Architettura e giustizia. Intervista a Marialuisa Palumbo

Curatrice della terza edizione di Ecoweek, l’architetta e ricercatrice Marialuisa Palumbo ha scelto di dedicare l’appuntamento, in programma nel weekend, al tema dell’intersezionalità, ovvero alla necessità di lavorare sulle intersezioni nelle lotte per la giustizia ambientale, sociale e di genere. Anche agendo in ambito architettonico.

Ho Chi Minh City, Vietnam. Photo Tony Pham via Unsplash
Ho Chi Minh City, Vietnam. Photo Tony Pham via Unsplash

Sabato 16 e domenica 17 gennaio torna in Italia, per la terza volta, Ecoweek. L’evento è promosso dall’omonima ONG greca che da 15 anni promuove iniziative per diffondere la cultura della sostenibilità sociale e ambientale nell’architettura e nel design. A curare l’imminente edizione sarà l’architetta Marialuisa Palumbo: autrice di diversi saggi, ricercatrice e senior fellow del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto, dal 2003 collabora con l’Istituto Nazionale di Architettura. Attraverso la piattaforma online dedicata, si susseguiranno panel e workshop sul tema centrale di questa edizione, ancora poco noto nel mondo dell’architettura: la giustizia intersezionale. Abbiamo chiesto alla curatrice di raccontarci più approfonditamente questo argomento, l’importanza di inserirlo nel dibattito architettonico e come verrà sviluppato all’interno dell’evento.

INTERVISTA A MARIALUISA PALUMBO

Che cosa significa “intersezionale”?
Il concetto nasce alla fine degli Anni Ottanta, coniato dall’attivista e giurista nera Kimberlé Crenshaw, per parlare della necessità di considerare insieme i diversi fattori d’oppressione, come il genere e il colore della pelle, oltre alla nazionalità, la religione e la classe sociale. Il pensiero critico di matrice europea ha pensato la lotta verso una società più giusta in termini settoriali: la liberazione del proletariato, la liberazione delle donne, la lotta ambientale… Ma le forme di oppressione si intrecciano, sono estremamente complementari.

Cosa si intende per giustizia intersezionale?
L’idea di intersezionalità ci dice che occorre cambiare approccio e non pensare semplicemente in termini di lotta di classe e di opposizione al capitalismo (il classico approccio marxista), ma che occorre vedere altre forme di oppressione fondamentali. L’interesse di questa prospettiva è che considera tutti gli aspetti che hanno a che fare con il modo in cui viviamo il mondo: il genere o il luogo in cui si nasce, ad esempio, danno alle persone opportunità e possibilità diverse nella vita. Allora l’obiettivo di una giustizia intersezionale è quello di creare pari opportunità per ognuno e pari possibilità di fare sentire la propria voce e di essere ascoltati.

In che modo è legata alle questioni ambientali di Ecoweek?
Da parte mia, forse, c’è stata una forzatura: quando si parla di intersezionalità, il tema ambientale non è ancora uno dei prevalenti. Dal mio punto di vista però c’è un legame evidente che ha a che fare con la modalità violenta e oppressiva con cui soprattutto l’uomo bianco abita il pianeta e si relaziona con le altre popolazioni e con tutto quello che vede come altro da sé. La storia della modernità europea è una storia in cui si va sempre più affermando una ragione che, da personaggi come Simmel e poi da Heidegger, è stata definita come una “ragione calcolante”.

Ovvero?
Una ragione che mira soltanto al massimo dell’efficienza e dello sfruttamento, di tutto e di tutti. La crisi ambientale che viviamo è esattamente il risultato di questo modo di rapportarsi con la vita e di qui la relazione tra le oppressioni sull’essere umano, sui nostri simili, o l’oppressione che abbiamo costruito sul pianeta.

Marialuisa Palumbo. Photo Vincenzo Mazza
Marialuisa Palumbo. Photo Vincenzo Mazza

ARCHITETTURA, INTERSEZIONALITÀ E AMBIENTE

L’architettura e l’urbanistica che ruolo hanno in questa dinamica?
Storicamente hanno avuto un ruolo fondamentale a partire dal tema della conquista, della sottrazione dello spazio e delle risorse ad altri per farle proprie. Voglio ricordare che alla fine della Prima Guerra Mondiale l’85% della superficie della Terra era sotto il controllo o la colonizzazione europea: una colonizzazione che in varie forme è attiva ancora oggi.

Quindi l’architettura può creare e incentivare le divisioni?
L’architettura nasce da un gesto di costruzione di un confine, di un limite, tra un dentro e un fuori. Proprio questa azione di recinzione, e dunque di appropriazione, rende lo spazio, il bene fondamentale da cui provengono tutte le ricchezze, un bene scarso, qualcosa che può portare ricchezza a qualcuno o affamare qualcun altro.

Allora si può usare l’architettura per esercitare un dominio?
Noi non siamo molto abituati a pensare l’architettura in questi termini, ma ogni progetto può essere analizzato da questo punto di vista, domandandosi: questo progetto che possibilità dà a chi lo abita? Chi può guardare cosa o chi? Penso ai meccanismi disciplinari messi in luce da Foucault: il Panopticon è l’esempio più chiaro di come l’architettura, come sistema spaziale, può costruire una dominazione. Una persona al centro dello spazio può controllarne centinaia e addirittura costruire dei sistemi di auto-repressione, perché il prigioniero, sapendo di poter essere costantemente sorvegliato, si auto-sorveglia.

C’è qualche esempio concreto nella storia dell’architettura?
Il Plan Obus di Le Corbusier per Algeri, ad esempio, interpretato da Tafuri come uno dei pochissimi progetti in grado di mettere insieme una dimensione territoriale e la città storica dando anche una grande libertà agli abitanti. Questo piano è a ben guardare uno strumento che stabilisce, con le parole di Zeynep Celik che ha un approccio attento alla realtà coloniale, “una supervisione visiva costante sulla popolazione locale” e segna un chiaro ordine sociale gerarchico sull’immagine urbana, con il dominante in alto e il dominato in basso.

L’architettura e l’urbanistica possono essere anche strumenti di liberazione?
Sì, a questo proposito un tema classico è quello della partecipazione: ogni progetto che preveda una fase di ascolto, discussione e costruzione di scelte condivise sottrae un pezzetto di potere dalle mani dell’amministratore e del tecnico progettista, facendo spazio a una comunità allargata. Questo tema per esempio è centrale nel lavoro di Orizzontale e Arcò Architettura e Cooperazione, e ne parleremo con loro in uno dei due panel. Ma non è l’unica pratica critica possibile.

Cioè?
Ogni volta che come architetti ci chiediamo come usare le nostre conoscenze per migliorare la vita (la qualità dell’abitare, la libertà di movimento, la possibilità di gioco e di accesso alle risorse naturali e urbane) di qualcuno che con i suoi soli mezzi ha poche possibilità, le nostre azioni hanno un valore sociale.

Parlando di buone pratiche in architettura, quali interventi citeresti?
Penso al lavoro di Lacaton e Vassal sulla trasformazione dell’edilizia pubblica degli Anni Sessanta e Settanta, senza demolire e ricostruire (che come sappiamo è uno dei metodi preferiti dal capitale per moltiplicare le possibilità di rendita) ma recuperando e mantenendo all’interno i suoi abitanti, che è un aspetto fondamentale per evitare la gentrificazione. Penso anche al lavoro di Alejandro Echeverri a Medellín, in Colombia. O all’operazione di recupero innescata da Farm Cultural Park, di Florinda Saieva e Andrea Bartoli. Oppure, ancora, alle pratiche “resistenti” di Santiago Cirugeda in Spagna, capaci di muoversi sul confine tra legalità e illegalità, recuperando spazi o strutture abbandonate. O, sempre in Spagna, allo straordinario Estonoesunsolar (“Questo non è uno spazio abbandonato”), il piano per Saragozza dello studio Grávalos-Di Monte.

Molti di questi progetti mettono al centro le comunità più fragili…
Credo che se vogliamo discutere di architettura rispetto al problema della mancanza di libertà e dell’oppressione la domanda fondamentale che ci dobbiamo fare è: chi è il soggetto per cui bisogna costruire e a cui dobbiamo rivolgerci? Se il soggetto non è più il ricco signore che vuole la villa, ma sono le persone che da sole non ce la fanno, che non hanno gli strumenti per arrivare a un benessere sociale, allora l’architettura può incidere per fare la differenza, se lavora a favore degli ultimi, di chi ha bisogno di essere sostenuto. Se lavoriamo per sostenere la vita, allora l’architettura diventa una pratica che costruisce giustizia.

Esra Akcan. Photo Jason Koski
Esra Akcan. Photo Jason Koski

L’INTERSEZIONALITÀ A ECOWEEK 2021: PROGRAMMA E RELATRICI

I relatori di Ecoweek analizzeranno questi temi?
Intanto voglio anticipare che più che relatori sono delle relatrici: di questa cosa sono felice e orgogliosa, perché una delle grandi oppressioni che vedo è la fatica che fanno ancora le architette a emergere, ad avere voce nel dibattito pubblico. Occorre innescare una “discriminazione inversa”, occorre fare spazio alle donne. Questo è anche un hashtag che ho iniziato a usare tempo fa su Facebook, #facciamospazio. Avremo una serie di donne straordinarie…

Quali saranno gli argomenti trattati?
Aprirà Suad Amiry, architetta restauratrice, che parlerà del lavoro di RIWAQ, un centro per la conservazione e il restauro dell’architettura, della cultura e della memoria palestinese. Quindi sarà la volta di Esra Akcan, storica dell’architettura e professoressa della Cornell University, che affronterà il tema della “giustizia transizionale”, ragionando sulla demolizione di monumenti a personaggi o eventi storici che rappresentano la violazione dei diritti umani e la costruzione di monumenti che affermano l’importanza di proteggere e assicurare diritti. Sandi Hilal, architetta e co-fondatrice di DAAR-Decolonizing Architecture, affronterà il tema della memoria coloniale e della necessità di avviare pratiche reali di decolonizzazione e riparazione, a partire dalla recente nomina di Asmara, capitale dell’Eritrea, a Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO per la sua architettura fascista e coloniale. Infine, Francesca Perani, architetta, designer e attivista, ci racconterà del lavoro che svolge con il collettivo RebelArchitette per “disintossicare” l’architettura dalle disuguaglianze, allontanandola dal “culto degli eroi” per trasformarla in una pratica plurale, collaborativa e intersezionale.

Come partecipare all’evento?
L’evento sarà online e bisogna registrarsi sulla piattaforma. La prima mezza giornata è dedicata ai talk e alle discussioni; il giorno successivo ci saranno i workshop con le architette: un laboratorio teorico da me curato, Alessandra Battisti farà un laboratorio progettuale sul tema dei bagni pubblici per tutti, Francesca Perani si occuperà di nuovi strumenti di protesta, Consuelo Lollobrigida e Francesca Riccardo affronteranno in una chiave storico-critica la presenza delle donne artiste a Roma tra il XVI e XVII secolo, useranno come base la pianta del Nolli per capire chi erano e dove erano queste artiste.

Cosa ti aspetti da questa edizione di Ecoweek?
Ho accettato la sfida di curare l’evento in un momento per me molto complesso, per via del virus ma anche perché sono nel mezzo di un dottorato molto impegnativo: l’ho fatto perché credo ci sia bisogno di reagire. La pandemia ci ha rivelato ulteriormente la nostra vulnerabilità e le criticità di un mondo in cui il comportamento predatorio e il consumo violento del pianeta si sono tradotti in una crescita degli squilibri. È un’occasione per dire che anche l’architettura deve cambiare e ripensare il modo di abitare la Terra; dobbiamo imparare a vedere la modernità anche (e soprattutto) come una storia di conquiste, di colonizzazione violenta, di sopraffazione ed estrazione. E questa violenza oggi va disfatta costruendo forme di abitare orientate a riparare, curare, recuperare e includere.

Miriam Pistocchi

www.ecoweek.org

Dopo l’evento, tutte le lecture resteranno visibili sul canale YouTube di Ecoweek

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Miriam Pistocchi
Miriam Pistocchi è nata a Teramo nel 1992. Vive a Milano, dove lavora come architetto, coltivando l’interesse verso la teoria e la critica di architettura. Si è laureata nella Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” di Ascoli Piceno (2017), Università di Camerino. Ha collaborato alla realizzazione della mostra “The Undomestic House”, presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2019), nella quale ha inoltre esposto la sua tesi di laurea “Abitare l’abitudine”. Tra i suoi interessi principali ci sono gli ambiti di intersezione tra architettura, urbanistica e società, in particolare sul tema della casa e dell’abitare.