ll meglio e il peggio dei fashion show di New York e Londra

Nove proposte (più una) che ci hanno colpito, nel bene e nel male, durante le sfilate di New York e Londra, tra giovani stilisti emergenti, ispirazioni country chic, felpe in plastilina, sostenibilità, intelligenza artificiale, mutande in vista

Mentre è in pieno svolgimento la Fashion Week milanese e filtrano le prime notizie di quel che accadrà durante quella parigina, proviamo a fare il punto su quello che è accaduto a New York e Londra. Le fashion week nella Grande Mela hanno avuto il momento di massimo splendore negli Anni ’90, quando con Calvin Klein, Donna Karan, Diane von Furstenberg e Ralph Lauren celebravano in modo appropriato un certo stile di vita americano. Oggi la società americana è cambiata e alcuni di quei marchi non esistono più. Dall’altra parte dell’oceano, inoltre, i giganti europei del lusso dispongono di budget enormi capaci di mettere in gioco complesse strategie aziendali che prevedono la costruzione di collezioni mirabolanti incuranti del possibile profitto, che accumulano, invece, attraverso la vendita di cosmetici e accessori. Londra, dal canto suo, che europea non lo è mai stata del tutto, conserva invece l’allure di sempre: quella che la disegna come un incubatore di talenti da applaudire e magari pescare per poi metterli in campo in quei campionati di categoria superiore che sono le fashion week di Milano e Parigi. Qui di seguito, senza pretesa di essere esaustivi, nove esiti positivi e una nuova (pericolosa o sacrosanta?) proposta.

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Erdem Maralioglu

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JW Anderson

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Phoebe English

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Peter Do per Helmut Lang

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Stefan Cooke

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Hillary Taymour per Collina Strada

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Gabriela Hearst

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Daniel Lee per Burberry

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Senza gonna, senza pantaloni

La collezione è dedicata allo stile Deborah Cavendish, la ragazza di Mitford che andata in sposa al Duca di Devonshire si occupò del salvataggio della più grande tra le tenute di famiglia della nobiltà inglese, Chatsworth House. Erdem Maralioglu l’ha fatta sfilare al British Museun, affascinato dalla biografia di questa aristocratica, dotata di uno spirito contadino che la portava a collezionare insetti e allevare polli. Quale migliore soggetto per questo designer celebre per i suoi spunti floreali? Alcune delle tende volute da lei, fatte installare nella tenuta negli Anni ’40, sono state replicate per essere inserite nelle gonne dei suoi abiti da sera. E le calzature? Quelle mandate in passerella ricordano da vicino quel complesso disegno piumato che sono le zampe dei polli. Si tratta di abiti impegnativi, ma grazia e ironia abbondano.

Erdem
Erdem

JW Anderson non è certo un emergente: fa parte della scuderia di LVMH con Loewe. Tuttavia riserva le sue radici brit alla collezione che porta il suo nome e fa sfilare a Londra. Ora si da il caso che il materiale che noi conosciamo con il nome di plastilina sia stato inventato nell’Irlanda del Nord da William Harbutt nel 1897, dove viene ancora oggi prodotto: quello però è anche il luogo di nascita di Anderson. Con la plastilina dunque il designer ha modellato la felpa con cappuccio blu e i pantaloncini bianchi per la prima uscita del suo show. Per il resto, l’ispirazione viene dall’osservazione diretta strada, abbondano ad esempio pantaloni cargo e giubbotti di pelle (un po’ punk, un po’ motociclista). Niente di scontato però: il cool di cui è capace Anderson nell’esagerare le proporzioni, la sua precisione nell’inserire tocchi di colore sono affascinanti tanto quanto la sua originalità nel disegno delle calzature.

JW Anderson
JW Anderson

Tra le leader di pensiero della moda londinese, Phoebe English si distingue come una forza in cui si incontrano attivismo radicale e riflessione sulla sostenibilità. La designer inglese ha iniziato a lanciare l’allarme sul riscaldamento globale e sulla colpevolezza dell’industria della moda nel provocarlo cinque anni fa. “Siamo il problema e siamo la soluzione”, scrisse all’epoca. “I designer sono risolutori di problemi. Possiamo farlo insieme”. Ha convertito di conseguenza il suo modo di lavoro utilizzando il taglio di modelli a scarto zero con uso minimo di filo e ha uno studio serio per indagare gli impatti industriali ambientali ed etici coinvolti nella produzione: a partire dal tessuto e dalla sua confezione per giungere alla spedizione sino allo smaltimento degli indumenti. Niente greenwashing qui.

Phoebe English
Phoebe English

Helmut Lang ha abbandonato il brand da lui reso celebre nel 2005. Da allora i passaggi di mano sono stati diversi e non sempre felici. La domanda dunque sorge spontanea: la collezione presentata lo scorso 7 settembre a New York ha le potenzialità per diventare qualcosa di duraturo? A disegnarla è arrivato Peter Do, origini vietnamite, studente presso il Fashion Institute of Technology, partecipa nel 2014 LVMH al Graduate Prize nel 2014, poi al lavoro prima nell’atelier Céline quindi con Derek Lam. Peter Do qui ha messo in campo le sue capacità sartoriali proponendo pantaloni con taglio piatto sul davanti, giacche solo apparentemente di taglio semplice e cappotti crombie. Tutto molto New York style: trattandosi del brand Helmut Lang, non sono mancati poi riferimenti ai club bondage, anche se decisamente meno aggressivi di quelli a cui ci aveva abituato il fondatore. Buon lavoro, ma questo brand, che in passato ha ispirato mostri sacri come Phoebe Philo o Raf Simons, per tornare a brillare potrebbe richiedere di più.

Helmut Lang
Helmut Lang

Un giovanissimo che certamente merita di essere seguito. Stefan Cooke ha partecipato alla fashion week londinese con abiti facili da indossare, affiancati ad accessori di straordinaria complessità. Cooke appartiene a una generazione che è sostanzialmente andata oltre gli abiti legati al genere. Quindi niente di sorprendente quando gonne e abiti lavorati a maglia vengono affiancati da maglioni allungati con fasce da premiazione per campioni sportivi d’altri tempi, in quella che tecnicamente sarebbe una collezione di abbigliamento maschile. La propensione di Cooke per lo sviluppo delle tecniche tessili è stato affinata alla Central Saint Martins. Materiali sminuzzati, intagliati o drappeggiati sono stati utilizzati per ricoprire 27 borse Mulberry (collaborazione prevista e sostenuta dal celebre brand inglese di pelletteria). Gli stessi provengono dal suo programma per la circolarità, Mulberry Exchange. Anche in tempi non facili come questi, Londra resta ricca di giovani talenti.

Cooke
Cooke

“Tutto fa schifo. Siamo tutti condannati. Il mondo è in fiamme, ma stiamo facendo una sfilata di moda perché è quello che sappiamo fare”. Queste le parole di Hillary Taymour nel suo studio di Chinatown pochi giorni prima della presentazione. Non è una novità. Ma questa volta la designer si è pure avvicinata all’AI come nessuno aveva ancora fatto nel fashion. Tutte le precedenti collezioni di Collina Strada sono state inserite in un programma e per sette settimane Taymour e il suo team hanno lavorato per insegnargli cosa piaceva di più e cosa meno. Il processo ha prodotto risultati contrastanti: da un lato ha distillato l’essenza di Collina Strada, dall’altro l’ha spinta oltre ogni precedente limite. A questo punto il team ha dovuto capire come costruire capi che l’algoritmo prevedeva con effetti del tutto immaginari. A tutto ciò si è aggiunto il ragionamento sulla funzionalità dei capi proposti. Esperimento riuscito? Di certo si tratta di una collezione tra le più interessanti viste sino a ora.

Collina Strada
Collina Strada

Mentre si appresta a presentare la sua ultima collezione per Chloé a Parigi, la designer di origini uruguayane ha fatto vedere con il brand che porta il suo nome un lusso difficilmente ravvisabile sulle passerelle d New York. Gabriela Hearst è nota come una stilista sensibile a quel che le sta intorno (sull’intero pianeta). Sa tagliare capospalla e pantaloni straordinariamente eleganti, utilizzando materiali sostenibili o provenienti da dead stock. Possiamo dirlo? Ora che la sostenibilità pare (falsamente) presente ovunque, ma sta diventando assai meno cool tra i media di settore, Hearst appare insieme a pochi altri un miracolo vivente. È pure un’appassionata di artigianato. In questa collezione c’erano uno poncho bianco e un abito i cui motivi sono stati realizzati a mano all’uncinetto e macramè da artigiani boliviani, ispirandosi a un dipinto dell’artista haitiano Levoy Exil, che trae ispirazione a propria volta dal voodoo. Per completare item come questi ci sono volute più di 1.500 ore di lavorazione.

Gabriela Hearst
Gabriela Hearst

Per lo show di Burberry, Daniel Lee ha scelto il parco di Highbury Fields. Burberry, con i suoi 2,83 miliardi di sterline di fatturato, è il colosso britannico della moda. Lee ha scelto per questa collezione silhouette snelle per lunghezze al ginocchio, con cintura bassa, revers asimmetrici accompagnati da spalline minimali applicate tanto nell’abbigliamento donna che uomo. Nel complesso in perfetta sintonia con l’emergente sentimento post-massimalista registrato in maniera decisa anche altrove. Così come è accaduto per le proposte più sartoriali, con due pezzi a doppio petto, molto strutturati tagliati in omaggio alla tradizione Savile Row. La revisione del marchio in corso da parte di Lee pare percorrere la strada opposta a quella dell’attuale mercato del lusso saturo di loghi, insinuando in Burberry significati più leggeri, quasi subliminali.

Burberry
Burberry

Pare sia un trend emergente. Niente pantaloni, né gonna, solo mutande in vista o coperte da over di misura lounguette. Le antesignane sono le due designer di Poster Girl Francesca Capper e Natashia Somerville. Non è chiaro se uscite allo scoperto insieme o immediatamente prima della mutandina in pailettes di Miu Miu che già furoreggia sui red carpet da Venezia a Londra. E di conseguenza ecco arrivare, ora, follower insopportabilmente trash da Londra, come accade da Mowalola o Chopowa Lowena, nomi ai più sconosciuti ma indicativi di quel che potrebbe succedere con una rapida diffusione di questo “trend” da parte del fast fashion. Fare della morale in questo caso non funziona mai. Celebrity che fanno del porno-marketing di se stesse o modelle che indossano o non indossano per denaro (ci mancherebbe è il loro lavoro) importano poco. Ma è impossibile non chiedersi se, in un contesto sociale come quello che stiamo vivendo, la prossima p/e 2024 avremo frotte di ragazzine in mutande per le strade delle grandi città. Non dobbiamo preoccuparci? Va bene così? Questione di scelte personali? Mi permetto di dissentire. Si lo so, sono un boomer e per di più eterosessuale, macchie ormai ritenute indelebili da alcuni estremisti del politically correct. Ma va bene, dunque, che a scorgere e poi raccogliere, verbalizzare e canalizzare pensieri negativi di massa sia solo qualche stellato (non si tratta di chef in questo caso) semi analfabeta?

Chopowa Lowena
Chopowa Lowena
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Erdem Maralioglu

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JW Anderson

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Phoebe English

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Peter Do per Helmut Lang

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Stefan Cooke

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Hillary Taymour per Collina Strada

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Gabriela Hearst

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Daniel Lee per Burberry

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Senza gonna, senza pantaloni

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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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