Il nuovo lusso sostenibile della Fashion Week di Parigi

Ambiente e sostenibilità sono stati i temi chiave della Fashion Week andata in scena a Parigi. Vi raccontiamo in particolare le sfilate e i progetti di Marine Serre e Chloé.

Marine Serre - autunno 2020
Marine Serre - autunno 2020

In tre anni la designer francese Marine Serre si è trasformata da curioso fenomeno noto solo agli insider in apripista. Non sarebbe gentile citare quanti durante questa ultima tornata di sfilate hanno “preso ispirazione” dai sui body stampati con l’iconica mezza luna: sono tanti e – fatto ancor più sorprendente ‒ pure di prima fila.
Serre ha dato il via alla settimana della moda di Parigi con l’attivazione digitale più coinvolgente tra le centina realizzate nell’intero ciclo di queste ultime Fashion Week. La sua collezione, soprannominata Core, non è stata presentata con un cortometraggio o una sfilata virtuale, ma con un sito web dove la stilista ha radunato la cronaca di tutto ciò che riguarda il suo lavoro. Si tratta di una piattaforma sorprendente e gioiosa in cui la designer celebra la vita della famiglia e degli amici con cui lavora. Un wormhole virtuale è stato integrato in ciascuna delle scene: con un click si entra improvvisamente nella storia del capo lì indossato e appaiono gli atelier dove vengono prodotti gli abiti con il team del marchio intento a dare nuova vita a capi recuperati.

questo il suo solo merito. Marine Serre ha abbracciato (e non solo per fare marketing di facciata) l’upcycling, molto prima che diventasse una tendenza. L’ha addirittura reso una personale filosofia battezzata “ecofuturismo”: curiosa (ma sacrosanta) esaltazione della natura dove si sostituisce il culto della macchina dei futuristi con la venerazione per la terra. Per la collezione a/i 2021 ha evitato le visioni apocalittiche messe in scena nelle presentazioni precedenti, optando per filmatini dove i protagonisti fanno giardinaggio o giocano con i loro figli o con il cane. Lo fanno mentre indossano i suoi soprabiti e pantaloni di pelle deadstock o maglieria riutilizzata. E ancora camicie di pizzo costruite con biancheria per la casa di recupero, abiti di moiré rigenerato così come rigenerati sono il denim o le sciarpe di seta che nello styling di questa collezione hanno un ruolo cardine.
Risultato? Una moda tutt’altro che punitiva e assolutamente adeguata al momento che stiamo vivendo. Ci poteva riuscire solo una straordinaria creativa di 29 anni: l’età nella fattispecie è significativa. Perché è pur vero che altri designer ‒ non sempre giovinetti (dalla Westwood a Stella McCartney) ‒ sono da tempo impegnati su questo fronte, ma forse hanno meno da perdere, o forse si sentono meno fedeli al sistema della moda come è stato costruito. Sin qui il lavoro più interessante di questa stagione è stato realizzato a Parigi da una nuova generazione di designer, a cui appartengono Marine Serre, Gabriela Hearst, Thebe Magugu, mentre stanno emergendo nomi per ora sconosciuti ai più come Vaquera Gang ‒ Patric DiCaprio, Bryn Taubensee, Claire Sullivan ‒ ed Eckhaus Latta. Tutti interessati non solo a quel che sta accadendo intorno a loro ora, ma anche a quello che verrà dopo.

Chloé - autunno 2020
Chloé – autunno 2020

GABRIELA HEARTS DA CHLOÉ

Gabriela Hearst, da due mesi passata a disegnare per Chloé, il marchio creato nel 1952 da Gaby Aghion, fa parte di questa lista. Da Chloé sono passati tra gli altri Karl Lagerfeld, Martine Sitbon, Phoebe Philo e Clare Waight Keller. Ora è la volta di questa designer balzata alla ribalta per la sua netta inclinazione ambientale con un’ossessione per l’impatto generato dalla fabbricazione dei tessuti: tanto che, prima dello spettacolo digitale, ha inviato ad alcuni prescelti una scatola contenente una selezione di 43 campioni di cashmere riciclato, deadstock e altri materiali sostenibili utilizzati per l’a/i 2021.
Chloé è attualmente proprietà del gruppo Richemond (tra gli altri Cartier, Alaïa e AZ Factory di Alber Elbaz) e la scelta di Gabriela Hearst da parte di uno dei tre gruppi del lusso più potenti al mondo non è casuale. Questa newyorchese di origine uruguaiana è una naturalista di lusso. Esattamente come accaduto con la collezione che porta il suo nome presentata lo scorso 18 febbraio durante la Fashion Week di New York, quella disegnata per Chloé ha fatto della sostenibilità il suo focus. Hearst l’ha battezzata Afrodite come Athena ha chiamato quella di New York. Più giocosa quella parigina, più androgina quella newyorchese. Eppure anche a Parigi l’attenzione era tutta diretta a materiali certificati, economia circolare, net-zero goal, erbicidi e pesticidi. Hearst ha utilizzato il motivo a farfalla, un leitmotiv di questa maison, come applicazione sul retro di una gonna, su maglioni a intarsio e macramè in cashmere riciclato: lo ha fatto come accenno al “mondo degli insetti”, sottolineando che i pesticidi usati in tessuti non sostenibili significano morte certa per gli ecosistemi. Stampe marmorizzate sono state create per l’occasione dall’artista Peter Miles utilizzando alghe e uova. Così come sono stati utilizzati colori organici per i capispalla in ecopelle. Il CEO di Chloé ha dichiarato che questa collezione ha ridotto l’impatto ambientale del 400% rispetto a quella precedente.

Chloé - autunno 2020
Chloé – autunno 2020

MODA E AMBIENTE

C’è di più. Tra i capi presentati un cappotto costruito con sete riciclate in varie tonalità e stampe si è rivelato essere una versione rovesciata di uno Sheltersuit, capo creato da un’organizzazione non profit olandese con un guscio esterno tecnico che può essere trasformato in un sacco a pelo per i senzatetto. Anche se lo Sheltersuit griffato Chloé probabilmente non verrà mai prodotto, Hearst ha collaborato con il fondatore della non profit, Bas Timmer, per creare mille zaini tradizionali realizzati con materiali di riciclo. L’accordo prevede inoltre che per ogni singola borsa Edith (il must tra gli accessori di Chloé) venduta sarà donato all’organizzazione l’equivalente di due Sheltersuit.
Ancora una nota conclusiva. Da New York a Parigi la spinta verso un nuovo impegno per l’ambiente finalmente è arrivata. Un passo avanti la Fashion Week francese rispetto a quella newyorchese e londinese, E qualcosa ‒ non solo di facciata ‒ si è mosso anche a Milano. Strada da fare ce n’è però ancora moltissima, di tempo per farla invece molto meno.

Aldo Premoli

https://fhcm.paris/en/paris-fashion-week-en

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. In questo periodo ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualemnte è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiuesta”, direttore della piattaforma super local SudStyle.it. Senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide. A Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Nel 2021 ha fondato La Cernobbina Artstudio. Svolge la sua attività di visiting professor per Accademie del nord come del Sud della penisola.