Art Layers è una mostra di filtri Instagram d’artista curata da Valentina Tanni per il decennale di Artribune. Il progetto include le opere di dieci artisti italiani, visibili sul nostro profilo ogni due settimane. Il secondo filtro, online da oggi, è quello di Giulio Alvigini, che abbiamo intervistato…

Cominciamo dal filtro che hai realizzato, Mytribune. Raccontaci un po’ come è nato e come funziona.
Esistono due tipi di riposte per poter giustificare e raccontare il mio filtro per il decennale di Artribune. Sono due prospettive sottilmente differenti ma che condividono il bisogno di ricercare e ottenere una coerenza con la mia pratica.

Ok, iniziamo con la prima…
I giovani artisti oggi pensano solo a una cosa… finire sulla copertina di Artribune”. Aldilà della facile iperbole o dello slogan comunicativo, la realtà non si discosta così tanto dai fatti; realizzare la copertina di Artribune è diventato un passaggio quasi obbligato, una spunta importante da aggiungere a un curriculum ambizioso, in fase di costruzione e maturazione. Le promesse dell’arte nostrana, gli artisti emergenti, i giovanissimi più riconosciuti e già noti, si sono visti quasi tutti affidare nel corso degli anni la copertina di questo magazine. Insomma, realizzare la cover di Artribune cartaceo certamente non spianerà la strada per il successo; ma è indubbio riscontrare, proprio in questa occasione promozionale, una sorta di denominatore comune a cui sono state sottoposte alcune tra le personalità di spicco del panorama dell’arte italiana di domani.

Giulio Alvigini, Mytribune
Giulio Alvigini, Mytribune

Mytribune prende uno dei format più importanti della rivista (la sua copertina) e la svincola dai limiti selettivi, curatoriali ed editoriali. Ognuno può ottenere, progettare e immaginare la propria personale cover. Fornisce la possibilità di fotografare la propria opera (o perché no, anche sé stessi) e verificare immediatamente il risultato attraverso una delle dieci diverse tipologie di cover disponibili. Dieci copertine tra cui scegliere: una per ognuno di questi dieci anni.

Giulio Alvigini
Giulio Alvigini

E la seconda risposta invece qual è?
Ho fatto quello che faccio sempre. Conseguentemente all’ufficializzazione dei nomi degli altri artisti invitati, ho ragionato su quello che sarebbe stato il loro lavoro. Dopo aver effettuato questa intuitiva indagine di mercato, mi sono chiesto quale tipo di filtro avrebbe realizzato Artribune se non lo avesse commissionato a degli artisti. In pratica, mi sono immaginato di fare parte dell’ufficio marketing della rivista. Spogliato dagli accessori e dalle necessità estetiche, ho cercato di spingere il progetto verso un approdo decisamente più pubblicitario che artistico.
Perché è quello che ho sempre fatto, simulare, contraddirmi, abbracciare i ruoli che altri leggendo e interpretando il mio lavoro mi hanno affibbiato. Assumo pose.

Hai realizzato altri filtri in passato? In generale, cosa ne pensi di questo strumento?
Sì, ho cominciato a “giocare” abbastanza presto con l’universo dei filtri; o perlomeno da quando il mainstream si è accorto che i mezzi per farlo erano a disposizione. Ho realizzato alcuni filtri molto semplici che in maniera random abbinano all’utente una frase, una categoria oppure un personaggio. A fine 2019 realizzai “Quale personaggio del mondo dell’arte sei?”, “Quale museo andrai a visitare nel 2020?” (ironico se ci pensiamo) e il filtro ufficiale della pagina Make Italian Art Great Again con il famigerato cappellino.
I filtri sono ottimi strumenti per creare engagement, attirare l’attenzione su un content creator o su un prodotto. Per me è stata sicuramente un buona occasione per produrre cose molto banali ma comunque in anticipo rispetto al panorama culturale e istituzionale italiano. Non serve qui ribadire le contraddizioni e le tossicità del rapporto di sfruttamento tra la “classe degli hacker” – quella dei prosumer “smanettoni”, di chi crea informazioni, di chi sperimenta e alimenta questo capitalismo delle piattaforme – e la “classe vettoriale”, tanto per citare McKenzie Wark; l’importante è esserne ben consapevoli.

Giulio Alvigini, Mytribune
Giulio Alvigini, Mytribune

Ci sono artisti che segui su Instagram che fanno un uso interessante dei filtri? Quando usi filtri di altri, che genere prediligi?
Difficilmente uso filtri. Osservo con curiosità ciò che gli algoritmi mi propongono, ma non posso affermare di possedere un gusto formato o una predilezione particolare per questa tipologia di contenuti.

La tua ricerca è strettamente legata al mondo delle culture online, alla memetica e alle dinamiche collaborative. Quanto è importante per te la componente performativa in questo contesto e quali sono i linguaggi e le estetiche che trovi maggiormente interessanti tra quelle che vedi nascere spontaneamente tra gli utenti?
Il mio legame con il mondo delle culture online è, più che stretto, “strumentale”. Nel mio lavoro c’è questa dimensione – più o meno dichiaratamente – superficiale e finalizzata nell’utilizzo dei social, nel servirmi e appropriarmi in maniera stereotipata di certi linguaggi.
Sono autenticamente un “normie”, un agente banalizzatore, conformista; o ancora meglio un “poser”, simulando atteggiamenti, scimmiottando attitudini che non comprendo realmente fino in fondo. Utilizzo i meme e gli altri linguaggi appartenenti a quella cosmologia che sono le culture online, con un disinteresse verso la loro aurorale vocazione che mi permette di “tradirli”, di piegarli agli usi e agli abusi del self-marketing e dell’autopromozione.

Giulio Alvigini, C'è l'artista per te
Giulio Alvigini, C’è l’artista per te

Credo, forse a torto, che il mio lavoro non sia altro che un ripiegarsi tautologico su sé stesso. L’ossessività con cui autoreferenzialmente analizzo, decostruisco il sistema dell’arte italiano con le sue logiche e le sue isterie, rappresenta questa sorta consapevolezza del non poter aggiungere altro al già fatto, nell’accettazione di una sterilità contenutistica, nel “doppiarmi” costruendomi carriere fittizie. Se c’è della performatività nella mia ricerca, essa non è presente nel contenuto o in una processualità che porta al contenuto, ma si verifica probabilmente in una certa performatività della carriera come contenuto. “Non è forse vero che la ricerca del riconoscimento del proprio lavoro da parte del mondo dell’arte, è essa stessa il lavoro”.

Quali piattaforme social utilizzi al momento, e quale preferisci?
La rapidità con cui si è gonfiata e conseguentemente esplosa la bolla Clubhouse ha confermato una serie di perplessità che condividevo con molti, rispetto alla presunta ascesa di nuove piattaforme, prediligendo invece un aggiornamento e un consolidamento dei social già esistenti.
Attualmente mi accontento dei convenzionali social della cosiddetta “Galassia Zuckenberg”; soprattutto perché – al momento e senza dimenticare le considerazioni di cui sopra – non visualizzo altri modelli funzionali agli obbiettivi della mia pratica. Detournando Bennato: “sono solo piattaforme”.

Giulio Alvigini, La ferita
Giulio Alvigini, La ferita

A cosa stai lavorando in questo periodo? Ci puoi dare qualche anticipazione sui progetti futuri?
Il secondo libro, questa volta “Contro la Comunicazione dell’arte”.
L’episodio pilota di “Una pezza di Alvigini”.
Un tormentone musicale, una hit per il mondo dell’arte.
Una personale.

Giulio Alvigini (Tortona, 1995; vive tra Torino e Milano) è artista ed esperto di comunicazione in campo artistico. Creatore e curatore della pagina “Make italian art great again”, si definisce un “giullare di corte”, una figura fuori dal coro.

 

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AutoreGiulio Alvigini
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Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Roma e Milano. Ha pubblicato “Random. Navigando contro mano, alla scoperta dell’arte in rete” (Link editions, 2011) e “Memestetica. Il settembre eterno dell’arte” (Nero, 2020).