Penelope, ancora tu

La Fondazione Cini non delude e arriva all’appuntamento con la Biennale con una mostra bella e intelligente. La spesso dimenticata arte della tessitura torna sotto i riflettori, tra arazzi antichi, quelli collezionati da Vittorio Cini, e opere d’arte contemporanea. A Venezia, fino al 18 settembre.

Carlos Garaicoa - Fin de Silencio - 2010

Mettere a confronto il presente e il passato della storia dell’arte in una mostra – soprattutto quando si tratta di un passato molto remoto – è un’operazione rischiosa. Quando riesce, il visitatore viene condotto attraverso coinvolgenti viaggi nel tempo, sul filo di analogie ed evocazioni, eredità e filiazioni, continuità e rotture. Nei casi meno riusciti finisce per essere un’operazione innocua, o peggio, fintamente spettacolare. Ne sa qualcosa Bice Curiger, che pur partendo da una buona intuizione, ha finito per lasciare i bagliori tintorettiani a combattere con la luce ospedaliera del Padiglione Centrale ai Giardini, senza riuscire a dare alla loro presenza una vera ragion d’essere, senza lasciar intuire in alcun modo un legame profondo con il resto della mostra (se non un superficiale richiamo al titolo, ILLUMInazioni), riducendo il tutto a un pretenzioso incipit “a effetto”.
Nel caso della mostra Penelope’s Labour, in corso alla Fondazione Cini, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, l’operazione è invece decisamente riuscita. E la contemporaneità, per una volta, non esce sconfitta dal confronto ravvicinato con i fasti del passato. Certo, si dirà, qui il compito è facilitato dal filo conduttore – rappresentato da una tecnica, la tessitura – ma questo non toglie valore al progetto, che convince grazie alla qualità del concept, delle opere (tutte) e dell’allestimento.

Manifattura franco-fiamminga (da un cartone del Maestro Coëtivy) - L’assedio di Gerusalemme - 1480 ca. - coll. Fondazione Giorgio Cini onlus

Organizzata in collaborazione con l’atelier Factum Arte di Madrid e curata dal suo direttore Adam Lowe in coppia con lo studioso di arte rinascimentale Jerry Brutton, la mostra accosta i preziosi arazzi della collezione lasciata alla Fondazione da Vittorio Cini (tra cui l’incredibile Assedio di Gerusalemme, datato 1470) con le opere di alcuni artisti contemporanei che utilizzano in vario modo la tessitura. E se non sorprende la presenza di Alighiero Boetti, meno ovvia è invece quella di Marc Quinn, che riproduce i suoi grandi e coloratissimi fiori con tecniche di tessitura computerizzata e un richiamo diretto (anche nei titoli) al pixel come elemento primigenio dell’immagine.
Spettacolare anche il grandissimo arazzo di Grayson Perry, che cita, sia nella tecnica che nell’iconografia, gli arazzi fiamminghi di epoca medievale (è stato realizzato dalla Flanders Tapestries), rappresentando un’ironica e inquietante versione contemporanea del tema delle “Sette età dell’uomo”. Non manca il genere installativo, ben rappresentato da due lavori di grande suggestione: il tecnologico Palindrome and Palimpsest di Manuel Franquelo e il poetico Fin de Silencio di Carlos Garaicoa, che riproduce su una serie di tappeti i marciapiedi della vecchia Havana.

Valentina Tanni

Venezia // fino al 18 settembre 2011
Penelope’s Labour: Weaving Words and Images

a cura di Adam Lowe e Jerry Brotton
www.cini.it

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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020). Collabora con la redazione di Artribune dalla sua fondazione.