In occasione della scorsa edizione del Torino Film Festival è stato presentato un cortometraggio molto particolare, un film che mette in discussione l’importanza della consapevolezza all’interno del processo creativo e riflette sulla percezione delle immagini non generate dalla volontà umana. Si tratta di Animal Cinema del giovane artista multimediale, nonché ricercatore impegnato ad Harvard, Emilio Vavarella (Monfalcone 1989): una collezione frammentaria, cominciata ben cinque anni fa, di video caricati su Youtube che testimoniano l’interazione tra animali di specie differenti e una videocamera GoPro. Attraverso la falsa continuità della narrazione, generata da un montaggio molto fluido che attesta l’importanza dell’eredità di Eisenstein e dell’avanguardia cinematografica sovietica, si ha dunque la possibilità di passare dalla visuale di una scimmia a quella di un nibbio fischiatore, dando così corpo a un flusso unico capace di generare una specie di entità omogenea e in continuo divenire.

UN CINEOCCHIO ANIMALE

Gli undici animali selezionati appaiono come degli attori, nel senso etimologico di “agenti”, intenti a fare esperienza di un oggetto tecnologico che si trasforma automaticamente in un occhio altro, capace di mostrare ciò che normalmente non viene rivelato: una visione che affonda le radici nella teoria del cineocchio di vertoviana memoria.
Partendo da riflessioni sul concetto di immagine-movimento espresso da Deleuze, Vavarella, che ci tiene a non definirsi propriamente un regista, sfrutta il mezzo video non solo per mettere in scena una metamorfosi mediatica, ma anche e soprattutto per continuare a portare avanti la sua ricerca basata sulla possibilità di creare esperienze audiovisive non antropocentriche. La curiosità verso approcci non umani, inseriti in un discorso di produzione artistica, è infatti anche il filo rosso che collega i tre progetti allestiti all’interno degli spazi della Galleriapiù di Bologna in occasione di Re-Capture: Room(s) for Imperfection (di cui fa parte anche lo stesso Animal Cinema), la sua ultima mostra personale inaugurata lo scorso 18 novembre e curata da Federica Patti.

– Valerio Veneruso

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AutoreEmilio Vavarella
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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo. Tra le mostre recenti: la personale RUBEDODOOM – Per tutti e per nessuno (Metodo Milano, Milano, a cura di Maurizio Bongiovanni, 2020) e le collettive, Existance Resistence (mostra virtuale su Instagram a cura di Giovanna Maroccolo e Patrick Lopez Jaimes, 2022), The Struggle is Real (Green Cube Gallery e Fondazione Spara, a cura di Clusterduck, 2021), Rifting (a cura di Federico Poni e Federica Mirabella per la quinta edizione di The Wrong Biennale, 2021), ISIT.exhi#001 (Spazio In Situ, Roma, a cura di ISIT Magazine, 2021), e Art Layers (progetto espositivo su Instagram curato da Valentina Tanni per il decennale di Artribune). Tra le principali esperienze curatoriali: lo screening video Melting Bo(un)d(ar)ies (Cappella di Santa Maria dei Carcerati, Palazzo Re Enzo, Bologna, 2022), il progetto di newsletter mensile IMMAGINARIA – Un altro mondo (per l’arte è possibile (commissionato dall’Associazione culturale di arte contemporanea TRA – Treviso Ricerca Arte, 2020/2021), le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019), e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018) e il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Ha collaborato con diverse realtà editoriali come Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.