Lattice e haute couture. A Parigi

Data per spacciata innumerevoli volte, la haute couture è viva e vegeta e guarda più che mai ai dettami contemporanei. Lo dimostrano le sfilate dell’ultima fashion week parigina.

Givenchy, Haute Couture, SS 2019. Courtesy Givenchy
Givenchy, Haute Couture, SS 2019. Courtesy Givenchy

L’estinzione della haute couture è stata annunciata con regolarità da almeno un decennio. “Après John Galliano pour Dior le déluge” è stato un mantra a lungo ripetuto. Si è disquisito su una fascia di clienti in declino, su stili di vita altri rispetto a ciò di cui le maison avevano bisogno per sopravvivere, si è temuto l’estinzione delle abilità artigianali patrimonio degli atelier. Eppure la couture è ancora lì. Certo non è più la stessa, riservata ai capricci di un’aristocrazia europea munita di antico denaro: la rivista Fortune racconta che solo negli Stati Uniti ogni giorno vengono creati centinaia di milionari, mentre secondo Investopedia nel mondo nasce un nuovo miliardario ogni giorno. È certo che nelle prime file degli show la categoria dei crazy rich Asians cresce di stagione in stagione.
Lo hanno capito in diversi e un nugolo di nuove proposte si sta facendo largo. Anche l’ultimo negozio di provincia che vende abiti da sposa può vantarsi di possedere un “atelier”, così come è possibile a chiunque, per qualsiasi ragione, affiancare l’aggettivo “alta” al termine “moda”.  Ma la haute couture è altra cosa rispetto a un abito da cerimonia più o meno costoso.
La Chambre Syndicale de la Haute Couture custodisce questa denominazione: per farne parte la maison deve soddisfare una serie di esigenti criteri. Attualmente ci sono 14 membri (tra i più famosi, Dior e Chanel), ma ci sono anche un certo numero di “membri ospiti”, invitati a sfilare a Parigi durante la settimana dedicata. Quel che più conta, però, è il cambio di guardia che sta avvenendo in molti atelier. Da Balmain c’è ora Olivier Rousteing, mentre la cerebrale Iris van Herpen ha abbandonato il prêt-à-porter nel 2016 per concentrarsi solo sulla sua alta moda d’avanguardia, esattamente come accaduto in precedenza a Jean Paul Gaultier.

Givenchy, Haute Couture, SS 2019. Courtesy Givenchy
Givenchy, Haute Couture, SS 2019. Courtesy Givenchy

CLARE WAIGHT KELLER

La trasformazione più straordinaria è quella avvenuta alla maison Givenchy, dove Clare Waight Keller ha preso le redini come primo direttore artistico donna e da pochi giorni ha lanciato la sua terza collezione. Bleached canvas è andata in scena nelle sale del Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, avvolta dalle note della Tosca di Puccini sgorgate dalla inquietante voce di Montserrat Caballé.
Prima apparizione. Un paio di leggings in lattice nero e una giacca d’alta sartoria: spalle quadrate, vita affusolata. Nera anche questa con una lama bianca a percorrere l’ampio rever destro. E poi gonne perfettamente modellate che esplodono in nuvole di organza, un corsetto trasparente, enormi fiocchi-farfalla sulla schiena che nascondono zaini o zainetti, cappe, camicie e mono guanti di lattice che si annodano al collo, abiti fatti di sole grange multicolor e altre molteplici prove di bravure sartoriale. Waight Keller costruisce i suoi abiti come si trattasse di architetture, senza mai perdere di vista la necessaria leggerezza.
In questa profusione di tessuti, volumi e lavorazioni preziosi che c’entra il lattice? Waight Keller respinge ogni riferimento a pratiche kink e i colori brillanti (oltre al nero, rosso e indaco) conferiscono a ogni mise una lucentezza che di solito non accompagna l’impiego di questo materiale; ma è pur vero che questi pezzi sono stati prodotti in collaborazione con il laboratorio londinese Atsuko Kudo, che quanto a fetish e kink non scherza.

IL FASCINO DELL’AMBIGUITÀ

L’ambiguità del resto è parte essenziale del fascino della haute couture. Claire Waight Keller è quanto di più adeguato sia possibile trovare in questo spicchio dell’abbigliamento contemporaneo: ma anche nel suo caso stupore e dis-funzionalità raggiungono il cielo dell’assurdo. L’aristocrazia europea, tra il XVII e il XVIII secolo, per proteggere gli assurdi privilegi che la sorreggevano si faceva schermo indossando assurdi volumi, parrucche posticce e biacca sul viso. Il bellissimo visual di Yorgos Lanthimos ne La favorita è lì a ricordarcelo.

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.