Il manipolo di designer progressisti: ma la moda è davvero interessata all’ambiente?

Concluse le fashion week di Londra, New York, Milano, Parigi cosa è rimasto dei buoni propositi che vedono la moda al centro di un rinnovamento eco responsabile? L’opinione di Aldo Premoli

MAra Hoffman
MAra Hoffman

A New York solo casi sporadici come quello di Patricia Hearst, Mara Hoffman e Zero Waste Daniel sono riusciti a conquistare l’attenzione sulle loro pratiche sostenibili. A Londra la situazione è apparsa nettamente migliore: capeggiato da Phoebe English e Richard Malone viene da qui il gruppo più consistente di designer progressisti. Charles Jeffrey, Bethany Williams, Per Götteson, Rob Jones e Cat Teatum di Teatum Jones, Dilara Findikoglu, Patrick McDowell e Sadie Williams. Oltre a Graeme Raeburn e il fratello Christopher che hanno creato aziende incentrate sulla progettazione responsabile per limitare il loro impatto sull’ambiente. Da almeno 10 anni, del resto, Vivienne Westwood sottolinea la necessità di pratiche più rispettose dell’ambiente e lo ha fatto anche questa volta nella presentazione statica tenuta alla Serpentine Gallery.

 

E LA FASHION WEEK DI MILANO?

A Milano tante le dichiarazioni di buona volontà: anche se alla fine solo Francesco Risso per Marni (decisamente la più intrigante tra le 57 passerelle di questa fashion week) e Gilberto Calzolari hanno dimostrato di volersi misurare davvero con il problema. A Parigi lo hanno fatto al solito John Galliano, Stella McCartney e Marine Serre: in particolare quest’ultima ha provato davvero a guardare oltre. Tra le sfilate appena conclusesi per la presentazione delle collezioni autunno/inverno 2020 sono questi i nomi di chi sta provando a riflettere su quale possa essere il futuro di questo settore: a fronte a centinaia di presentazioni un manipolo di designer progressisti che non demordono. Perché anche dal Report dell’Area Studi Mediobanca redatto analizzando 46  compagnie europee (dal fast fashion al lusso) con un giro d’affari superiore ai 900 milioni di euro, appare che la situazione non sta affatto migliorando. Anzi. Se l’utilizzo di energie rinnovabili è cresciuto del 2,8%, sono aumentate sia le emissioni di CO2 (+5,5%) che la quantità di rifiuti prodotti (+5%). Aumenti che sono il risultato di comportamenti opposti tra le diverse aziende: per le emissioni di CO2 si passa per esempio da chi le ha ridotte del 22,1% a chi le ha aumentate addirittura del 61%. Discorso analogo anche per i rifiuti generati: a fronte di compagnie che li hanno ridotti di un terzo c’è chi continua ad aumentarli. La speranza è che nel lungo periodo, emerga la differenza tra chi sta apportato modifiche strutturali ai propri metodi di produzione e chi invece maschera pratiche devastanti dietro a un greenwashing di facciata. Esattamente quello che fa sperare l’ethos rintracciabile nei lavori dei 28 designer selezionati dal Louis Vuitton Prize ritenuto per numero dei partecipanti, qualità della selezione e consistenza del premio la più importante tra le iniziative di scouting in questo settore.

Vivienne Westwood RTW Fall 2020
Vivienne Westwood RTW Fall 2020

I DESIGNER PROGRESSISTI

Conta qualcosa dunque il manipolo dei nuovo designer progressisti? Contano qualcosa gli organizzatori di fashion week minori – schierati al loro fianco – come quella di Copenaghen (nuovi standard di sostenibilità introdotti per poter continuare ad esporre) e di Helsinki (al centro il riutilizzo anziché il rigetto dei capi)? Contano moltissimo in termini di testimonianza, poco – per ora – in termini di likeability, pochissimo in termini di volumi prodotti. Le fashion week appena concluse rappresentano la punta dell’iceberg del ciclo infinito di produzione e consumo. Con la loro altissima concentrazione di top marketer e designer all’opera avrebbero potuto essere un’opportunità unica per mostrare come prodotti che tengono conto del problema ambientale siano non solo necessari ma anche desiderabili. La moda ha una straordinaria capacità di influenzare, indirizzare, “educare” i consumatori. Lo ha sempre fatto: qualche volta in maniera grottesca, altre volte con provocazioni più meno riuscite, più raramente – ma pure è accaduto – con messaggi socialmente avanzatissimi. È esattamente quanto richiesto dalle Nazioni Unite la sera precedente l’inizio della Fashion week di New York allo scopo di mettere in moto un’azione congiunta capace di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile messi in agenda.

RICHAR MALONE
RICHAR MALONE

AMBIENTE O DELIRIO CONSUMISTICO?

All’ Arcadia Earth di Manhattan l’Office for Partnerships delle Nazioni Unite ha ospitato rappresentanti di giganti del fashion come Kering (Gucci, Saint Laurent, Alexander McQueen…) e designer progressisti come Mara Hoffman. Sono 17 i Global Goals e mirano a risolvere problematiche riguardanti lo sviluppo economico e sociale del pianeta: povertà, fame, salute, istruzione, cambiamento climatico, parità di genere, accesso all’acqua, servizi igienico-sanitari, energia, urbanizzazione, ambiente e uguaglianza sociale. Tutti obbiettivi che appaiono irraggiungibili senza l’apporto del settore privato. Nel complesso le sfilate sono apparse lontanissime da queste indicazioni: riprese dalle televisioni di ogni parte del mondo sono stati congeniati ancora una volta unicamente per spingere verso il delirio consumistico fine a e stesso. Sino a che i grandi marchi e le loro conglomerate non dispiegheranno in loro cospicui mezzi (3 trilioni di dollari di fatturato annuo) e le loro significative forze di marketing e design difficilmente l’ago della bilancia si posizionerà dalla parte giusta.

I partecipanti al Louis Vuitton Prize 2020 Courtesy Louis Vuitton
I partecipanti al Louis Vuitton Prize 2020 Courtesy Louis Vuitton

ALTRO CHE CRUELTY FREE

Durante le sfilate dello scorso settembre 2019 il carbon neutral era merso come l’ultimo hot trend: Ceo, A.D. e designer tutti sembravano disposti a interrogarsi sull’impronta ecologica lasciata dalla loro attività davanti a media pronti a registrare tutti i loro ammirevoli slanci. Cosa è rimasto sei mesi dopo? Niente o quasi. Sparite le pellicce dai catwalk? Ma quando mai (in pole position Fendi di LVMH). Sostituito l’uso della pelle animale? Ma nemmeno per sogno (in pole position Bottega Veneta di Kering). Il cruelty-free è stato rimandato a data da destinarsi… Insomma il tutto davvero deludente. A meno che non si voglia prendere sul serio “il colpo di genio” di un invito recapitato via WhatsApp. Perché a fronte di uno show costruito con un gigantesco impianto scenico, popolato da centinaia tra modelle e modelli, vestiaristi e make-up artist a loro volta coadiuvati da sciami invisibili di tecnici abbiamo assistito alla stupefacente sceneggiata mediatica degli osanna per “l’invito green di Gucci… che ha fatto risparmiare carta e stampa dimostrando una sensibilità straordinaria al problema”. Da non credere…

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.