Frutto amato addirittura dal Re Sole, la pera è un soggetto ricorrente nelle opere degli artisti più disparati. Come descritto da Carlo e Aldo Spinelli.

Quanti falsi esistono nell’arte? Anche in natura, e in special modo tra i vegetali, vi sono entità viventi che si spacciano per qualcos’altro, come alcuni frutti che di fatto non sono altro che “pomi”: un falso frutto, una parte del perianzio (la zona circostante il fiore costituita dall’insieme del calice e della corolla). Ma chi di noi non ha mai degustato la dolcezza di un falso? Per esempio una bella pera matura (il cui vero frutto è quello che scartiamo, cioè il torsolo con i suoi semi all’interno).
Un’altra caratteristica dei falsi nell’arte sta nella loro varietà: si prende come modello uno o più originali e, mescolandone gli elementi e cambiandone a caso qualcuno, si ottiene qualcosa che assomiglia al vero, ne mantiene le caratteristiche genetiche cercando di nascondere l’assemblaggio approssimativo a favore di una manifesta consonanza di tecnica, di stile e di intenzioni. Anche in questo caso i falsificatori non fanno altro che copiare la natura: una minima mutazione, un tentativo riuscito e si ha una nuova specie.

DAL RE SOLE A MAGRITTE

Ritorniamo alla pera. Quante varietà ne esistono? Sono migliaia e già nel XVII secolo Jean-Baptiste de La Quintinie, giardiniere del Re Luigi XIV, ne aveva selezionato cinquecento qualità diverse, in modo tale che maturassero in successione nel corso dell’intero anno e che quindi il Re Sole ne potesse gustare una differente ogni giorno.
Quasi come Paul Cézanne, che nel corso della sua lunga vita artistica ha dipinto dozzine di pere, talvolta da sole oppure in compagnia di altri frutti per realizzare nature morte nelle quali l’immediata riconoscibilità del soggetto era un punto di partenza ideale per giocare con le possibili varianti di forma e di colore: dalla rotondità della Decana del Comizio al lungo collo della Conference, dal giallo verdastro con punte di rosso delle Williams al marrone bruno delle Kaiser. Se si ordinassero cronologicamente le immagini di questi quadri, si potrebbe ricostruire una sintetica storia dell’arte contemporanea: il passaggio dalla rappresentazione veritiera corredata di ombre e dettagli verso una continua ricerca di sintesi e di spontaneità, dove l’immediatezza del gesto rimanda più all’idea dell’opera che al presunto quanto irraggiungibile perfezionismo della copia dal vero. Il tutto nell’arco di un paio di decenni, alla fine del XIX secolo.
Pochi anni dopo sono stati i surrealisti a impossessarsi di questo frutto per riprodurlo in modo più o meno fedele nelle loro opere. Se Max Ernst (La poire qui me ressemble, 1925) e Man Ray (Poire d’Erik Satie, 1969) le dipingono in forma di ritratto, René Magritte (Les Moyens d’Existence. Rose et Poire, 1966) fonde in un connubio vegetale il gambo di una rosa e il picciolo della pera.
Dagli Anni Sessanta in poi le pere mettono radici sempre più profonde. Jirí Kolár se ne serve per realizzare una serie innumerevole di opere bi- o tridimensionali. Le prime mostrano il caratteristico profilo panciuto della pera al cui interno è racchiusa un’immagine completamente decontestualizzata: un ritratto secentesco, il sole di un paesaggio al tramonto, il particolare di un quadro astratto e così via. Anche in questo caso, come accennato sopra a proposito di Cézanne, si potrebbe allineare su una parete l’intera storia dell’arte mondiale incorniciata nella sagoma di una pera. Forse più note sono le pere tridimensionali di Kolár, piccole sculture formate da un similfrutto di materia solida rivestito con minuscoli ritagli di carta, parole di vecchi libri offerte in veste di cibo…

Honoré Daumier, Les Poires, La Caricature, 24 novembre 1831
Honoré Daumier, Les Poires, La Caricature, 24 novembre 1831

DA POZZATI A YAYOI KUSAMA

Negli stessi anni, in Italia, è Concetto Pozzati a essere ossessionato dalle pere con opere dai titoli sintomatici: Pere domestiche a prezzo speciale, Pera (1967), La pera è la pera (1968), Natura morta all’italiana (1968) eccetera. I suoi frutti sono coloratissimi e, come se non bastasse, l’aggiunta di specchi sagomati ne incrementa e dinamizza il vivacissimo equilibrio tra un folcloristico pop all’italiana e la sintetica purezza di una impersonale superficie omogenea che può far ritornare alla mente l’archetipo della pera dipinta, quel segno simbolo realizzato da Enzo Mari nel 1963 come un semplice manifesto e diventato poi un’icona per la sua immediatezza, semplicità, leggibilità, pregnanza di significato mescolata a una quasi totale assenza di compiacimenti estetici: una pera è una pera è una pera.
Dall’asetticità della denotazione alla ricchezza di connotazione con un salto indietro nel tempo che caratterizza la caricatura “in forma di pera” del ritratto di Luigi Filippo I realizzato da Honoré Daumier nel 1831. Quello che oggi si potrebbe definire un morphing è una serie di quattro disegni a penna che via via trasformano il viso dal mento largo e la ricca ciocca di capelli del “Re dei francesi” nella cadente rotondità delle guance simili alla pasciuta pancia di una pera. Dalla pubblicazione di quell’immagine (sul numero 56 del 24 novembre 1831 della rivista La Caricature) cominciarono ad apparire sui muri di Parigi dei rudimentali profili piriformi, tracciati con carbone oppure graffiti nell’intonaco: un semplice segno, una curva ed ecco apparire lo spunto primario della contestazione.
Per rigore filologico non si possono infine ignorare le molteplici (ancora) pere dipinte da Jean Fautrier (dal 1926 al 1942), quelle di Yayoi Kusama e quelle scolpite da Alik Cavaliere, che fino al 9 settembre sono in mostra al Palazzo Reale di Milano.

Carlo e Aldo Spinelli 

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #44

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AutoriAlik Cavaliere, Enzo Mari, Honoré Daumier, Jirí Kolár, Max Ernst, Paul Cézanne, Renè Magritte
CuratoreConcetto Pozzati
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Carlo Spinelli
Laureato in Lettere Moderne e iscritto a Storia Antica, viaggia mangia e scrive in ordine sparso per ItaliaSquisita, Rolling Stone, La Cucina Italiana e Wired. Approfondendo l'antropologia dell'alimentazione nel contemporaneo mangiare, tra culture e geografie all'antitesi, ama in egual misura la cucina del neolitico e quella d'avanguardia, ma soprattutto lo streetfood terrestre. Ha vissuto due anni in Svezia, con il padre artista e ludologo Aldo Spinelli ha scritto enciclopedie sul mondo del gioco per Fabbri Editore e DeAgostini, e ultimamente ha contribuito a creare IlMangiadischi, format tv in cui si miscela la musica d'autore e l'alta cucina. Sul web è conosciuto come Doctor Gourmeta, personaggio scanzonato che sperimenta l'onnivorismo e fotografa chef Michelin in situazioni ironiche e surreali. Nel frattempo cambia pannolini e pensa di scrivere fumetti e graphic novel.

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