Guccifest. La sfida di Alessandro Michele in dialogo con Gus Van Sant

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Breve excursus sullo stilista Alessandro Michele, che ha rivoluzionato in pochi anni l’immaginario Gucci, tra manifesti genderless, sperimentazioni artistiche e celebrazione della Generazione Z, verso una nuova narrazione della moda. Una riflessione di Giulia Tonucci in dialogo con Maria Paola Zedda.

A volte, grazie a personaggi visionari e talentuosi, succede che la moda si ritrovi a essere un incredibile melting pot di diversi linguaggi, dalla musica alla letteratura, dall’arte figurativa a quella cinematografica, oltre a interpretare e veicolare importanti tematiche sociali, se non addirittura filosofiche. Sorge così la domanda se è davvero plausibile per uno stilista aspirare alla realizzazione di una Gesamtkunstwerk travalicando i confini delle passerelle e inoltrandosi nei territori delle arti performative tout court.
Se venti anni fa la questione era stata sollevata in particolar modo dal lavoro rivoluzionario e pioneristico del grande Alexander McQueen, oggi l’interrogativo si ripropone, stagione dopo stagione, con l’operato di Alessandro Michele, da cinque anni direttore creativo di Gucci. Il suo approccio è stato sì quello di rinnovare fin da subito lo stile del brand in termini di abiti e accessori; ma, soprattutto, quello di modificarne il panorama di riferimento, concentrandosi soprattutto su un pubblico di giovanissimi, ma al tempo stesso attivissimi fashion addicted.
Sin dalle sue prime sfilate, il manifesto di Alessandro Michele si è andato via via delineando: basta con la moda di genere, la binarietà uomo/donna non ha più senso nell’era della fluidità di baumaniana memoria; al bando l’immaginario sexy rivolto all’universo femminile, la sensualità si esprime oggi a 360° attraverso modalità meno stereotipate e più libere dagli schemi. Ben vengano, invece, leggerezza e gioco, apertura e metamorfosi, tradotte in un’estetica che si compiace dell’accumulo d’ispirazioni, di epoche, di stili, influenze artistiche e intellettuali.
Le presentazioni delle collezioni divengono il pretesto per far dialogare la moda con tutto quello che appartiene all’universo dello stilista, le sue passioni e il suo background, dall’amore per l’opera e il cinema al desiderio iniziale di diventare scenografo. È forse questo, allora, il legame sottile che lo connette al mondo dell’arte performativa, a quell’idea di teatro più ampia, che fa convergere in uno stesso luogo e in uno stesso momento diverse arti insieme, le fa dialogare tra loro e cerca in una spettacolarità più o meno vistosa la possibilità di una nuova forma espressiva.
Pensiamo alla sfilata F/W 2018, dove la teatralità dell’evento si materializzava attraverso gli echi della Body art, innervati di ideologia cyborg (non per nulla si ispirava al Manifesto di Donna Haraway), in un incedere di personaggi overdressed, dai look opulenti ed eterogenei, che si susseguivano portando tra le braccia cuccioli di drago e teste mozzate. Al centro, i letti da sala operatoria sembravano citare le performance chirurgiche di Orlan, quando negli Anni Novanta sperimentava agli estremi le possibilità mutanti del proprio corpo e viso, modificandolo con impianti sottocutanei e operazioni di chirurgia estetica. Azioni artistiche a cui si ricollega quell’idea di trasformazione e bellezza anti-convenzionale tanto cara ad Alessandro Michele, quanto più supportata da moti artistico-intellettuali.

ALESSANDRO MICHELE E L’OPERA D’ARTE TOTALE

Sul modello di un’opera d’arte totale, in cui trovano spazio spettacolarità e provocazione, si colloca poi l’evento realizzato per la collezione F/W 2020. Il direttore creativo ne parla come di “accadimento magico”, di “azione liturgica che sospende l’ordinario, caricandolo di un sovrappiù di intensità”. Parole che sembrano voler rimandare all’origine rituale e sacra del teatro, ma anche alla scatola magica del cinema degli inizi, a dimostrazione di una conoscenza delle arti lontana e profonda. Nella mise en scène orchestrata per presentare la collezione, sembravano mescolarsi allora espedienti dell’avanguardia performativa degli Anni Settanta con la visionarietà del cinema felliniano: il tutto prendeva le forme di un happening in cui le regole di divisione tra dietro le quinte e front stage erano rovesciate, la quarta parete annullata. Gli ospiti-spettatori potevano circolare liberamente nell’area di backstage, mentre gli ingranaggi di corpi, trucchi, vestiti e accessori continuavano a muoversi all’unisono fino all’allestimento del “grande show”. Uno spettacolo con cui il direttore creativo è riuscito a dar vita a un connubio inedito di teatro e cinema, attraverso l’espediente di moda.

Alessandro Michele & Gus Van Sant, Ouverture Of Something That Never Ended, 2021
Alessandro Michele & Gus Van Sant, Ouverture Of Something That Never Ended, 2021

SE LA MODA DIVENTA CINEMA

Nei mesi scorsi è arrivato lo step successivo. Dopo la pubblicazione via social dei suoi “Appunti dal silenzio”, vero e proprio statement poetico di una nuova narrazione possibile della moda, a novembre 2020 Michele decide di presentare l’ultima collezione Gucci attraverso una miniserie cinematografica. Un lavoro con cui s’intende superare il semplice alludere della moda alle altre arti, a favore di un vero e proprio spostamento dell’asse espressivo e comunicativo della fashion experience sul territorio della narrazione filmica.
Ouverture Of Something That Never Ended si snoda lungo 7 episodi, realizzati dal suo direttore creativo insieme al regista cult Gus Van Sant. L’idea è quella di presentare gli abiti fuori dalle passerelle, per portarli in un contesto di vita “reale.” Si disegna così, sullo sfondo di una Roma eterea, la parabola giornaliera della sua protagonista, seguita nelle sue azioni più intime e quotidiane, nei luoghi che visita, negli incontri che fa ‒ o che le scivolano accanto. Spesso l’azione si sofferma nell’ascolto di monologhi e dialoghi che si accendono attorno a lei, sui temi di cui il brand si fa ambasciatore (pensiamo al discorso di Paul B. Preciado sulla rivoluzione di genere, sessuale e anti-razzista, che appare nel primo episodio; o allo scambio che avviene tra Achille Bonito Oliva e Harry Styles sulla nostra epoca come momento di cambiamento, di cui le arti divengono strumento).

SILVIA CALDERONI PER GUCCI

L’attrice che dà corpo a questo personaggio leggero e intenso insieme, fulcro dell’intera vicenda, è Silvia Calderoni, una figura chiave del teatro contemporaneo italiano, performer iconica e attivista negli ambienti transfemministi queer. Una scelta perfettamente in linea, quindi, con quell’intento del direttore creativo che dichiara di voler dare forma, con il proprio operato, a un universo “che si essenzializza nella sottrazione di eventi e si ossigena nella moltiplicazione di senso”. Calderoni sembra rappresentare al meglio questa concentrazione semantica auspicata per la nuova visione Gucci. Dopo aver esordito nello spettacolo capolavoro Paesaggio con fratello rotto del Teatro Valdoca, ha collaborato per oltre un decennio con la compagnia riminese Motus, diventandone volto (e corpo) oltre che musa ispiratrice. Oggi Silvia è anche attrice cinematografica e scrittrice, a conferma di una natura poliedrica, capace di declinarsi con estrema efficacia attraverso molteplici possibilità espressive. Emblema di una sessualità androgina, in cui maschile e femminile si confondono, è riuscita, infine, a riflettere perfettamente l’immaginario genderless della collezione.
Attraverso di lei, o meglio, attraverso “le sue stesse idiosincrasie personali” (cit. A. Michele) si esprime anche la collisione tra realtà e finzione su cui rimane in bilico l’intera narrazione, tra escamotage metateatrali (in più occasioni la scena si svela essere un palco) e atmosfere impalpabili e surreali, in cui gli abiti indossati riescono tuttavia a mantenere una necessaria centralità visiva. Con e intorno alla presenza di Silvia si gioca il continuo cortocircuito di questo esperimento tra l’onirico e il contingente, che si avvale (forse troppo) anche della presenza di coloro che costellano l’universo contemporaneo della maison Gucci: da Florence Welch a Billie Eilish, da Arlo Parks al già menzionato Styles, e molti altri.
Però, c’è un però. Viene il dubbio, cioè, se questo tentativo entusiasta di Alessandro Michele di mettere insieme tutto quello che ama ‒ la musica, la danza, la filosofia, il teatro, le celebrità, l’intellettualismo, l’arte… ‒ non lasci, negli occhi dello spettatore avvezzo a certi linguaggi, che un vacuo quanto esteticamente accattivante potpourri di elementi. A discapito, purtroppo, di ognuno di essi e con il rischio che della narrazione proposta non rimanga che la sottesa, seppur necessaria, volontà commerciale.
Perché nonostante la rivoluzionaria quanto apprezzatissima intenzione di estrapolare la moda dal suo contesto ordinario e “di costruire un percorso inedito, lontano dalle scadenze che si sono consolidate all’interno” di tale mondo, i profitti si devono mantenere, soprattutto se si parla di un colosso come Gucci. Un tasto che per il momento non sembra assolutamente preoccupare il suo direttore creativo, che anzi sta dimostrando quanto le nuove generazioni, se interpellate direttamente attraverso forme di comunicazione e contenuti a loro più vicini, abbiano un potere d’acquisto tutt’altro che ininfluente.
L’uso dei social, la creazione di festival in cui dare spazio anche ai giovani designer, le collaborazioni con marchi come The Northface e il costante sostegno alle cause sociali e ambientali sono solo alcuni degli aspetti che stanno facendo del marchio Gucci un riferimento del caleidoscopico, affascinante, fervido, impegnato e a tratti contradittorio, mondo della Generazione Z.
Il “conflitto” si crea, piuttosto, con l’intento artistico, intrappolato tra le maglie di un sistema che difficilmente lo svincola da un ruolo di mera ispirazione. Ma come recita il titolo della collezione, questa era solo “l’ouverture”, l’incipit di un nuovo capitolo nella storia della moda – e della nostra società – ancora tutto da narrare. Rimaniamo, così, in trepidante attesa degli atti a venire, fiduciosi di un grandioso sviluppo dell’opera complessiva, firmata da Alessandro Michele.

Giulia Tonucci

Gucci. Collezione autunno-inverno 2018. Photo Filippo Monteforte
Gucci. Collezione autunno-inverno 2018. Photo Filippo Monteforte

MERCATO, CORPI E DESIDERIO

Ripartiamo dalla frase di Alessandro Michele: è proprio vero che quell’universo “si essenzializza nella sottrazione di eventi e si ossigena nella moltiplicazione di senso”? e soprattutto è proprio vero che di sottrazione di eventi si tratta?
Analizziamo prima di tutto l’uso del contenitore e dell’accezione di “festival” (qui fest) usata per una serie di natura pubblicitaria, co-firmata da Alessandro Michele insieme a un grande maestro del cinema quale è Gus Van Sant e che vede a latere di questa grande impresa una rassegna di lavori di artisti e designer emergenti. Come è noto, la nozione di festival indica una pluralità di programma, un articolato insieme di eventi sulla produzione contemporanea o passata che di solito si costituisce di una nutrita parte di prime uscite. Nel Guccifest il cuore della manifestazione è dettato da Ouverture of Something that Never Ended che appare come un grande Cthulhu, nell’accezione di H.P. Lovecraft ben lontana dal Chthulu di Haraway, che avvolge e si irradia, riducendo a corollario la presenza dei giovani designer, ma forse allo stesso tempo ‒ nelle intenzioni almeno ‒ illuminandola.
La serie a episodi di due tra le più grandi icone contemporanee del cinema e della moda a confronto è un lavoro in cui la narrazione è divisa in micro partiture, in segmenti narrativi autoconclusivi che vanno a comporre un’opera unica. Il lavoro sembra guardare stilisticamente al teleromanzo a puntate o alle fiction di b-movies di cui gli Anni Settanta e Ottanta avevano già a suo tempo regalato tante perle, che forse speravamo in qualche modo irripetibili. Colpisce infatti la recitazione fortemente antinaturalista, che ricorda il tempo in cui il doppiaggio si usava anche in lingua originale, con quell’effetto di straniamento, di interdizione, che in lavori come 8 e mezzo di Fellini è arrivato a punte mai toccate ma che in questo caso sembra strizzare l’occhio a un registro di televisione senz’altro più popolare, restando sempre all’interno di una cornice onirica, appena allusiva.

LA SERIE DI MICHELE E VAN SANT

At Home è il primo episodio che apre la serie: un interno giorno in una casa d’artista, una star délavée, che con nonchalance si sveglia, pratica lo yoga, accende la televisione, rimarcando con questo gesto svogliato l’obsolescenza del media. È così che in una cornice dal sapore quasi cronenenberghiano entra in scena Paul B. Preciado, il cui corpo, oramai aperto alla performatività assoluta del lecturer, qui è performativamente incubato nel tubo catodico di un televisore. Un coupe de théâtre di grande effetto che riempie di sospensione l’immaginario e il modo cui si era abituati a guardare il grande guru della critica radicale del nostro tempo. In questo contesto, il tema del corpo biopolitico elaborato nella cornice foucaltiana, del queer nel suo potenziale di autodeterminazione ed emancipazione rispetto al pensiero dominante, della critica al potere necropolitico del liberismo, ne esce fortemente depotenziato. Il contenuto viene invalidato proprio dal contesto dell’impresa che il brand rappresenta, dalle economie che mette in atto, dalla antidemocratica inaccessibilità al lusso e alla bellezza che la moda accentua, e lo fa quasi per definizione, non facciamogliene una colpa.
Il televisore si spegne, si passa ad altre stanze e ad altre storie, in una Roma edulcorata nell’immaginario Anni Settanta, che assume toni più grotteschi che visionari.
Quello che resta è l’eco di quel minuto di Preciado ben riparato dalla cornice stilistica del televisore dentro lo schermo, che più che diffondere e dare visibilità ai discorsi dissidenti e alle pratiche soggettive sembra piuttosto “alimentare l’idra capitalistica” (Miquel Martínez in Paul B. Preciado, Gucci y las miserias del capitalismo) e brandizzare le soggettività, appropriarsi delle loro forme e dei loro corpi, per ridurne la complessità, riprodurle e venderle.
La serie procede. Oltre a citazioni harawayiane, trattate spesso come claim pubblicitari, questa ouverture che non dovrebbe finire piano piano trova la sua conclusione, dopo aver trattenuto una immensità di follower, performer, artisti, pensatori, attaccati alla rete, e dopo aver generato domande sul senso dell’operazione.
E forse qui il grande lascito di Alessandro Michele, nella forza del caos, di questo patchwork confuso e visionario, di un potpourri che nel suo assoluto non senso, nella sua bulimica curiosità e nel mescolamento e inglobamento visionario di ogni materia che incontra e di cui si innamora, si afferma grazie alla potenza del suo immaginario e alla conquista vitale della sua scelta.
Il vuoto dell’operazione resta, probabilmente mangiato dall’idra.

Maria Paola Zedda

www.guccifest.com

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Giulia Tonucci
Giulia Bianca Tonucci (Milano, 1984) è Dottore di ricerca in Cinema Musica e Teatro con un progetto interdisciplinare sulle relazioni tra arti performative, tecnologie digitali e moda, tra l’Università di Bologna e Université Vincennes-Saint-Denis, a Parigi, dove ha vissuto alcuni anni, prima di trasferirsi in Germania. La sua ricerca si è concentrata a lungo sul concetto di corpo e presenza nelle performance multimediali, diventando dal 2010 membro del gruppo di ricerca DAP Lab di Londra, guidato da Johannes Birringer. I suoi articoli sono stati pubblicati su diverse riviste e webzine tra cui: Art'ò, Digicult, Marie Claire Italia, Zero, 2Night, AltreVelocità, WSM ecc. Oltre alle ricerche teoriche ha lavorato in passato nell'organizzazione di festival di teatro come: VIE - Scena Contemporanea Festival (ERT) e IPERCORPO (Città di Ebla). Negli ultimi anni ha lavorato principalmente in contesti di moda, yoga e viaggio.