C’è gran dibattito sulla mostra del Maxxi che voleva raccontare 80 anni di architettura italiana: commenti e lettere aperte
Luigi Prestinenza Puglisi e Valerio Paolo Mosco commentano la mostra Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026, in corso al MAXXI di Roma. Il primo la definisce “opaca, confusa e disarticolata”; il secondo fa appello ai vertici dell’istituzione romana, anche in relazione all’assenza di un catalogo. Riceviamo e pubblichiamo
IL CONTRIBUTO DI LUIGI PRESTINENZA PUGLIISI
Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026, inaugurata al MAXXI, è una mostra dal titolo impegnativo. Per affrontare davvero ottant’anni di architettura italiana sarebbe stato necessario mettere in campo un progetto di ricerca approfondito, coinvolgere numerosi studiosi, lavorare per anni su materiali, interpretazioni e confronti critici. Nulla di tutto questo è accaduto. Ne è uscita l’ennesima mostra del MAXXI: superficiale, generica, costruita assemblando materiali già presenti nei depositi del museo. Ma il problema principale non è nemmeno la scarsità dei documenti esposti. È l’assenza di una struttura narrativa, di una tesi, di un’idea guida. Per fare una mostra non basta esporre oggetti: bisogna avere qualcosa da dire e saperlo argomentare. Ed è un peccato, perché il tema era importante.
Le promesse infrante della mostra “Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026” al MAXXI
Raccontare l’architettura italiana dal 1946 a oggi significa confrontarsi con una delle vicende culturali più ricche e complesse del dopoguerra europeo. Significa attraversare le opere e le idee di Albini, Gardella, BBPR, Scarpa, Michelucci, Quaroni, Ridolfi, Aymonino, Rossi, Gregotti, Gabetti e Isola, Portoghesi, Piano, Fuksas e decine di altri protagonisti che hanno costruito città, paesaggi e visioni. Una mostra con questo titolo promette inevitabilmente una ricognizione. Non necessariamente esaustiva, ma almeno capace di individuare linee di sviluppo, conflitti, continuità, eredità e rotture. Invece il visitatore si trova davanti a quattro sezioni eterogenee, accostate senza una logica evidente, come se si trattasse di mostre diverse già disponibili in magazzino e riunite sotto un’unica etichetta.

Dagli otto big dell’architettura italiana alla cosiddetta “generazione Erasmus”
La prima sezione, all’ingresso, è affidata a otto totem digitali nei quali altrettanti architetti contemporanei — Giuseppina Grasso Cannizzo, Paola Viganò, Elisabetta Terragni, Franco Purini, Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Stefano Boeri e Cino Zucchi — propongono brevi riflessioni sull’architettura italiana. La scelta appare fin dall’inizio discutibile. Perché proprio loro? Perché accostare figure tanto diverse? E soprattutto perché includere un paio di personalità che hanno avuto un ruolo relativamente marginale nel dibattito critico degli ultimi decenni? Tuttavia l’effetto iniziale è interessante. Per un momento si immagina che saranno questi architetti a guidare il percorso, costruendo un dialogo tra passato e presente. Invece scompaiono immediatamente. La mostra prende un’altra direzione e si entra nella seconda sezione, probabilmente la più debole, ambiziosa e inconsistente dell’intero percorso. Qui si tenta di raccontare ottant’anni di architettura italiana attraverso una classificazione per temi e tipologie che finisce per assomigliare più a un archivio illustrato che a una narrazione critica. Un archivio peraltro estremamente povero. Mancano quasi tutti i protagonisti più significativi e quelli presenti sono spesso rappresentati attraverso opere marginali. Tra gli architetti contemporanei, per fare qualche nome, mancano Casamonti, De Lucchi, Cucinella, Ratti, Peluffo. Ma mancano persino le opere degli otto architetti che aprono la mostra. Come si può parlare della vitalità dell’architettura italiana senza mostrare il lavoro di Piano, Fuksas, Boeri o Zucchi?
Un progetto che procede per frammenti
Il problema non riguarda soltanto la quantità dei materiali esposti, ma il modo stesso in cui vengono presentati. L’architettura non è una collezione di oggetti. È una storia fatta di idee, polemiche, scuole, ossessioni, maestri e allievi. Separare gli edifici dalle persone che li hanno concepiti significa privarli della loro energia culturale. Così il visitatore attraversa una sequenza di sale senza riuscire a comprendere quali siano state le grandi battaglie che hanno attraversato questi ottant’anni. Non emerge il confronto tra Razionalismo e Organicismo. Non emerge la crisi del Movimento Moderno. Non emerge la stagione della Tendenza. Non emerge il dibattito postmoderno. Non emerge il ruolo delle scuole di Venezia, Milano, Roma, Napoli, Palermo o Firenze. Emergono invece frammenti. Molti frammenti. Troppi frammenti. Quasi mai organizzati in un discorso.
Le risposte che potrebbero arrivare da un catalogo
Conclusa questa sezione, si passa alla terza, dedicata al presente. E i dubbi aumentano. Sono stati selezionati otto studi contemporanei appartenenti alla cosiddetta generazione Erasmus, professionisti oggi cinquantenni o sessantenni chiamati a rappresentare lo stato dell’architettura italiana. Tutti rispettabili. Alcuni eccellenti. Nessuno mette in discussione il loro valore. Ma perché proprio loro? Quale criterio è stato adottato? Quale ipotesi critica giustifica questa selezione? Non è dato saperlo. Quando i criteri non vengono dichiarati, il rischio è che una mostra si trasformi semplicemente in una raccolta di preferenze personali. Colpisce inoltre una forte concentrazione geografica. L’Italia che emerge sembra coincidere quasi esclusivamente con alcune città del Nord. Il resto del Paese appare sostanzialmente assente. Naturalmente ogni mostra implica delle esclusioni. Nessuno pretende una rappresentazione enciclopedica. Ma proprio per questo sarebbe necessaria una tesi forte capace di spiegare le omissioni. Forse il curatore ritiene che l’architettura italiana contemporanea sia orientata verso un minimalismo di matrice svizzera? Forse considera irrilevante quanto avviene in Campania, Puglia o Sicilia? Se così fosse, sarebbe stato interessante leggerlo in un testo critico, in un catalogo, in un saggio curatoriale. Ma nulla di tutto questo viene esplicitato.
La relazione tra il MAXXI e la mostra “Vitalità dell’architettura italiana 1946-2026”
La quarta sezione dovrebbe presentare una generazione ancora più giovane. In realtà raccoglie studi che hanno vinto il premio promosso dal MAXXI per l’allestimento di una struttura temporanea negli spazi esterni del museo. Non una ricognizione critica, dunque, ma una selezione derivata da un concorso. Qualcuno ha già osservato che alcuni degli studi presentati, nel frattempo, si sono persino sciolti. Alla fine della visita rimane una sensazione curiosa. Non quella di aver attraversato ottant’anni di architettura italiana. Piuttosto quella di aver consultato un archivio confuso e incompleto. Una mostra che informa poco e interpreta ancora meno. La sua debolezza appare ancora più evidente se la si colloca nella storia del MAXXI. Quando il museo progettato da Zaha Hadid venne inaugurato, nel 2010, sembrò che Roma avesse finalmente conquistato una grande istituzione internazionale dedicata all’architettura contemporanea. L’edificio appariva come una macchina culturale straordinaria: dinamica, complessa, ambiziosa. Un gesto di fiducia nella contemporaneità in una città spesso più incline a celebrare il passato che a immaginare il futuro. Sedici anni dopo il bilancio appare però problematico.
E quindi, cosa vuole essere il MAXXI Architettura?
Il MAXXI ha organizzato numerose mostre di architettura. Poche hanno lasciato un segno duraturo. Quasi sempre gli stessi curatori si sono alternati senza che emergesse una strategia culturale riconoscibile nel lungo periodo. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa vuole essere il MAXXI Architettura? Un archivio? Un centro di ricerca? Un luogo di divulgazione? Un laboratorio critico? Una piattaforma internazionale? La sensazione è che abbia cercato di essere tutte queste cose contemporaneamente senza riuscire a diventare davvero nessuna di esse.
La paradossale condizione dell’architettura italiana contemporanea
Vitalità dell’architettura italiana finisce per riflettere perfettamente questa incertezza. Ci sono documenti. Ci sono modelli. Ci sono immagini. Manca però quella tensione critica che trasforma una raccolta di materiali in una presa di posizione culturale. Eppure sarebbe stato il momento giusto per farlo. L’architettura italiana vive oggi una condizione paradossale: da una parte gode di una crescente visibilità internazionale; dall’altra fatica a costruire un dibattito interno realmente vivace. Produce opere interessanti ma raramente riesce a raccontarle. Genera talenti ma non costruisce genealogie. Possiede una storia straordinaria ma sembra avere paura di discuterla. Una mostra intitolata Vitalità avrebbe potuto affrontare proprio questa contraddizione. Avrebbe potuto interrogarsi sull’esistenza di una specificità dell’architettura italiana. Avrebbe potuto mettere a confronto generazioni diverse. Avrebbe potuto raccontare le differenze territoriali. Avrebbe potuto discutere il ruolo delle università, delle riviste e delle istituzioni culturali. Avrebbe potuto persino essere polemica. Ha scelto invece di restare opaca, confusa e disarticolata. Molto meno di ciò che il titolo prometteva. E molto meno di ciò di cui oggi avremmo bisogno. Una mostra sulla vitalità dell’architettura italiana avrebbe dovuto costruire un racconto. Non l’ha fatto.
Luigi Prestinenza Puglisi
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IL CONTRIBUTO DI VALERIO PAOLO MOSCO
Lettera aperta. Alla gentile attenzione della Dottoressa Maria Elena Bruni (Presidente della Fondazione MAXXI di Roma e della Dottoressa Lorenza Baroncelli (Direttrice del dipartimento architettura e design del MAXXI di Roma).
In relazione alla mostra da poco inaugurata dedicata all’architettura italiana al MAXXI (Vitalità dell’architettura italiana. 1946-2026, a cura di Pippo Ciorra e Elena Tinacci) e in considerazione di altre esperienze precedenti, mi permetto delle critiche e degli appunti che probabilmente Vi possono interessare.
- In primis riscontro nelle mostre una tendenza a omettere sempre più la lettura critica, come se bastasse esporre cose più o meno interessanti, private di qualunque ragionamento, di qualunque osservazione, di qualunque narrazione, per dar vita ad una mostra di successo. Questo modello espositivo, che definirei “a-critico” (e spesso ben poco filologico), è a ben vedere quello quantitativo che troviamo negli innumerevoli siti on line. Mi chiedo allora che bisogno c’è di spendere soldi ed energie per copiare ciò che si trova gratis e in grande quantità nel web? Mi permetto di proporre una prima regola: che ogni mostra si basi su una lettura critica degli eventi. Una lettura chiara, sostanziata filologicamente, quasi una vertenza su cui strutturare il tutto. Reputo che senza una impostazione di tal genere una mostra non può definirsi tale.
- Rimango inoltre stupefatto che una mostra ricca e ambiziosa come quella sulla Vitalità dell’architettura italiana sia priva di un catalogo. Reputo che sia doveroso per le istituzioni garantire un certo grado di scientificità in modo tale da lasciare tracce di valore. In altre parole è necessario organizzare mostre che non siano unicamente degli eventi mondani più o meno riusciti, ma mostre che abbiano l’ambizione di durare nel tempo, che parlino a chi verrà dopo di noi. Proporrei dunque una seconda regola: che ogni mostra sia accompagnata da cataloghi di alto livello scientifico, possibilmente gestiti non dal singolo curatore ma da un comitato scientifico. Senza la testimonianza scritta di un catalogo, una mostra non dovrebbe essere presa in considerazione. L’occasione di dar vita ad una riflessione sull’architettura italiana nell’ormai lungo periodo di vita della Repubblica (occasione per altro facilmente programmabile!) non lascerà tracce. Reputo ciò inaccettabile per un’ambiziosa istituzione come il MAXXI.
- Rimango inoltre stupefatto che un museo come il MAXXI si affidi per le curatele, sin dagli ormai lontani inizi, sempre alle stesse persone. Noto con rammarico che il principio che dovrebbe essere essenziale per istituzioni come il MAXXI, ovvero la rotazione, continua ad essere disatteso. Proporrei quindi una terza regola: fissare la scadenza dei ruoli curatoriali e il divieto di curare più di due mostre in un tempo determinato.
- Mi permetto inoltre un’ultima proposta: che una parte cospicua delle mostre future possa andare a concorso in maniera tale da uscire fuori da uno stato di sclerosi che sta diventando sempre più evidente. L’istituto del concorso agevolerebbe quel cambio generazionale di cui sentiamo, non solo nel mondo dell’architettura, un bisogno sempre più pressante. Va da sé che le giurie deputate a scegliere le mostre future dovrebbero essere esterne all’istituzione e di livello internazionale.
Nel ringraziarVi per l’attenzione, porgo i miei distinti saluti.
Valerio Paolo Mosco
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