Dalle origini alle possibili evoluzioni future, una breve storia della Intelligenza Artificiale. Con un occhio di riguardo per le intersezioni con l’arte.

Nel 1992, nel presentare la mostra Post-Human, il critico Jeffrey Deitch scriveva che, dopo la scoperta dell’Io, che ha caratterizzato la modernità, e la disintegrazione dell’Io del postmoderno, sarebbe stata la volta della ricostruzione dell’Io dell’era postumana. La disumanizzazione dell’arte, già intuita da Ortega y Gasset, si declinava così in chiave tardo-moderna.
L’arte, accanto alle biotecnologie e all’ingegneria genetica, potrebbe indicare una realtà postumana e postnaturale. Verrebbe da chiedersi se viviamo già nella Los Angeles del 2019, descritta da Philip Dick e ripresa da Ridley Scott in Blade Runner. Nel romanzo e nel film, il cacciatore di androidi Rick Deckard (Harrison Ford) non è in grado di tracciare una distinzione netta tra umani e androidi.  Entro questi confini sfumati lo stesso Rick, che si innamora della bella replicante Rachel, interpretata da Sean Young, potrebbe essere un androide. L’argomento ci porta a uno dei più importanti trattati dalla filosofia degli ultimi decenni, che ha trovato numerosi risvolti in arte. Ma il fenomeno non può essere capito nella sua reale portata se non si riporta alle diverse tappe attraverso cui, nella sua complessità, si è sviluppato.

STORIA DELLA INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Nel 1955 l’informatico americano John McCarthy introduce il concetto di Intelligenza Artificiale, applicandolo a macchine che riuscivano a risolvere problemi di calcolo secondo modalità che richiamavano l’intelligenza umana. I limiti si mostravano però dinnanzi a compiti più complessi. La teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner ci ha insegnato infatti che l’intelligenza si declina in diverse modalità e può essere astratta, ma anche emotiva e relazionale. Le macchine non sono in grado di scegliere fra metodi diversi o di mettere da parte la soluzione più efficace, per preferire, magari, quella semplicemente più bella.
Se McCarthy avesse parlato di “elaborazione simbolica” o di “informatica analitica”, piuttosto che di IA, scrive ironicamente Jerry Kaplan, che insegna Computer Science a Stanford, oggi tutta la questione si collocherebbe probabilmente all’interno della ricerca sull’automazione.
Nel 1956 fu realizzato il McCarthy Darthmouth Summer Project, finanziato dalla Fondazione Rockfeller, che sviluppò il programma Logic Theorist, riuscendo a dimostrare teoremi che Whitehead e Russell avevano elaborato nel loro celebre libro Principia Mathematica. Le dimostrazioni del programma si rivelarono talora più eleganti rispetto al testo, sottolinea Nick Bostrom, filosofo e neuroscienziato svedese che insegna a Oxford.
Dopo gli Anni Cinquanta si cercò di associare alle capacità di calcolo delle macchine un aspetto percettivo o addirittura “empatico”. Si pensi, ad esempio, al robot Shakey, che, come indica il nome, mostrava dei tremolii, o a Elise, un programma psicoterapeutico che seguiva il metodo della terapia centrata sul cliente, di Rogers. Negli Anni Settanta-Ottanta si elaborarono modelli che proponevano storielle umoristiche o composizioni musicali.

Negli Anni Ottanta si realizzarono sistemi in grado di elaborare dati e di fornire indicazioni utili per giungere a una decisione in diversi ambiti. I risultati, secondo Bostrom, furono tuttavia inadeguati rispetto alla attese. Negli Anni Novanta le reti neurali, che erano già state progettate nell’ambito dell’équipe di Turing, segnarono un nuovo risveglio, grazie al fatto che, associate a computer di ultima generazione, poterono avvicinarsi sempre più al funzionamento di un cervello umano. Oggi è così possibile ricorrere all’IA per operare i controlli di frontiera o disinnescare esplosivi. L’IA è anche applicata su larga scala nel mercato finanziario, ma può accadere che una variabile casuale inneschi crisi gravissime. Il Flash Crash del 2010, che ha poi travolto la Grecia, scrive Bostrom, è stato causato da decisioni formalmente coerenti determinate da programmi di IA.
L’IA sarà sicuramente in grado di favorire l’aumento del PIL, ma se tale incremento non si porrà come fine un miglioramento della qualità della vita, non sarà in grado di ridurre i disagi economici ed esistenziali. Non andremo allora verso l’utopia di un mondo liberato dalla fatica del lavoro, ma verso un futuro distopico. Si prevede che fra il 2022 e il 2075 i sistemi di IA potranno svolgere in maniera soddisfacente gran parte delle professioni umane. È probabile, scrive Bostrom, che, raggiunto questo livello, si possa elaborare un modello di superintelligenza. È dunque necessario conoscere e controllare quanti gestiscono i programmi di IA e diffidare, legittimamente, di quanti promettono un futuro radioso dopo un primo momento di crisi. Nei tempi lunghi, infatti, vi è il rischio, come diceva Keynes, che saremo tutti morti. Kaplan fa rilevare che un progettista di sistemi di IA prevede che questi funzionino autonomamente, ma tale autonomia può anche renderli indipendenti da chi li vuole controllare. Il rischio di passare dal dominio umano sulla tecnologia alla sottomissione alle macchine, come ha scritto Remo Bodei, è sempre dietro l’angolo.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E ARTE

L’applicazione dei programmi informatici non si è limitata all’elaborazione di dati, alla ricerca scientifica o all’economia, ma, come si è visto, si è estesa ampiamente, fino a sconfinare, come sempre più spesso sta accadendo, in ambito artistico. Programmi di Affective Computing prevedono che le macchine riconoscano e riproducano espressioni umane e che realizzino opere visive o musicali. L’artista David Hanson ha riprodotto versioni fedeli di figure come Albert Einstein o Philip Dick. All’inizio degli Anni Settanta Manfred Mohr ricorse all’IA per realizzare le sue opere, collocabili nell’ambito dell’astrazione geometrica, e Iannis Xenakis si mosse nella stessa direzione quando compose Atrées. In questi casi è evidente che è l’uomo a guidare l’IA, come è anche accaduto per la serie televisiva Game of Thrones nel 2011. Come ha sottolineato Lev Manovich, se il computer ha suggerito l’idea per il copione, la sceneggiatura è stata realizzata da umani.
Il ricorso all’IA e agli algoritmi può certamente produrre forme di omologazione ma, come suggerisce lo stesso Manovich, può anche generare una pluralità di espressioni estetiche. Il caso del Ritratto di Edmond Belamy, realizzato con un algoritmo e venduto da Christie’s per 432.000 dollari, o di Memories of Passersby di Mario Klingemann (ritratti generati dall’IA, che si alternano in un monitor), pone la questione del rapporto di queste operazioni con la creatività artistica, ricordandoci però che forse stiamo proseguendo lungo un cammino segnato già da Marcel Duchamp, da Man Ray, per arrivare alla Video Art o alla Computer Art dei giorni nostri.

Come considereranno le generazioni future il possibile affetto per una macchina? Si creerà un rapporto simile a quello che abbiamo nei confronti degli animali? Le riterranno meritevoli di diritti?

Nel 1999 la Sony produsse il cane Aibo, ricomparso poi sul mercato nel 2018. Il nome deriva da IA e robot, ma si associa anche alla parola giapponese che significa ‘amico’. Si tratta di un giocattolo robot, che riproduce i processi di crescita di un cane, adattandosi all’ambiente.  L’empatia, evocata da Aibo, nei confronti di una macchina, potrebbe risolvere problemi connessi ai vuoti affettivi, ma anche impoverire le nostre capacità relazionali.
Come considereranno le generazioni future il possibile affetto per una macchina? Si creerà un rapporto simile a quello che abbiamo nei confronti degli animali? Le riterranno meritevoli di diritti? Un umanista potrà essere considerato un razzista o l’umanesimo includerà il rispetto per le macchine? E se riuscissimo a riprodurre noi stessi in un programma informatico in grado di accumulare ricordi, quale relazione ci sarebbe fra questa macchina e noi?  È indicativo che un teorico dell’IA, come Jerry Kaplan, riflettendo su questi temi, speri che tali preoccupazioni non siano mai le sue. Siamo dunque dinnanzi a una Quarta rivoluzione, per usare l’espressione che dà il titolo al libro di Luciano Floridi, filosofo italiano che insegna a Oxford. Nei Paesi del G7, scrive Floridi, il 70% del PIL dipende da beni fondati sull’informazione piuttosto che da beni materiali.  Se nelle età precedenti le tecnologie si collocavano prima tra l’uomo e la natura, oggi il rapporto si articola fra una tecnologia e un’altra, cioè fra strumenti informatici, prescindendo dalla natura e dall’uomo stesso. Questa condizione è descritta da Floridi come infosfera. Parafrasando Hegel, scrive allora che “ciò che è reale è informazionale e ciò che è informazionale è reale”.
Ma non vi è il rischio, potremmo aggiungere, che il misticismo logico di Hegel, cioè l’identità di predicato logico e di predicato esistenziale, di pensiero e realtà, si traduca così in totale identificazione del reale con l’informazionale? Se, nelle precedenti rivoluzioni, la possibilità che l’uomo divenisse strumento di una sua invenzione era pressoché remoto, per l’uomo che vivrà nell’infosfera non sarà propriamente così.
Il libro di Bostrom sulla superintelligenza si apre con una favola: La favola incompiuta dei passeri. Dei passeri immaginano che la loro vita potrebbe divenire più facile se un gufo li aiutasse a costruire i nidi. Vanno così in cerca di un gufo abbandonato o di un uovo di gufo. Pastus, il passero anziano, propone di inviare degli esploratori, pur riconoscendo la difficoltà dell’impresa. Scronkfinfkle, un passero scontroso e privo di un occhio, manifesta tutta la sua disapprovazione, temendo che questa ricerca non porterà nulla di buono. I passeri andarono comunque alla ricerca del gufo. Come la storia sia finita non si sa, ma Bostrom dedica il libro a Scronfinkle, il passero scettico, e ai suoi seguaci…
Per Bostrom l’IA rappresenta uno degli eventi più importanti della storia umana, ma, riflettendo sulle applicazioni della superintelligenza, scrive che, riguardo alle conseguenze, il risultato ottimo e quello pessimo sono più probabili dell’esito equilibrato.  Come dire che sta a noi scrivere il finale del racconto che Bostrom lascia volutamente incompiuto. Se vogliamo stare criticamente nell’infosfera descritta da Floridi, dobbiamo allora contribuire a evitare di scrivere una conclusione tragica alla favola incompiuta che dà inizio al libro di Bostrom.

Elio Cappuccio

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Elio Cappuccio
Elio Cappuccio (Siracusa 1954) è stato vicedirettore della rivista Tema celeste. È Presidente del collegio di Filosofia siciliano. Insegna Filosofia moderna e contemporanea all’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio. Ha curato, tra l’altro, la raccolta di saggi "Duchamp dopo Duchamp" (Tema Celeste edizioni, 1993) e la postfazione a Jacques Derrida, "Tentazione di Siracusa" (Mimesis, 2018).