“Non-Extractive Architecture”, il progetto multidisciplinare a cura di Joseph Grima e Space Caviar, apre le iniziative legate all’architettura in occasione della Biennale di Venzia nella cornice della V-A-C Foundation.

Non-Extractive Architecture è un progetto ambizioso, che solleva un problema politico oltre che architettonico: il rapporto fra natura e manufatti, fra ambiente e umanità. Più specificamente, e forse significativamente, la relazione di responsabilità che lega le società occidentali agli altri Paesi, costretti troppo spesso a pagare i costi del nostro sviluppo, come abbiamo avuto modo di constatare nella distribuzione di dispositivi sanitari e vaccini.

LA SFIDA DELL’ARCHITETTURA SOSTENIBILE

L’idea di un’architettura più consapevole del proprio impatto – innanzitutto ecologico, ma anche sociale, economico e culturale – non è nuova. Nuovo è il tentativo di mettere in discussione l’idea di architetto come costruttore che alimenta, in nome della forma, filiere di approvvigionamento di materiali e manodopera insostenibili. Proprio per tale ragione rese invisibili agli occhi di possibili fruitori o acquirenti. Con questo progetto Joseph Grima, già direttore creativo di Design Academy Eindhoven e curatore del settore Design della Triennale di Milano, insieme a Space Caviar, studio di architettura e ricerca fondato dallo stesso Grima con Tamar Shafrir, lancia la sfida di ripensare collettivamente e in senso multidisciplinare il ruolo e la pratica dell’architetto e della progettazione. Da agente a custode il primo, da costruzione a mediazione la seconda.

IL PROGETTO DI GRIMA E SPACE CAVIAR

Non-Extractive Architecture trasformerà per circa un anno il Palazzo delle Zattere, sede della V-A-C Foundation, in un laboratorio, in una piattaforma di ricerca e produzione editoriale. Il progetto espositivo si articola in un programma di residenze di ricercatori internazionali selezionati attraverso open call, conferenze e laboratori. La progressione e gli esiti di queste azioni verranno registrati sui fogli bianchi sparsi sulle pareti del palazzo, disegnando le traiettorie dell’architettura del futuro.
Il progetto ha già portato alla pubblicazione dell’omonimo libro edito da V-A-C e Sternberg Press, a cui farà seguito un secondo volume in cui verranno raccolti gli sviluppi di questo anno di revisione teorica e collaudo di nuove pratiche di progettazione.

N55 (Ion Sørvin & Till Wolfer), XYZ Cargo Publishing Station. Photo Marco Cappelletti
N55 (Ion Sørvin & Till Wolfer), XYZ Cargo Publishing Station. Photo Marco Cappelletti

INTERVISTA AL CURATORE JOSEPH GRIMA

Che cos’è l’architettura non estrattiva?
Una architettura che mette in discussione l’idea che costruire significhi provocare inevitabilmente un danno – preferibilmente in luoghi il più lontano possibile da noi – e che il meglio a cui noi architetti possiamo aspirare sia cercare di limitare questo danno. Il nostro obiettivo non dovrebbe essere, ad esempio, ridurre le emissioni, ma sviluppare un’idea di architettura che non sia dipendente da qualsivoglia forma di sfruttamento. Essenzialmente si tratta di un’architettura che non produce esternalità.

Chiariamo questo concetto.
Nell’ambito economico, le esternalità sono tutti quei costi che vengono imposti a terzi senza il loro consenso. L’esempio più lampante è l’inquinamento: nel guidare un’auto, immetto una certa quantità di gas nell’atmosfera. Il beneficio che ne traggo è solo mio, mentre i costi, ossia il danno provocato dalle mie azioni, sono ugualmente condivisi fra tutta l’umanità. L’anidride carbonica non rispetta certo i confini! Le economie che si fondano su produzioni industriali intensive hanno trovato il modo negli anni di rendere queste esternalità invisibili, riallocandole in luoghi distanti dalle società e dagli individui che ne beneficiano. In maniera ancora più preoccupante, a un certo punto si è iniziata ad accettare l’idea che non ci fosse altra scelta: svuotamento e devastazione sono il prezzo da pagare per la civilizzazione, un prezzo che, fino a che rimane confinato in un altrove, siamo ben disposti a versare.

L’innovazione ha però dei pregi…
È indubbio che l’innovazione tecnologica abbia sensibilmente migliorato la qualità di vita della maggior parte dell’umanità, e lo stesso si può dire per il settore edilizio. Ma questo è al contempo responsabile del 40% circa delle emissioni di anidride carbonica, del perpetuarsi di condizioni di sfruttamento lavorativo, dell’esaurimento delle risorse naturali e della trasformazione irreversibile di paesaggi e comunità. L’architettura non estrattiva mette in discussione l’idea che tutto ciò sia inevitabile.

Perché ora è così urgente sottrarre le filiere produttive all’invisibilità? È possibile rendere effettivamente più responsabili le società occidentali nei confronti degli altri Paesi?
L’unica ragione per cui ha senso dal punto di vista economico reperire una quota significativa di materiali, prodotti, cibo e altri beni dall’altra parte del mondo è perché i reali costi (ambientali) legati al trasporto e a una produzione agricola e industriale di tipo intensivo non sono inclusi nel prezzo di ciò che compriamo. I meccanismi economici vanno al più presto ripensati per disincentivare pratiche insostenibili come l’eccessiva mobilità delle merci, rese convenienti solo perché legate alla produzione di esternalità.

Si tratta di un processo lungo. Nel frattempo cosa si può fare?
Possiamo solo contare sul buon senso delle persone nel privilegiare le risorse e i prodotti locali. Anche perché tendenzialmente ci prendiamo più cura di ciò che possiamo vedere e sentire. Al contrario, se le conseguenze delle nostre scelte o azioni avvengono altrove e affliggono qualcuno che non conosciamo, è molto più facile non assumersene la responsabilità. Può suonare banale, ma in realtà si tratta di una questione estremamente complessa. La prosperità di cui godiamo deriva dalle esternalità che abbiamo prodotto da qualche altra parte, di solito in Paesi poveri del sud del mondo. Scoperchiare le filiere da cui dipende la nostra quotidianità e ripensare le attività produttive in modo che gravino solo sulle nostre spalle è un processo lungo: dobbiamo letteralmente disimparare ciò che ci è sempre stato insegnato e, in alcuni casi, iniziare tutto daccapo.

N55 (Ion Sørvin & Till Wolfer), XYZ Cargo Broadcasting Station. Photo Marco Cappelletti
N55 (Ion Sørvin & Till Wolfer), XYZ Cargo Broadcasting Station. Photo Marco Cappelletti

IL NUOVO RUOLO DELL’ARCHITETTO

L’idea di ripensare i principi su cui si fonda la progettazione architettonica mi ha fatto riflettere sulla relazione fra architetto e curatore. In quali termini l’architetto può essere pensato come un curatore dello spazio e delle complesse interrelazioni ambientali, culturali e socio-economiche che avvengono in esso? E quali le implicazioni per l’architettura e il ruolo dell’architetto?
Penso che l’obiettivo di lungo periodo del progetto sia proprio quello di proporre un modello alternativo di cosa significhi essere un architetto, specialmente per le nuove generazioni che si affacciano ora a questa professione. Le scuole di design e architettura tendono a rimanere abbarbicate a un certo modo di intendere questo ruolo all’interno della società. E questo modello eroico, di derivazione moderna dell’architetto che viene propinato agli studenti si autoalimenta, con conseguenze non sempre desiderabili, tanto per l’architettura quanto per l’intera società.

Come intendete affrontare la questione?
Invece di affrontare le sfide della progettazione attraverso un approccio programmatico o compositivo, proprio come le scuole tendono a insegnare a fare, vogliamo ribaltare il problema. Come posso risolvere questa questione progettuale in un modo che non si limiti a riproporre il problema sotto altre forme o a spostarlo, magari altrove?

Cosa significa parlare di architettura sostenibile a Venezia? Penso non solo alla conformazione del tutto peculiare della città, ma soprattutto alle infrastrutture che sono state realizzate per tutelarla, da ultimo il sistema Mose.
La laguna e l’area assolutamente unica che la racchiude saranno parte integrante della ricerca che verrà sviluppata qui. I saperi veicolati dalle comunità locali, in particolare sull’uso delle risorse, le filiere produttive, i programmi educativi e i siti di esplorazione, verranno registrati e contribuiranno ad alimentare la rete di conoscenze, idee e competenze che andremo a espandere attraverso questo progetto.

Space Caviar, Non Extractive Architecture
Space Caviar, Non Extractive Architecture

UN PROGETTO IN DIVENIRE A VENEZIA

Il progetto espositivo può essere pensato come una performance che scaturisce dalle relazioni che si instaureranno fra i vari ricercatori ed esperti che abiteranno il Palazzo delle Zattere. Ma quale sarà il ruolo del pubblico?
Ci piace pensare al palazzo come a uno studio di progettazione aperto, in cui il pubblico può entrare e toccare con mano il processo di ricerca. Non-Extractive Architecture si articolerà in diverse iniziative che attiveranno la sede veneziana di V-A-C Foundation su più livelli, trasformandola in un laboratorio in cui lavoreremo al fianco di ricercatori internazionali in residenza selezionati attraverso open call. Questi filoni complementari di ricerca, dalle residenze al programma pubblico, dalle iniziative editoriali alle azioni di broadcasting, si intrecceranno e sovrapporranno durante l’anno, con livelli di intensità variabili, e saranno parte integrante di un progetto espositivo che prenderà forma e si evolverà nei mesi a venire.

Come si articolerà il tutto?
All’ingresso è stato realizzato un laboratorio per i materiali, che verrà impiegato dagli studiosi in residenza e da altri professionisti ospiti per testare materiali non impattanti, “non-estrattivi” per l’appunto, e il loro possibile impiego nella progettazione. Questi test si sposteranno poi dal laboratorio al progetto espositivo attraverso conversazioni parallele. Il collettivo artistico N55, costituito da Ion Sørvin e Till Wolfer, ha realizzato per l’occasione tre veicoli, rispettivamente una piattaforma editoriale, una libreria mobile e una stazione di broadcasting, che rappresentano pienamente il flusso continuo di attività che animerà il progetto. Si tratta di una mostra agile, scaricabile, pensata per viaggiare ed espandere il più possibile la ricerca e la circolazione delle idee. Il pubblico svolge un ruolo centrale, dato che il progetto è pensato per stimolare la conversazione, la riflessione e le interazioni fra le persone. Sperando che nell’immediato futuro sia più facile rispetto agli scorsi mesi, segnati dalle restrizioni imposte dalla pandemia.

Space Caviar (a cura di) – Non Extractive Architecture. On Designing without Depletion Vol.1 (V A C & Sternberg Press, 2021)
Space Caviar (a cura di) – Non Extractive Architecture. On Designing without Depletion Vol.1 (V A C & Sternberg Press, 2021)

L’IMPORTANZA DELLA MULTIDISCIPLINARIETÀ

Il progetto espositivo è un processo in divenire, una mappa che durante i mesi di ricerca verrà tracciata sulle pareti del palazzo per trovare e immaginare nuove traiettorie, come risultato dell’incontro e dibattito fra architetti, scienziati, designer, filosofi e artisti. Quanto è importante la multidisciplinarietà in questo tentativo di ridefinire l’architettura?
Questo progetto è un tentativo di costruire una rete di persone, pratiche, gruppi, pensatori, attivisti, filosofi e designer, ma anche membri del pubblico che condividono l’idea che sia giunto per l’architettura il momento di liberarsi dalla dipendenza da qualsivoglia forma di sfruttamento. Sulle pareti del palazzo andremo a costruire questo intreccio di voci connesse attraverso il progetto, una sorta di magazzino di idee fra loro complementari. Nessuna di esse da sola è una formula magica, ma ciascuna può essere parte della “cassetta degli attrezzi” (pratici e concettuali) dell’architetto, in questo tentativo di rendere l’architettura leggermente meno dannosa per il mondo che la circonda.

Può dirci qualcosa in merito al libro Non-Extractive Architecture e al volume che seguirà?
Non-Extractive Architecture: On Designing without Depletion Vol.1 raccoglie i saggi di architetti, geografi, storici, economisti, urbanisti e filosofi, al fine di delineare una cornice multi-prospettica in cui inquadrare l’anno di ricerche appena inaugurato. Dato che non vi è una definizione univoca di “architettura non estrattiva”, il libro si pone l’obiettivo di approfondire ed espandere questo concetto, che appare complesso, incredibilmente sfumato. Il progetto culminerà con la pubblicazione del secondo volume, in cui verranno raccolti e documentati casi studio, nonché la complessa rete di persone che, a livello globale, sta lavorando su questi temi. Le pareti del palazzo, coperte di fogli di carta, saranno la bozza di questo secondo volume. Le pagine saranno riempite di contenuti man mano che la ricerca proseguirà. Questi libri, e il progetto espositivo a essi collegato, esplorano nuovi approcci alla pratica architettonica, basati su una riflessione di lungo periodo, sull’uso delle risorse materiali e sull’impatto ambientale e paesaggistico che ne consegue, sull’integrazione delle comunità e dei loro valori all’interno dell’industria edilizia. Il progetto così articolato verificherà la possibilità di un paradigma di progettazione alternativo, cercando di capire su quali valori possa fondarsi.

Irene Bagnara

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Nome eventoNon-Extractive Architecture: progettare senza estinguere
Vernissage29/04/2021 no
Duratadal 29/04/2021 al 31/01/2022
Generearte contemporanea
Spazio espositivoVAC ZATTERE
IndirizzoDorsoduro 1401 - Venezia - Veneto
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Irene Bagnara
Nata a Bassano del Grappa, è laureata in Filosofia a Padova con una tesi sul caso degli indiscernibili in arte fra Kant e Arthur Danto e in magistrale a Torino con una dissertazione di filosofia analitica sulla definizione ontologica ed epistemologica di “opera d’arte”. Ha frequentato a Venezia, dove attualmente lavora, il 26° Corso in Pratiche Curatoriali della galleria A plus A. Particolarmente interessata alla costruzione di una buona teoria filosofica sull’arte contemporanea, è da parecchi anni ormai impegnata nel tentativo, a tratti ossessivo, di rendere ragione della molteplicità degli oggetti artistici e dei delicati, e a tratti singolari, rapporti che caratterizzano il cosiddetto artworld. Ama più leggere che scrivere, più mangiare che cucinare. In ogni caso, li considera tutti e quattro ottimi metodi per conoscere il mondo e soprattutto se stessi.