L’estetica dell’intelligenza artificiale. Il nuovo saggio di Lev Manovich

Lev Manovich porta a un nuovo livello la riflessione sui nuovi media, con il saggio dedicato alle potenzialità e ai rischi dell’Intelligenza Artificiale.

Google Clips
Google Clips

La domanda è in quale modo la Intelligenza Artificiale (AI) si stia incuneando in ciò che possiamo definire “Immaginazione Collettiva”. Dunque non si indaga sull’uso della Intelligenza Artificiale da parte degli artisti, ossia come e quando la AI possa/potrà creare una opera d’arte “originale”. Questo è un argomento complesso che, prima del contafili della tecnologia, va visto con la lente della filosofia.
La marcia di conquista della Immaginazione Collettiva da parte dei giganti del web e dei social network è inquietante, strisciante e invasiva. Ben più, ad esempio, del trip psichedelico/elettronico della realtà virtuale, o aumentata, di cui molto si parla (e sovente in modo sommario e impreciso). Quest’ultima non è che un dettaglio del multiforme tema di cui sopra.
Tuttavia, i punti di tangenza della creazione artistica attraverso la Intelligenza Artificiale, in rapporto all’attacco portato alla cosiddetta “Immaginazione Collettiva” sono molteplici e realmente perturbanti per chi ancora usa riflettere, nel preciso senso dell’Unheimliche freudiano (ossia lo sgomento che si avverte quando una cosa ‒ o una persona, un’impressione, un fatto o una situazione ‒ viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo, generando angoscia unita a una sgradevole sensazione di confusione ed estraneità).

Il problema, drammatico, è che l’AI potrebbe essere posta al servizio di una riduzione della complessità creativa, condizionando, appunto, la nostra Immaginazione Collettiva”.

È ora disponibile in libreria, grazie a Luca Sossella Editore, il saggio di Lev Manovich L’estetica dell’intelligenza artificiale. Modelli digitali e analitica culturale. Manovich nasce nel 1960 a Mosca, dove studia Belle Arti, Architettura, Semiotica e Programmazione. Nel 1981 si trasferisce a New York. Oggi è docente di  Computer Science Program alla City University di New York. Il suo Il linguaggio dei nuovi media è stato tradotto in quattordici lingue, edizione italiana compresa (Edizioni Olivares).
Il centro del saggio di Manovich è la funzione cruciale della AI nel sistema culturale globale, mondiale. L’Intelligenza Artificiale consiglia ciò che dovremmo vedere, ascoltare, leggere e acquistare. Usa i nostri metadati (la privacy è oramai poco meno di un mito) ossia i “dati sui dati”, i dati oltre i dati, informazioni essenziali per poter formare, conservare e gestire nel tempo un documento informatico “liquido” nonché per poter guidare e influenzare il bersaglio. Il termine “consiglia” è la versione positiva della AI, ma sino a dove aiuta e dove inizia il condizionamento vero e proprio?
L’Intelligenza Artificiale definisce quante persone vedranno i nostri contenuti condivisi. Ci “assiste” nel prendere decisioni estetiche quando creiamo contenuti digitali. Nella produzione culturale, in senso lato, l’AI viene da tempo utilizzata per produrre trailer di film, moda, design e web design, progettazione architettonica, musica e album musicali (in gran parte con suoni campionati. Sono passati 36 anni dalla creazione del primo campionatore musicale, il Kurzweil K250. I musicisti professionisti faticano, ad esempio, a distinguere il suono di un pianoforte a coda lunga campionato da quello di un piano a coda lunga reale, e spesso non lo distinguono proprio).
Citando Manovich: “Oggi l’AI gioca un ruolo cruciale in ambito culturale, diventando sempre più influente sulle nostre scelte, sui nostri comportamenti e sul nostro immaginario. Viene usata, ad esempio, per suggerirci fotografie, video, musica e altri contenuti mediatici. L’AI è, inoltre, utilizzata per consigliarci quali persone seguire sui social network, per abbellire i nostri selfie, modificare le foto per farle rientrate nel canone della ‘buona fotografia’, nonché per generare e controllare i personaggi dei giochi per il computer”.

Lev Manovich ‒ L’estetica dell’intelligenza artificiale (Luca Sossella Editore, Milano 2020)
Lev Manovich ‒ L’estetica dell’intelligenza artificiale (Luca Sossella Editore, Milano 2020)

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE USATA PER VENDERE

Nel complesso un paesaggio mentale davvero desolante, una vera terra desolata cerebrale. La Immaginazione Collettiva governata dai social. Una quota non marginale dell’inconscio collettivo postulato da Jung, il contenitore psichico universale, gli archetipi comuni alla intera umanità, sostituiti da un sistema binario il cui fine ultimo altro non è che vendere, pilotando i comportamenti in modo surrettizio e subdolo, piallando le menti (Amazon, Microsoft, Facebook, Apple, Google, YouTube, Twitter, Instagram, WhatsApp, Tik Tok, Telegram, Snapchat, Oracle …). Una stringa infinita di 0 e 1 destinata a condizionare coscienze sempre meno in grado di difendersi da questi tentativi di sottile indottrinamento, occhi e cervello passivi di fronte allo smartphone e, se va bene, al tablet o al computer.
Una rete neurale artificiale (artificial neural network – acronimo ANN) è un sistema hardware e/o software sviluppato “copiando” il funzionamento delle reti neurali biologiche, presenti nel cervello umano e in grado di produrre il ragionamento.
Non è fantascienza. La stagione finale della stra-famosa serie televisiva Games of Thrones/Il Trono di Spade è stata scritta da una rete neurale, mancando il romanzo conclusivo della saga, poiché George R.R. Martin non lo aveva ancora scritto; i fan, milioni, erano impazienti; i soldi, in tutte le valute terrestri conosciute, vagonate.
I motori di YouTube intervengono, o meglio provano a intervenire, sulle nostre scelte visive e musicali.
Netflix ha usato l’AI per profilare la trama di House of Cards secondo le preferenze dell’insieme dei video-spettatori mondiali.  La videocamera Google Clips (2018) è guidata da una AI e da un software di riconoscimento facciale (persone, ma anche animali domestici). Il cervello artificiale “apprende” dal lavoro di videomaker e fotografi professionisti per creare un “buon” video, selezionando, auto-selezionando, azioni interessanti, amici, parenti, gattini, cuccioli … con una composizione formale adeguata. Google Clips si aggancia automaticamente al tuo cellulare, così puoi condividere in rete questo totale abominio.

Esemplare è il trailer del film Morgan diretto da Luke Scott (il figlio di Ridley) nel 2016. Il trailer è stato sintetizzato dalla AI chiamata “Watson” sviluppata da IBM, che ha “divorato” le migliaia di immagini del film, le ha taggate ed etichettate e ha creato il promo, magnifico, commercialmente efficiente. Paradossalmente, il film racconta la storia della creazione di una Intelligenza Artificiale ‒ il prototipo di ibrido umano L9 chiamato Morgan ‒ molto intelligente, troppo sensibile, diabolica e vendicativa.
Questi processi di sotterraneo condizionamento della coscienza sono denominati Big Data Analytics, categoria: predittiva/analisi predittiva. La domanda non è se l’area culturale X sarà automatizzata, ma, piuttosto, quando lo sarà.
Il problema, drammatico, è che l’AI potrebbe essere posta al servizio di una riduzione della complessità creativa, condizionando, appunto, la nostra Immaginazione Collettiva. Una prospettiva semplicemente orrenda. Manovich suggerisce la istituzione di una nuova materia, una nuova disciplina, la Analitica Culturale, con il compito di anatomizzare tecniche, strategie e fini del fenomeno. La percezione del bello da parte della società, la ricerca degli artisti, l’arte stessa sono minacciate da questa deriva schiacciante e dal potere, immenso e certamente incantevole, della tecnologia avanzata. Questa è appunto l’estetica, maligna, della Intelligenza Artificiale. Vero è che potrebbe anche essere vista in positivo ma, dati i fini ultimi, ne dubitiamo.
Tuttavia una speranza emerge. La ultima serie del Trono di Spade, quella dal copione sintetico, è assai deludente. La serie finale di House of Cards dopo l’omicidio off-screen di Kevin Spacey/Frank Underwood (licenziato in tronco per accuse di molestie sessuali) si è conclusa disastrosamente. L’algoritmo che spara suggerimenti sponsorizzati in coda ai “clic” di Michele Serra (L’amaca del 14 ottobre 2020) seleziona: “A 81 anni questo è il saldo della banca di Terence Hill”; “Foto spassosissime in spiaggia che dovete assolutamente vedere”; “L’auto che Paolo Maldini guida a 51 anni toglie il fiato” e così via. A parte il pessimo italiano, scrive Serra: “Questa selezione sembra fatta su misura per un ebete” e Serra certamente non è un ebete. Google Clips non funziona bene ed è già in pensione. Però il trailer di Morgan è prefetto.
Per il momento siamo (quasi) salvi, ma occorre essere vigili, controllare, verificare, leggere, guardare, riflettere, giudicare. Il tormento è, come detto: salvi fino a quando?

Stefano Piantini

Lev Manovich ‒ L’estetica dell’intelligenza artificiale. Modelli digitali e analitica culturale
Luca Sossella Editore, Milano 2020
Pagg. 112, € 10
ISBN 9788832231298
mediaevo.com

Dati correlati
CuratoreLev Manovich
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Piantini
Stefano Piantini (Venezia, 1956). Laureato alla Università Bocconi (1980). Editore Incaricato di Electa SpA, membro del CdA di Electa, Electa Umbria, Electa Napoli, Arnoldo Mondadori Arte, Membro del Comitato Direttivo del Gruppo Elemond (1982-1996) Assistente al Presidente del Touring Club Italiano (1991-1992). Editore Incaricato di Skira Editore SpA, Presidente Skira Paris (1996-2020). Oggi libero professionista.