Scultori della forma. Azzedine Alaïa e Cristóbal Balenciaga a Parigi

Association Azzedine Alaïa, Parigi – fino al 28 giugno 2020. In mostra a Parigi l’archivio del couturier Azzedine Alaïa, collezionista di Balenciaga.

Alaïa. Bolero in velluto ricamato (centro). Boleri in pelle traforata e ricamata (ai lati). Couture autunno inverno 1989
Alaïa. Bolero in velluto ricamato (centro). Boleri in pelle traforata e ricamata (ai lati). Couture autunno inverno 1989

Fino al 28 giugno 2020 è possibile visitare a Parigi l’esposizione Azzedine Alaïa collectionneur. Alaïa et Balenciaga, sculpteurs de la forme, ospitata negli spazi di rue de la Verrerie, l’ex atelier del couturier tunisino scomparso nel 2017, oggi sede dell’omonima associazione. Per cinquant’anni Azzedine Alaïa (Tunisi, 1935 – Parigi, 2017) è stato, oltre che creatore, un collezionista instancabile in tutti i campi della cultura (moda, arte, architettura, design). Nel 2007, per proteggere il suo archivio di moda e la sua collezione d’arte, decise di fondare insieme al suo partner, il pittore Christoph von Weyhe, e alla sua storica amica e collaboratrice Carla Sozzani, un’associazione che portasse il suo nome, con il compito di conservare e valorizzare questo prezioso patrimonio.
Per comprendere il legame tra Alaïa e Balenciaga è necessario ritornare all’origine dell’incontro che segnerà un lungo e prolifico percorso creativo.

LA STORIA DI BALENCIAGA

Tutto ebbe inizio nel maggio 1968. Un comunicato alla radio rese nota, senza clamore, la chiusura della maison Balenciaga di Parigi. Non era la prima volta che il couturier spagnolo si trovava nella condizione di dover chiudere il suo atelier, ma questa fu quella definitiva. Cristóbal Balenciaga era arrivato a Parigi nel 1937, dopo aver lasciato la Spagna a causa della guerra civile, le cui ripercussioni sociali ed economiche non avevano risparmiato neppure la sua elegante clientela. Trent’anni dopo, Balenciaga fu testimone, questa volta in Francia, di un nuovo passaggio epocale, quello del ’68, segnato da contestazioni studentesche, mobilitazioni sindacali e lotte di classe. Una crisi sociale e politica così profonda che, il 30 maggio, portò il presidente francese Charles de Gaulle (padre della V Repubblica) a sciogliere l’Assemblea nazionale.
Il mondo stava cambiando e con lui anche la moda: non si trattava di una semplice variazione di gusto, stile o tendenze legate alle mutazioni sociali in atto, ma di un’evoluzione strutturale che ne avrebbe modificato definitivamente la percezione e l’organizzazione. L’haute couture aveva perso il monopolio della moda e Balenciaga, ormai settantenne, lo aveva ben compreso. Lo stilista, che aveva incantato Parigi con la sua estetica rigorosa e l’equilibrio dei suoi volumi, scelse di congedarsi davanti alla nascita del prêt-à-porter. Solo due anni prima, il 26 settembre 1966, Yves Saint Laurent aveva infatti aperto la sua prima boutique di prêt-à-porter in rue de Tournon: il giovane couturier aveva deciso di creare, a fianco delle collezioni di alta moda, una linea di abiti prodotti in serie accessibili a un maggior numero di clienti (“J’en avais assez de faire des robes pour des milliardaires blasées”).

Alaïa, cappotto doppiopetto in gabardine di lana blue marine con laniche raglan. Collezione autunno inverno 2012
Alaïa, cappotto doppiopetto in gabardine di lana blue marine con laniche raglan. Collezione autunno inverno 2012

L’AVVENTO DEL PRÊT-À-PORTER

In quello stesso maggio del 1968, la giovane stilista Sonia Rykiel aveva aperto in rue de Grenelle un concept store ante litteram per il lancio della sua prima collezione di abbigliamento, divenuta in breve il simbolo di un nuovo concetto di moda: la “démode”. Gli abiti non erano più concepiti come creazioni realizzate per un ideale femminile al quale le donne dovevano conformarsi, ma come prodotti da indossare e, in quanto tali, erano loro a doversi adattare al corpo delle clienti. L’avvento del prêt-à-porter aveva tracciato un confine netto con l’alta moda. Il tempio dell’immaginazione e dei saperi manuali avrebbe d’ora in poi convissuto in parallelo a una produzione industrializzata, frutto del sodalizio tra gli stilisti e i nuovi attori della moda: gli imprenditori. Saranno loro a dare vita al fashion system, così come lo conosciamo oggi, portando l’abbigliamento nel giro di tre decenni dalle boutique alle borse internazionali.
In questo contesto è significativo che proprio Didier Grumbach, uomo cardine tra il mondo della creazione e quello dell’industria, autore del celebre volume History of International Fashion, identifichi nella decisione di Balenciaga un evento emblematico nella storia del settore.
I dipendenti della maison Balenciaga presero formalmente atto della chiusura della maison con la lettera di licenziamento del 31 maggio, anche se la notizia era ormai nota da alcuni giorni al grande pubblico, grazie a un articolo di Paris-Soir del 23 maggio.

L’ARRIVO DI AZZEDINE ALAÏA

Qualche tempo dopo la chiusura, Mademoiselle Renée, a lungo la direttrice della maison Balenciaga, preoccupata per il destino dello stock di tessuti e delle collezioni ancora in giacenza, decise di contattare il giovane Azzedine Alaïa, che si era già distinto per il suo talento tra la clientela dell’alta moda parigina, dandogli la libertà di scegliere tra i modelli del couturier per dare loro una seconda vita. Per Alaïa fu un coup de foudre: incantato dall’architettura delle forme, la maestria dei tagli e le tecniche di realizzazione sperimentate da Balenciaga, non osò mettere mano sui suoi abiti, trovando l’idea stessa un sacrilegio di fronte a quello che riteneva un straordinario patrimonio.
Fu così che in Alaïa si delinearono due personalità, legate tra loro dalla stessa passione: da un lato il couturier, dall’altro il collezionista. Grès, Vionnet, Schiaparelli: numerosi furono i soggetti delle sue ricerche, ma tra questi Balenciaga conservò un posto d’onore e un’influenza particolare nel rapporto scultoreo con il corpo e i materiali (dal tessuto alla pelle, dai pizzi ai ricami a traforo). In un’intervista a Vogue Italia del 2018, Carla Sozzani aveva affermato: “Era un vero architetto, il suo lavoro era paragonabile a una scultura. E faceva tutto da solo! Ogni ricamo, ogni manica, tutto, proprio tutto veniva realizzato a mano, fisicamente, da Azzedine. Aveva l’ossessione della completezza. E questa era la sua forma d’arte, il suo modo di esprimersi attraverso gli abiti”.
In questo senso Alaïa ha trovato in Balenciaga una fonte d’ispirazione e uno specchio dove riconoscersi, condividendo con lui l’ostinazione per la perfezione e la padronanza magistrale di ogni passaggio creativo, dal disegno al cartone, dal taglio al cucito.
Nella leggerezza degli abiti da sera, come nell’architettura dei tailleur e dei capispalla, i due couturier hanno tessuto un dialogo creativo fuori dalle leggi del tempo che l’esposizione – grazie alla sapiente direzione di Olivier Saillard – restituisce intatto al visitatore, attraverso un percorso comparativo di oltre 80 modelli selezionati tra i pezzi d’archivio e della collezione privata di Azzedine Alaïa.

Oleg Sisi

Parigi // fino al 28 giugno 2020
Azzedine Alaïa collectionneur. Alaïa et Balenciaga, sculpteurs de la forme
ASSOCIATION AZZEDINE ALAÏA
18, rue de la Verrerie
associationazzedinealaia.org

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Oleg Sisi
Classe 1978, Oleg Sisi è un manager culturale, esperto in comunicazione istituzionale e di marca e pubbliche relazioni, residente a Parigi. Alla costruzione di partenariati e sistemi di rete per enti locali, nell’ambito di politiche di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale, ha alternato collaborazioni come project manager con università americane in Italia, istituti culturali e internazionali, per la realizzazione di programmi di alta formazione, scambi accademici e progetti di ricerca nel campo dell’arte e della moda. Laureato in storia del cristianesimo moderno e contemporaneo, il suo interesse per il rapporto tra liturgia e società si è trasformato nel tempo in uno studio della relazione tra rappresentazione del potere e comunicazione di massa, tra estetica e sociologia della moda.