Edit Napoli 2026: le cose più interessanti che abbiamo scovato alla fiera del design (e dintorni)
Installazioni poetiche, operazioni di upcycling in perfetto equilibrio tra vecchio e nuovo, operazioni che valorizzano gli angoli ciechi del progetto, collettive allestite in palazzi storici e chiese affascinanti: ecco che cosa ci ha colpito quest’anno tra La Santissima e Chiaia
All’ottava edizione, chi va a Edit sa grossomodo cosa aspettarsi: design d’autore, di sostanza, che pensa prima a fare e poi a raccontarsi in luoghi di Napoli di grande fascino come possono esserlo un ex convento ai piedi del Vomero e un quartiere composito come Chiaia. Se abbiamo trovato la città un po’ “milanesizzata”, nel senso della fretta e della corsa a farsi vetrina internazionale piuttosto che rifugio accogliente per i propri residenti, la fiera e i piccoli approfondimenti a essa collegati – i Cult – hanno mantenuto le promesse. Vi raccontiamo i prodotti, le mostre e le installazioni che ci sono piaciuti di più, scelti seguendo l’invito implicito nel tema di quest’anno, Where Design Shapes: guardare ai processi e non soltanto alle forme.
Il più “cult” non era un Cult: DWA per LANCIA

Tra le esperienze immersive più riuscite di questa edizione, l’installazione Lancia Gamma — DRIVEN BY LIGHT, SHAPED BY MOTION progettata a La Santissima dallo studio milanese DWA (Frederik De Wachter e Alberto Artesani), capace di cogliere a pieno lo spirito di “Where Design Shapes”, il tema scelto da Edit. Obiettivo? Raccontare un’automobile, trasformandola però in un universo astratto, concettuale, fatto di design, luce e movimento: gli elementi distintivi dell’auto, come i fari, le alette aerodinamiche posteriori e il nuovo poggia-accessori, sono stati infatti “esplosi”, reinterpretati come sculture e oggetti funzionali, mettendo in dialogo mondo automotive e cultura del progetto di design. Al centro, un grande divano ispirato agli interni della vettura invitava il visitatore a fermarsi e vivere un’esperienza sospesa tra dimensione domestica e immaginario onirico. Il faro posteriore a forma di T diventava elemento luminoso sospeso, mentre vetro, metallo e tessuti creavano giochi di riflessi e dinamiche visive con l’ambiente dal pavimento nero lucido, illuminazione controllata e finestre oscurate. Un gioco decisamente riuscito.
Il progetto vincitore della sezione Main: l’alabastro diventa contemporaneo

Disegnata da Zaven per Artieri 1895, Fade è una serie di vasi e tavolini in alabastro in cui il protagonista assoluto è un elemento sul quale si punta raramente l’attenzione: il giunto. Lo hanno fatto, per esempio, diversi anni fa Anniina Koivu e Andrea Caputo in una mostra memorabile durante la Design Week di Milano, ma è stato un caso così sporadico da sorprendere. Enrica Cavarzan e Marco Zavagno trasformano il punto di incontro tra due lastre in un confine da sottolineare con una velatura di colore verde che sembra sciogliersi in un mare traslucido di alabastro. Il risultato è al tempo stesso raffinato e contemporaneo, rigoroso e poetico. Il vaso L, in particolare, è stato scelto dalla giuria per l’originalità con la quale rilegge la tradizione artigianale legata alla lavorazione di un materiale nobile usato già dagli Etruschi.
ISAD x Grandinetti, un progetto italo-messicano che magnifica l’irregolarità

Erosión, premiata con una menzione speciale dalla giuria, è una collezione di cementine che però non sono le solite cementine. Il progetto affonda i piedi nel deserto messicano poiché nasce dalla collaborazione tra l’azienda italiana Grandinetti e il laboratorio di design di prodotto del Master in Innovazione e Gestione del Design dell’ISAD di Chihuahua con la curatela dei designer Alessandro Gorla e Gianmarco Guarascio. L’erosione, un fenomeno naturale molto presente nei territori aridi e desertici, è anche il principio che regola il processo produttivo e determina le texture delle cementine monostrato pressate, ottenute attraverso una tecnica innovativa che comprende sabbiature e altri interventi artigianali. L’irregolarità non è un’imperfezione da nascondere ma è la benvenuta e, anzi, aggiunge fascino, un po’ come le stratificazioni delle rocce plasmate dal vento danno carattere al paesaggio.
Dunae: dalla città progettata “a tavolino” alla tavola

Le dune che danno il nome al giovanissimo marchio italiano vincitore del premio per il miglior inedito nella sezione Seminario (dedicata agli under 30) sono quelle di sabbia fine e chiara di Sabaudia, una delle più note città di fondazione del Novecento italiano sorta negli Anni Trenta a ridosso del Circeo, sul territorio delle Paludi Pontine da poco bonificate. Il designer Vittorino Pannozzo ha preso gli stilemi di alcune sue architetture simbolo, dal Palazzo delle Poste progettato da Angiolo Mazzoni alle torri piezometriche sparse per la campagna, e li ha trasposti in una collezione di oggetti in metallo – vasi, centrotavola, poggiaposate, portatovagliolo – che possono essere capovolti e trovare nuove funzioni. Il salto di scala porta il paesaggio della cittadina laziale, che secondo il Pasolini del breve documentario La forma della città (1974) pur essendo emanazione del regime non aveva “niente di fascista, se non alcuni caratteri esteriori”, sulla tavola senza perdere un grammo del suo fascino tra il razionalista e il metafisico.
Le maniglie d’artista di Fissi

Il nome dell’artista britannico James Hillman, residente da un decennio a Isola del Liri, in Ciociaria, dopo essersi formato nelle fonderie artistiche del suo Paese, è facile da memorizzare perché è lo stesso di un famosissimo psicanalista e filosofo americano, autore de Il codice dell’anima e di altri libri pubblicati in Italia da Adelphi. Le maniglie in bronzo che disegna, modella e fonde nel suo laboratorio con il marchio Fissi, invece, si fanno ricordare per meriti propri. Sono piccole sculture che indagano le potenzialità del materiale e, intanto, riproducono elementi della natura e del paesaggio: fragole, limoni, melograni, una mano, il becco di una papera. Presenze vicine e quotidiane, trattate però in una maniera raffinata che le avvicina all’art déco.
Giorgio Bena ci prova col legno

Giorgio Bena,designer torinese classe 1995 non nuovo a Edit, quest’anno torna a Napoli con un nuovo linguaggio. Decode segna una nuova tappa nella sua personale ricerca: dopo averci abituato, nelle passate edizioni alle quali ha partecipato, ad oggetti realizzati esclusivamente con le leghe metalliche (come la sua collezione di debutto Lockwerk, premiata come miglior inedito nel 2023), oggi lascia invece che il legno entri progressivamente nel suo vocabolario, aprendo a nuove possibilità formali, di calore e consistenza. Presentata qui per la prima volta, Decode è una collezione che nasce dal dialogo con una nuova presenza materica, costruita sull’equilibrio di contrasti: rigido e smussato, strutturale e tattile, preciso e istintivo. Una selezione di coffee table e mobili per la televisione che esprimono un linguaggio progettuale in continua evoluzione, dove elementi familiari vengono smontati e decodificati, suggestioni vintage e codici storici si fondono, filtrati attraverso uno sguardo contemporaneo.
MA by Gagno Officina Fabbrile, apologia del vuoto

Rilievo, la prima collezione di MA by Gagno Officina Fabbrile firmata da Giorgia Mason e Margherita Bergamo,nasce da una riflessione semplice e radicale: il vuoto non è un’assenza, ma una materia invisibile capace di organizzare lo spazio. Ogni elemento di questa collezione lavora, infatti, per sottrazione e per giustapposizione di funzioni e materiali metallici: alluminio spazzolato per le strutture e rame brunito in più sfumature (alba, giorno, tramonto e notte) per gli accessori a corredo. Concepito dall’osservazione del paesaggio montano (le Dolomiti Bellunesi) e dalla volontà di tradurne i gesti e le possibilità dell’abitare, Rilievo prende forma intorno a 4 prodotti, ciascuno associato a un diverso modo di vivere lo spazio: Accogliere, blocco di alluminio spazzolato che al suo interno contiene un profilo strutturale ad H rovesciata in rame con dettagli in ottone che suggerisce la funzione di svuotatasche; Sostenere, seduta interpretata come elemento capace di custodire oltre che sostenere, un volume cavo, chiuso da una griglia strutturale in alluminio saldato che funge da piano e da coperchio. Condividere, che esplora il tavolino come luogo di relazione, dove il piano si trasforma sia in una scacchiera che in vassoio in rame, utilizzabile anche in modo indipendente. E Custodire, che, ispirandosi al rifugio (Bivacco Fanton), lascia che da un blocco di alluminio emergano un vaso e due portacandele in rame brunito.
Il debutto pop di Parallelismi

Il format delle Camere con Vista ha funzionato bene soprattutto nei casi in cui i designer d’interni coinvolti hanno saputo proporre davvero un progetto totale, un universo “chiavi in mano” nel quale immergersi senza riserve. Parallelismi, la neonata piattaforma creata da Fabrizia Frezza insieme alla figlia Alessandra Coccia partiva avvantaggiata perché la curatela e l’inserimento dell’oggetto in uno scenario più ampio in cui tutto si tiene sono le sue promesse principali. L’allestimento alla Santissima era fresco e colorato, con un interno di ispirazione Anni Settanta tutto giocato su tre colori (rosso, azzurro e bianco) e sulla commistione tra linee rette e curve.
L’upcycling senza grilli per la testa e a base di sughero di Lucas Muñoz con ex-debris e Corradino Garofalo

Sperimentazione materica, formale e upcycling sono temi chiave della ricerca dello spagnolo Lucas Muñoz, che a EDIT ha presentato, sempre tra le Camere con Vista, una collezione di quattro pezzi ready-made realizzati con l’innovativa tecnica di spruzzatura del sughero, già avviata con la serie ideata per il progetto installativo Infinito Delicias a Madrid. Una scrivania, la poltrona Pavone, una panca e un mobile bar: Cork Coated Found Wood è un insieme di arredi realizzati artigianalmente frutto della collaborazione tra lo studio di Muñoz, Joan Vellvé, attivo sotto il marchio ex-debris e il designer e ricercatore napoletano Corradino Garofalo, di base a Eindhoven. Realizzati attraverso l’assemblaggio di pezzi di legname di recupero – reperiti direttamente da punti di raccolta rifiuti di Calle Goya, una delle arterie residenziali e commerciali più esclusive di Madrid, nonché da eccedenze di demolizione e scarti di cantiere dell’impresa Zimenta – questi lavori uniscono l’approccio alla decostruzione materica di ex-debris con il rigore sperimentale di Garofalo, dando vita a pezzi dall’estetica grezza in cui la storia e i segni del legno di recupero rimangono visibili, “ammorbiditi” dalla texture soffice ottenuta con la polvere di sughero.
Cult – Il desco di Margherita Rui con cinque manifatture italiane

Qui la parola chiave era dialogo. Tra le manifatture di eccellenza riunite dalla designer Margherita Rui, ognuna con le proprie lavorazioni che riflettono anche l’identità e il sapore dei territori in cui queste aziende per lo più storiche si trovano, ma anche tra la tavola costruita (con i listelli di cotto nero di Fornace Brioni) e imbandita con i loro prodotti e il contesto della Chiesa di Santa Caterina in piena Chiaia. In questa seconda conversazione, per esempio, le tovagliette e i runner realizzati con i pregiati tessuti di Fortuny riprendevano con i loro motivi la marezzatura dei marmi, mentre i piatti e le ciotole in ceramica dalle forme irregolari realizzati da Imolarte assecondavano il profilo dell’altare con le sue sporgenze e rientranze. Tutto studiato nel dettaglio e tutto in armonia.
Cult – Luci sulla Spagna e sui suoi progettisti

Nel cuore di Chiaia, nella cornice dello storico Palazzo Cellammare, attualmente in ristrutturazione, la collettiva Light on Spain, uno dei Cult in programma, ha riunito in un sol colpo sei tra i designer più interessanti della scena contemporanea spagnola, mettendoli in relazione tra loro intorno al tema della luce e facendoli dialogare con lo spazio in cui la mostra è allestita (appositamente come un work in progress, con impalcature metalliche a vista ed etichette fatte di scotch). Curata con il supporto di PICE Program di Acción Cultural Española (AC/E), l’installazione ha presentato una selezione di lampade firmate da Tomás Alía, Álvaro Catalán de Ocón, Curro Claret, Mayice Studio, Lucas Muñoz Muñoz e Jorge Penadés: nonostante i sei differenti linguaggi, l’uso dei materiali e l’approccio alla luce, tutti gli oggetti esposti sono stati capaci di entrare in dialogo con le proporzioni e l’atmosfera degli interni affrescati di Palazzo Cellamare, creando un ensemble di inattesa armonia tra storico e contemporaneo. Decisamente poetico.
Giulia Marani e Giulia Mura
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