un universo cupo e violento. La situazione però degenera lentamente, e il film si trasforma, da satira accurata del mercato dell’arte, in un thriller-horror ironico e splatter, tra installazioni che attaccano i visitatori, scene del delitto e morti cruente.

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.