Quando l’arte celebra lo sport. Una video playlist olimpionica

Corpi, gesti, simboli, estetiche, riti; spazi della competizione, dell’esercizio e dell’esibizione; interpretazioni sociali, politiche, identitarie. Lo sport e le sue letture possibili, nelle opere video di alcuni artisti contemporanei. Una piccola selezione, nei giorni delle Olimpiadi di Rio.

Lothar Rübelt, 1936
Lothar Rübelt, 1936

Agosto olimpico, scandito da gare, pronostici, medaglie, countdown, virtù da cronometrare ed errori fatali da metabolizzare; gli immancabili gossip, le chiacchiere da bar, le analisi tecniche, i giorni di tifo e le notti di veglia, a connettere milioni di persone dinanzi ai monitor e i giornali. Da Rio de Janeiro lo show procede spedito, e anche il profano si riscopre supporter, mentre non solo calcio, non solo nuoto, non solo ciclismo per le folle di fan: la magia delle Olimpiadi è quella di tutte le discipline, incluse le cosiddette “discipline minori”, che qui rivelano tutto il loro potenziale. Un fatto di stile, di potenza, di precisione e abnegazione, tradotti nelle acrobazie di una ginnasta, nell’occhio bionico di un arciere, nel controllo spietato di chi imbraccia un fucile, nello scatto coreografico di uno schermidore. Tutto è spettacolo, tutto è misura e suo superamento, filosofia di vita e qualche volta commozione. Etica ed estetica, da raccontare in pochi minuti, frazioni di secondi, anni e anni di rigore.
Un mondo a sé, con i suoi simboli ed i suoi codici, che per l’arte contemporanea è una specie di miniera. Non si contano le opere che si sono ispirate allo sport.

George Bellows, Incontro da Sharkey, 1909, Cleveland Museum of Art
George Bellows, Incontro da Sharkey, 1909, Cleveland Museum of Art

Non si contano le volte in cui la fatica dei corpi, i riti sociali, i luoghi dell’esibizione, il senso della sfida, la questione dell’armonia, della competizione, del superamento, del conflitto, si sono trasformati in oggetto d’indagine e in nuove formalizzazioni. Una vera e propria letteratura visiva, che dai noti boxeur di George Bellows, dipinti in più versioni all’inizio del secolo scorso, ai 18 film estremi del ciclo Drawing Restraint di Matthew Barney, passando per gli atleti immortalati da Rübelt e Rodchenko o per i calciatori di Carrà, ha prodotto e continua a produrre immagini e azioni connesse alla liturgia sportiva.
Questa playlist di video recenti, firmati da artisti internazionali, è un piccolo tributo alle Olimpiadi di Rio e a tutti gli atleti impegnati in queste ore con la prova delle prove: giocarsi una vita, nel tempo di un match.

YURI ANCARANI, SAN SIRO, 2014
Lo stadio di San Siro, come non l’avete visto mai. Un tempio sacro, un’architettura monumentale, una cattedrale in cui il rito della partita di calcio non è che l’ultimo atto. Prima, dietro, al di là degli spalti e del campo, c’è molto altro. Con uno dei suoi film più belli, Yuri Ancarani tratteggia un ritratto esteticamente potente di San Siro, nel cuore di una Milano grigia, piovosa, febbrile, traboccante di vigore autunnale. Un coro muto di tecnici, operai e addetti ai lavori si muove con sicurezza, preparando il set del grande show. Per Ancarani una nuova occasione di riflessione intorno alla trama di certi gesti quotidiani, connessi al mondo del lavoro, alle mitologie contemporanee, alle grammatiche collettive, ai codici sociali. La storia si arresta quando i giocatori stanno per entrare: l’energia potenziale resta intatta, mai spesa nel solco della narrazione. A un minuto dal fischio d’inizio, cala il sipario sul manto erboso. Il resto è tutto da immaginare.

DOUGLAS GORDON/PHILIPPE PARRENO, ZIDANE: A 21ST CENTURY PORTRAIT, 2006
Un film che è un ritratto, un tributo, un monumento. Novanta minuti in campo. Correva l’anno 2005 e a scontrarsi, al centro del Santiago Bernabéu, erano il Real Madrid e il Villareal. A trasformare una partita in opera d’arte sono Douglas Gordon e Philip Parreno. Novanta minuti di film, quanto tutta la durata dell’incontro. Ripetizione uguale e differente. Lavorando sul montaggio, tra ralenti, close up, tagli, il gioco si sfalda, si confonde, perde ogni logica. E i giocatori in azione non sono che comparse a distanza.
L’unico protagonista è il francese Zinédine Zidane, maglia numero 5 del Real. Un tappeto ipnotico di suoni elettronici, costantemente sospesi, è la soundtrack composta dai Mogwai, che qui e là arretra, in favore del brusio del pubblico. Un film che si dilata a dismisura, tramutandosi nel doppio mitologico del volto del campione. Ogni tanto, dei sottotitoli fungono da flusso di memoria e di coscienza: è il giocatore che porge i suoi pensieri allo spettatore, nel mezzo dell’enfasi agonistica e del rumore bianco. Per il resto, è come se non accadesse niente, tra le maglie dell’epica video sequenza: l’intento è celebrativo, antinarrativo, a tratti introspettivo.
Ed incredibilmente, come qualche volta accade, l’opera appare profetica: il 9 luglio 2006, a soli due mesi di distanza dalla presentazione del video a Cannes, Zidane sarebbe diventato un’icona pop, dopo la testata inflitta all’avversario Materazzi, durante la finale dei Mondiali. L’Italia era campione del mondo, Zidane usciva di scena per sempre.

SALLA TYKKÄ, GIANT, 2013
Lo sport come tradizione, disciplina militare, onore, senso della collettività. Il corpo eroico dell’atleta come il corpo politico della grande architettura, tra utopia modernista e spirito comunista. L’eco di tutto questo anima il video Giant, di Salla Tykkä, girato in Romania tra le due storiche palestre di Onesti e Deva. Le immagini rallentate delle giovani ginnaste, intente ad allenarsi, enfatizzano la perfezione dei movimenti, per poi intrecciarsi con le riprese dei grandi edifici vuoti, silenziosi, metafore del potere e incarnazioni di un’idea esatta di società. Quello stesso contesto in cui si formò, giovanissima, la leggendaria Nadia Comaneci, protagonista di inarrivabili miracoli ginnici, fuggita dal regime solo nel 1989.
Tykkä contamina il montaggio con immagini d’archivio degli anni’70-’80 e con l’audio di interviste rilasciate dalla atlete: stralci di sogni, paure, speranze, che restituiscono il volto umano dello sport, in qualche caso divenuto strumento di propaganda politica e ideologica.

MARK BRADFORD, PRACTICE, 2003
Una sessione di basket, contro gli stereotipi. Che succede se un artista si mette a giocare a pallacanestro, infilato in un lungo abito femminile, con tanto di crinoline? Scena surreale, buffa, goffa, in cui la figura slanciata di lui non fa che inciampare, finendo gambe all’aria. Mark Bradford interpreta una performance che ruota intorno al suo stesso corpo, al suo aspetto, alla sua immagine sociale: maschio, nero, altissimo, l’aspetto di un cestista; eppure tutto si rovescia, nel tentativo di azzeccare un canestro. Bradford, vestito da donna, limitato nei movimenti, una carriera d’artista e non da sportivo – nonostante il fisico atletico – continua a cadere e a rialzarsi. Non abbandonando la partita. Una lezione di resistenza contro il luogo comune. Così raccontava, in un’intervista: “Mi sono sempre sentito vulnerabile nello spazio pubblico; a causa della mia taglia le persone pensano di poter entrare nel mio privato in qualsiasi momento e mi chiedono quanto sono alto. Dicono che sembro un giocatore, ma che significa? Quando rispondi che non giochi, ti dicono che spreco!, quasi fosse un peccato contro il corpo che ho avuto in sorte“.

MASBEDO, GLIMA, 2008
Un video, ma anche uno spettacolo teatrale. Con Glima i Masbedo mettono in scena l’essenza universale del conflitto tra maschile e femminile. Corpo a corpo simbolico, che trova spazio, tempo e ritmo in un gelido paesaggio d’Islanda. Il nero degli abiti, contro il bianco delle onde, del ghiaccio, delle cime innevate, del cielo. “Glima” è il nome di un’antica lotta islandese, di origini vichinghe. Oggi è uno sport nazionale, simile alla lotta greco-romana, insegnato persino nelle scuole. Nella rilettura dei due artisti, il match si trasforma in una danza primordiale, che vede uomo e donna uniti indissolubilmente, per mezzo dei loro costumi: il volto di lui è celato da una maschera, i cui lunghi filamenti si agganciano ai guanti di lei. Inseparabili nello scontro e nella passione, i lottatori interpretano una scrittura tragica – fatta di scossoni, tensioni, cadute, primi piani, urla, slow motion – fondendosi con l’estetica surreale dei luoghi. Un match sportivo, coreografico e istintuale, per una dispersione ininterrotta di energie, che non vedrà nessun vincitore e nessuna fine reale. La colonna sonora è affidata ai Marlene Kuntz.

HILLA BEN ARI, HORIZONTAL STANDING, 2008
Quasi un fermo immagine. In realtà, una ripresa fissa su un soggetto in tensione. L’immagine, rigorosa e dinamica, si disegna nell’incrocio di linee orizzontali, verticali e sghembe, celebrando una serie di contraddizioni. La giovane ginnasta osservata dalla camera di Hilla Ben Ari è la rappresentazione della forza e del sacrificio, della mutilazione e della bellezza, del dolore e della grazia. Un corpo esile, privo di una gamba, in equilibrio su una trave, che diventa l’immagine del riscatto esistenziale e della resistenza fisica, spirituale. Ma per l’artista israeliana, probabilmente, la faccenda assume anche un cotè politico, connesso alle ferite di guerra, ai corpi dei civili, alla condizione delle donne, all’amputazione sociale ed economica generata dal conflitto bellico, tra Israele e la Palestina. Restare in piedi, in orizzontale, nonostante tutto.

SILVIA CAMPORESI, DANCE DANCE DANCE, 2007
Ho iniziato a dedicarmi al video nel 2007. L’idea è nata dalla pratica sportiva del nuoto: in piscina, nuotando, ho pensato che avrei voluto restituire quei movimenti e quella sensazione di apnea in un progetto artistico. E ho capito che una fotografia o una sequenza  di fotografie non sarebbero stati sufficienti. Così è nato “dance dance dance”, il mio primo video, tutto girato sott’acqua”.
Silvia Camporesi racconta così, in un’intervista, i suoi inizi con la video arte. Sulla scia di quel naturale parallelismo tra la sostanza dell’acqua e la corrente dei pixel, la materia elettronica, l’immagine fluida. Il titolo di questa prima opera arriva da un romanzo di Murakami, in cui “danzare” diventa un imperativo esortativo, l’invito a non fermare il movimento finché ci sono vita, volontà, desiderio. Tra la danza e il nuoto, lo sport conduce qui a una dimensione esistenziale, lungo una sequenza lirica di visioni subacquee, da cui spariscono il tempo cronologico, le coordinate spaziali, le certezze, le categorie. La lenta traversata col respiro sospeso è dunque attraversamento interiore, sfida psicologica, espiazione, rivelazione, inabissamento emotivo ed esercizio di liberazione.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Nel 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e poi dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.