Ce la farà il design a salvare il pianeta dalla catastrofe?

La lezione della Triennale di Paola Antonelli? Oltre l’industrial design c’è tutto un mondo. Per tamponare l’emergenza ambientale in corso è essenziale saper immaginare scenari complessi e prototipare modelli di comportamento. Due atout fondamentali in possesso dei designer.

Il design salverà il mondo. Quella che potrebbe sembrare un’iperbole o una pia illusione è l’assunto, molto concreto, alla base dell’Esposizione Internazionale in corso alla Triennale di Milano.
Il concetto di “design ricostruttivo” intorno al quale Paola Antonelli e i suoi collaboratori hanno costruito il discorso di Broken Nature: Design Takes on Human Survival presuppone la possibilità di riannodare i fili, in parte recisi, del legame simbiotico che unisce l’uomo all’ambiente in cui vive proprio grazie a una progettazione più attenta e consapevole.

COS’È IL DESIGN RICOSTRUTTIVO

Quella di Paola Antonelli è una visione onnicomprensiva del design, che spinge i confini della disciplina oltre i limiti tradizionali e trova una corrispondenza nell’attività e nel sentire dell’ultima generazione di progettisti. Nel corso degli ultimi due o tre decenni, infatti, molti designer sono usciti dai loro atelier e dagli uffici ricerca e sviluppo delle aziende – metaforicamente, ma in alcuni casi anche fisicamente – e hanno usato le loro capacità per indagare questioni di ordine politico, ambientale o demografico che in passato si trovavano al di fuori della loro sfera di influenza.
L’abilità nell’immaginare scenari complessi e nel prototipare modelli di comportamento, in particolare, essenziale nella cassetta degli attrezzi di ogni progettista, si è rivelata particolarmente utile allo scopo, consentendo loro di lavorare sull’aspetto che avrà il mondo di domani, mantenendo l’elemento umano – vale a dire tutti noi, con le nostre esigenze e le nostre abitudini – al centro della riflessione.
L’utente, poi, è spesso e volentieri parte attiva nel cambiamento. La maggior parte dei pezzi selezionati per la mostra tematica che rappresenta il cuore dell’operazione, con un centinaio di progetti scelti tra quelli che negli ultimi tre decenni hanno saputo esercitare un forte impatto sulla società e alcune commissioni speciali affidate a designer e artisti, richiede infatti un coinvolgimento del pubblico, l’impegno ad adattare il proprio stile di vita o comunque l’adesione a un certo sistema di valori.

IL RUOLO DELLA NATURA

L’altro polo dell’equazione, la natura, ha un ruolo tutt’altro che passivo. Uno dei trend chiave degli ultimi anni, il biodesign, è ben presente in mostra e più in generale nel lavoro di Paola Antonelli, che già nel 2008 investigava i rapporti tra design e scienza, soffermandosi in modo particolare sulla biologia, nella mostra Design and the Elastic Mind al MoMA.
L’esempio più eclatante, e più atteso, è l’installazione commissionata a Neri Oxman, direttrice del gruppo di ricerca Mediated Matter del MIT, che utilizza su scala architettonica un pigmento presente nel corpo umano e nella maggior parte degli esseri viventi (la melanina, la cui concentrazione determina nell’uomo il colore della pelle, degli occhi e dei capelli). Le formazioni tondeggianti all’interno dei due totem contengono melanina liquida generata su richiesta, in laboratorio, e resa altamente reattiva alla luce solare grazie all’introduzione di tirosinasi, un enzima che porta alla formazione del colore che prosegue per tutta la giornata, scurendosi quando il sole raggiunge lo zenit. Questa caratteristica permette di ipotizzare tutta una serie di applicazioni pratiche. Si può immaginare, ad esempio, un edificio le cui finestre siano schermate da vetri contenenti un pigmento in grado di reagire alla luce del sole, oscurandosi progressivamente nell’arco della giornata e aumentando o diminuendo il livello di protezione a seconda delle necessità – cioè “abbronzandosi”, proprio come la pelle umana.
In questo e negli altri progetti che integrano materiali viventi – piante, funghi, batteri o addirittura elementi della biologia umana –, è la natura a completare l’opera, collaborando attivamente con il designer. Gli oggetti così prodotti nascono, crescono e muoiono come organismi viventi e diventano anelli di congiunzione tra il mondo costruito e quello naturale, realizzando quello che poteva essere il sogno dei fautori del design organico.

Students' Educational and Cultural Movement of Ladakh, SECMOL (Sonam Wangchuk), Ice Stupa, 2013-14. Photo © Lobzang Dadul. Courtesy SECMOL

Students’ Educational and Cultural Movement of Ladakh, SECMOL (Sonam Wangchuk), Ice Stupa, 2013-14. Photo © Lobzang Dadul. Courtesy SECMOL

VEGETALE A CHI?!

Oltre a intervenire direttamente nella progettazione come materia prima, gli organismi viventi, in particolare quelli considerati a torto più primitivi come le piante, possono ispirare i designer in virtù della loro sapiente organizzazione. Dotate di un “cervello” diffuso, invece che di un centro di comando unico, sono estremamente resilienti. Non muoiono, ad esempio, quando le loro foglie vengono perforate da un bruco, e la loro crescita non può essere arrestata semplicemente tagliando uno dei rami.
Un’altra caratteristica delle piante è quella di comunicare attraverso reti: nei boschi, ad esempio, gli alberi si scambiano informazioni attraverso catene sotterranee di funghi che crescono intorno e dentro le radici. Alcune delle tecnologie che utilizziamo hanno già imparato questa lezione: Internet si basa proprio sui principi di decentralizzazione e distribuzione. Il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso, al quale Antonelli ha affidato la curatela di un’esposizione immersiva che affianca la mostra tematica e le partecipazioni internazionali, parte dall’idea che uno dei modi per correggere il cammino dell’umanità pericolosamente diretto verso l’autodistruzione sia imparare dalle piante. Presenti sulla Terra da molto prima che l’uomo muovesse i primi passi, gli organismi vegetali hanno trovato soluzioni efficaci e non predatorie nei confronti dell’ecosistema in cui vivono ed è probabile che ci sopravvivano.
La Nazione delle Piante, quindi, può essere considerata come uno stato a se stante con un proprio importantissimo bagaglio di conoscenze da condividere. “Lo 0,03% della materia vivente presente sulla Terra è rappresentato dagli animali, compreso l’uomo, perciò quella delle piante è la nazione più popolosa di tutte”, spiega Mancuso. “Abbiamo inventato anche una bandiera: i tre colori che abbiamo scelto – bianco, azzurro e verde – sono quelli visibili nel primo scatto che un astronauta fece della Terra vista dallo spazio, nel 1968. Questi tre colori esistono perché esistono le piante: senza di loro non ci sarebbe acqua e il nostro pianeta sarebbe un pezzo di roccia sterile”.

ARRESTARE IL CONSUMISMO

In un’epoca in cui la scarsità di risorse è diventata una preoccupazione più che legittima, inoltre, la disciplina del design può – e deve – essere finalizzata alla cura dell’esistente e non soltanto all’aggiunta di nuovi prodotti sul mercato.
Nella moda, ad esempio, diventa essenziale uscire dall’ottica del rinnovamento continuo delle collezioni e del fast fashion, per cominciare a concepire capi dalla vita più lunga. Tra gli esempi di design ricostruttivo selezionati per la mostra tematica, Transitory Yarn della designer Alexandra Fruhstorfer immagina un futuro nel quale gli abiti, realizzati a maglia con un nuovo materiale, possano essere trasformati con facilità anziché sostituiti. Nell’arredamento, tutto ciò che non fa in tempo a diventare classico – si calcola che per una sedia siano necessari otto anni di successo per entrare a far parte del novero degli oggetti di design senza tempo e in grado di resistere alle mode – viene accantonato e rimpiazzato dalle nuove proposte di un mercato in incessante movimento. In un progetto del 2005 di grande impatto, 100 sedie in 100 giorni, anch’esso esposto alla Triennale, Martino Gamper ha smontato e riassemblato in un insolito bricolage le componenti di una serie di sedie fuori uso trovate nelle strade di Londra, a casa di amici oppure ricevute in regalo. Un modo per ridare vita e valore a oggetti destinati alla discarica, rendendoli nuovamente appetibili e addirittura degni di essere esposti in una galleria.

IL NODO DELL’E-WASTE

Uno dei nodi sui quali i designer possono intervenire e dire la loro è senz’altro quello dello smaltimento o del riciclo dei rifiuti – quelli elettronici in particolare, che rappresentano il flusso in maggiore aumento a livello globale, con situazioni particolarmente critiche nei Paesi in via di sviluppo.
Lo hanno fatto i Formafantasma, con una installazione che, commissionata dal direttore della National Gallery of Victoria ed esposta per la prima volta a Melbourne, si presenta al pubblico dell’Esposizione Internazionale in una veste nuova, mettendo l’accento sulla ricerca e proponendosi di analizzare con sguardo olistico la complessa relazione tra design, produzione ed estrazione mineraria. “‘Ore Streams’ significa proprio ‘vena mineraria’”, racconta Andrea Trimarchi, fondatore dello studio con Simone Farresin, intervistato da Artribune. “Dal 2080 alcune statistiche prevedono che la maggior parte delle risorse minerarie necessarie per la produzione proverranno non dal sottosuolo ma dal riciclo di oggetti, macchine, elementi architettonici”.
Nonostante numerosi progressi, l’e-waste (electronic waste), ovvero l’insieme dei rifiuti elettronici, è ancora difficile da riciclare e spesso viene spedito nei Paesi emergenti in maniera illegale. Il progetto che i due designer portano avanti da più di due anni guarda a questi problemi e cerca di comprendere che cosa può fare il design per disegnare prodotti elettronici – i device che tutti usiamo e che occupano sempre più spazio nelle nostre vite – che siano più facilmente riparabili e riciclabili. “Abbiamo cercato di capire come funziona il sistema di riciclo sia nei Paesi occidentali che nei Paesi in via di sviluppo, abbiamo studiato le direttive europee riguardo la lotta all’obsolescenza programmata e il riciclo di e-waste. Semplici cambiamenti nel design dei prodotti potrebbero aiutare il recupero sia di materiali che di componenti. Per esempio, in questo momento non c’è un sistema universale e obbligatorio di viti per l’assemblaggio di computer, lavatrici, telefoni e altre categorie di prodotti ancora. Molti brand preferiscono disegnare i propri sistemi di chiusura per assicurarsi che l’utente finale non possa riparare da solo i propri oggetti”.
Gli esempi sono molti, che si tratti di debolezze introdotte consapevolmente dalle aziende nei loro prodotti, come nel caso dell’obsolescenza programmata, o di errori che si potrebbero evitare con una progettazione più attenta. In entrambi i casi, l’effetto è di rendere complicato il riciclo, soprattutto nei Paesi tecnologicamente meno avanzati, dove ci sono meno strumenti a disposizione. “La miniaturizzazione delle componenti elettroniche comporta l’utilizzo di collanti per diminuire lo spazio il più possibile”, prosegue Trimarchi. “Elementi tossici e non riciclabili finiscono incollati ad altri che potrebbero essere recuperati. O ancora la gomma nera spesso utilizzata per coprire i cavi elettrici è così opaca da risultare difficilmente identificata dai sistemi di riconoscimento visivo utilizzati per separare e riciclare elementi diversi”.
Lungi dall’essere pura speculazione, l’esercizio del duo di designer comprende anche una parte pratica, di fatto un esempio di produzione di design virtuosa: una serie di mobili per ufficio che integra gli scarti elettronici trasformandoli in finiture di pregio e, così facendo, cambia completamente la loro percezione e desiderabilità. I telai di alcuni smartphone o la tastiera di un computer sono stati incastonati in un tavolo, mentre l’oro recuperato dai rifiuti elettronici è stato usato sia come rivestimento che come fil rouge estetico tra i vari pezzi. L’ambiente scelto per ospitare la seconda vita di questi oggetti non è casuale: l’ufficio è infatti il luogo dove alcuni principi modernisti sono più visibili. “La ricerca di efficienza, l’idea di standard e di uno stile universale sono rappresentati in modo quasi simbolico da mobili come lo schedario e il cubicolo modulare. Lo stesso approccio basato sulla quantificazione e suddivisione delle risorse è riscontrabile anche nella visione distruttiva dell’ambiente naturale come fonte alla quale attingere risorse produttive”, conclude Trimarchi. Una visione che, nel corso dei prossimi decenni, potrebbe essere superata anche grazie al design.

Neri Oxman and the Mediated Matter Group at Massachusetts Institute of Technology, Totems, 2019 © La Triennale di Milano photo Gianluca Di Ioia

Neri Oxman and the Mediated Matter Group at Massachusetts Institute of Technology, Totems, 2019 © La Triennale di Milano photo Gianluca Di Ioia

LA MATERIAL ECOLOGY DI NERI OXMAN

Sua è l’installazione più interdisciplinare che la Triennale ha commissionato in occasione di Broken Nature. Dietro la sua intelligenza versatile e senza pregiudizi si aprono alcune tra le prospettive più incoraggianti e concettualmente avvincenti del design del XXI secolo. Professore al MIT di Boston, icona sexy, intelligenza fulgida a cavallo tra biologia, design e tecnologia: difficile mettere un unico cappello sulla chioma indomita di Neri Oxman. L’architetto 43enne di origini israeliane è forse la personalità che ha maggiormente contribuito a plasmare quel campo di ricerca che è oggi frettolosamente riassunto con l’etichetta di biodesign. Nella sua visione, calcolo computazionale, bioingegneria e progettazione convivono per dare (letteralmente) vita a una nuova generazione di manufatti creati a partire da elementi organici.
Il campo della “Material Ecology”, da lei prefigurato e coniato, diventa così un’opportunità per immaginare una generazione di oggetti che sono fusionali con la natura e dunque capaci di rispondere al meglio alle sfide che attanagliano la nostra società. Della sua vivacità intellettuale, che deve almeno parte della sua attrattività all’idea che la sostenibilità non debba solo essere preservata, ma anche integrata artificialmente, parlano i suoi progetti: padiglioni stampati con bachi da seta vivi, alveari sintetici che ricreano una perenne primavera per favorire la sopravvivenza e produttività delle api, le maschere della morte capaci di produrre microrganismi dopo il decesso, le “wearable skins” pensate per i viaggi spaziali e capaci di tramutare l’esposizione solare in zuccheri disponibili per l’organismo.
A Broken Nature presenta una dei quattro lavori commissionati dalla Triennale di Milano, Totem, applicazione su scala architettonica della melanina. Materiale particolarmente trasversale – è presente nella nostra pelle, ma anche nelle piante, nei minerali, nei batteri e nei funghi –, è utilizzato come materiale costruttivo per un’installazione di grandi dimensioni. Ma non solo: dalla Triennale promettono che Totem sarà una rappresentazione efficace di “come il design, a tutte le scale, possa essere un commento potente, poetico e rigorosamente scientifico, sui pregiudizi e gli errori umani”. La grandezza del lavoro di Oxman, infatti, non risiede soltanto nella confluenza tra bioingegneria e design, ma anche nella capacità di investirsi in una ricerca artistica che non ha timore di giocare, anche in laboratorio, con estetiche d’avanguardia.
Del resto, come lei stessa ha scritto in un saggio che è giustamente diventato una pietra miliare per la teoria del design e ben oltre, è l’era dell’entanglement, bellezza. Faremo meglio a farcene una ragione, e a scommettere ottimisticamente sulle prospettive che questa nuova età ci potrà riservare.

Giulia Marani e Giulia Zappa

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #48

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Giulia Marani

Giulia Marani

Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per…

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